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Tre tratti della personalità spirituale di Pina Suriano.

Il primo tratto è certamente il suo amore appassionato al Signore Gesù. Sperimentò un legame diretto e, direi, frontale col Signore. Si rapportò a Lui con una semplicità e un’immediatezza che stupiscono. Gli parlava con una confidenza totale. Sentiva vivissima la Sua presenza. Non sapeva stare senza la comunione quotidiana. Appena poteva, correva ai piedi del tabernacolo. Per lei Gesù fu lo sposo divino amato fino alla follia, l’amico fedele, il confidente unico. Il suo diario e i suoi appunti su piccoli pezzetti di carta testimoniano ancora oggi la crescente passione d’amore di questa modestissima ragazza di paese per il Cristo. Ad appena 18 anni, il 21 novembre del 1933, scriveva nel suo diario:”La tua presenza mi solleva al di sopra di ogni cosa, il mio amore per te aumenta sempre, sempre, sempre. Come questo giorno vorrei passare tutti gli altri della mia vita, voglio amarti soffrendo, voglio soffrire cantando”. E infatti sperimentò la sofferenza: quella legata alle prove purificatrici di un cammino di interiore spogliamento per una donazione sempre più radicale di sé stessa a Dio, ma anche quella causata da una salute malferma, specialmente negli ultimi anni della sua vita, e dalle difficoltà che incontrò nella realizzazione del suo desiderio di darsi al suo sposo Gesù nella consacrazione dapprima in un cenacolo intitolato al Santo Cuore –una sorta di Istituto secolare- e, poi, quando quel sogno che coltivava con alcune amiche del paese si dissolse definitivamente, in un qualche convento o Istituto religioso. Con semplicità scrisse di essere “contenta di soffrire per amore”. Ella sentiva di non poter rispondere all’amore del Suo Signore che con il medesimo metro: un interezza di donazione che comprendeva l’offerta della vita stessa, cioè fino alla morte. IL Figlio di Dio era morto sulla croce per lei, e lei rispondeva dandogli la Sua vita. Più precisamente: unendo la sua vita all’offerta che il Cristo fa di se stesso al Padre per la salvezza del mondo nel sacrificio della croce, reso presente e attuale in ogni celebrazione eucaristica. Era infatti la quotidiana partecipazione all’Eucarestia che plasmava giorno dopo giorno i sentimenti di Pina e sempre più esistenzialmente la faceva aderire all’offerta di Gesù-ostia-sulla croce. Ha notato finemente don Antonino Raspanti che c’è negli scritti della beata Suriano degli ultimi anni ’40 una sorta di passaggio da Gesù-ostia a Pina-ostia, dalla concentrazione su Gesù vittima per gli uomini alla consapevolezza della stessa Suriano di doversi offrire insieme a Gesù. Mentre prima, attingendo alla letteratura spirituale del tempo, Ella insisteva sull’unità di tre amori: l’amre dell’Eucarestia, l’amore della Croce e l’amore delle anime, poi scrisse semplicemente di sé stessa come di un’ostia in un sentimento assorbente di immedesimazione vittimale al Cristo. Era davvero compiuto il percorso di unione al Suo Sposo e di lì a poco la mattina del 19 maggio 1950 (…) morì.
Con questo suo evidentissimo rapporto personale con il Signore, la beata Pina Suriano ci dice che il cristianesimo non è propriamente una dottrina spirituale, per quanto profonda, e non è neanche semplicemente un insegnamento morale, per quanto alto, ma è una persona con cui incontrarsi e da amare, è Cristo Signore. Tutto il resto –l’impegno morale, l’operosità apostolica, il servizio al prossimo- viene di conseguenza. Lei che ebbe la fortuna e la gioia di vivere un così straordinario rapporto d’amore con il Signore –che ora continua nell’Eternità- ci ottenga dallo stesso Signore di crescere nella nostra fede e di sperimentare anche noi almeno un po’ del suo amore.

Il secondo tratto della Sua spiritualità è il rapporto sereno e gioioso che seppe avere con tutti e, particolarmente, con le amiche della Parrocchia. Pina Suriano non fu una solitaria nella sua avventura cristiana. Non andò al Signore da sola, non lo incontrò facendo a meno degli altri. Si fece aiutare dagli altri e cercò di aiutare gli altri. Si va al Signore in compagnia, lo si incontra nella Chiesa, si vive il rapporto con Lui nella celebrazione dell’Eucarestia. Si cammina con la Fede col sostegno degli amici del Signore. Desiderò ardentemente che si formasse veramente quel cenacolo del Santo Cuore che avrebbe reso più stabile, col riconoscimento ecclesiastico, il legame tra le aderenti, le “sorelline”, come ella chiamava nelle sue lettere queste sue amiche del cuore che riconoscevano la loro guida nella “mammina” Maria Addano, insegnante di lettere e poi Preside di Liceo. Insomma, la beata non disdegnava ed anzi ricercava la compagnia della fede, l’amiciza cristiana, il sostegno di chi lei riteneva più avanti nella conoscenza del Signore. Ed anche nnell’Azione Cattolica visse il camminare insieme, il sostenersi vicendevolmente, l’attenzione a far tesoro dell’aporto di ciascuno come un tratto fondamentale della sua esperienza credente.

Anche in questo suo camminare sempre in compagnia la nuova beata ci da un insegnamento di straordinario valore per noi tutti ancora oggi. Ho appena finito di consegnare al Clero e ai fedeli della nostra diocesi una lettera pastorale in cui, riprendendo una linea di riflessione dell’Episcopato italiano in una recente nota pastorale sulla parrocchia, scrivo di pastorale “integrata” e “integrale” e dell’esigenza di superare ogni spirito di auto-sufficienza delle singole persone, delle singole parrocchie e delle singole aggregazioni laicali nella nostra chiesa diocesana per riuscire a sostenersi vicendevolmente, anche con iniziative comuni. La beata Suriano ci aiuti con la sua intercessione in questa nostra attuale ricerca di forme di reciproco aiuto e di leale e generoso camminare insieme.
Il terzo tratto della spiritualità di Pina Suriano, che può esserci di lezione, mi sembra, infine, la sua straordinaria capacità di sopportazione delle tensioni, dei contrasti e delle contraddizioni in cui si trovò immersa nel piccolo ambiente in cui la Provvidenza la pose a vivere. Dovette subire l’opposizione dei genitori, specialmente della madre, al suo desiderio di farsi suora, e prima ancora, a una partecipazione regolarmente assidua alla vita dell’Azione Cattolica. Avvertì forte il dolore per la travagliata vicenda che sconvolse la comunità ecclesiale di Partitico per l’allontanamento dal suo Ufficio dell’Ariciprete del tempo, che era anche il suo direttore spirituale. Si sentì particolarmente ferita nell’animo per l’abbandono del ministero da parte di un altro sacerdote. Trepidava per la salvezza eterna delle persone che conosceva, cominciando dai suoi genitori. Nella sua finissima sensibilità di tutto risentiva di ogni distanza del suo ambiente dal Signore Gesù e dal Suo Vangelo. Soffriva immensamente. Eppure non fu travolta dall’angustia psicologica e dalla pochezza intellettuale e talvolta anche morale del suo ambiente, che comportò inevitabilmente un’incomprensione del suo singolare percorso spirituale ed anche, in taluni casi, un’insofferenza per le sue parole e per il suo modo di porsi. Non si ritrasse sdegnata o impaurita in un suo guscio interiore. Visse intensamente e coraggiosamente “dentro” il suo mondo, facendosene carico nella preghiera e non esitando a fare la sua parte per contribuire ad elevarlo con l’intessere costruttivi rapporti di amicizia e di pace con tutti e con il prendere parte, spesso con funzioni di guida, alle iniziative formative ed assistenziali delle Associazioni cui appartenne, in primo luogo l’Azione Cattolica. Il suo straordinario amore al Signore la portò a vivere ed agire nel suo ambiente come avrebbe fatto lo stesso Gesù, a guardare il suo mondo con lo sguardo di Dio, cioè con misericordia e pazienza. Ci ottenga dal Signore la nuova beata di vivere anche noi, con fedele impegno cristiano, la nostra parte nell’ambiente in cui Dio ci ha posto senza alcun risentito elitarismo ma con umile operosità e cordiale pazienza.
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Percorsi di felicità

Grazie a Marco di “Innamorati di Maria ” per l’immagine.
( Per conoscere la vita di questi santi e testimoni del vangelo, leggere a piè di pagina in fondo al post. )

Oggi la chiesa celebra la festa di Tutti i Santi. Ci sono i Santi che tutti ricordiamo: Padre Pio, Madre Teresa, Papa Giovanni XXIII, Massimiliano Kolbe, Francesco d’Assisi, Antonio da Padova, ecc. Ma c’è anche una schiera sconosciuta di uomini e donne che hanno vissuto in maniera “santa” e che hanno rivestito una grande importanza per ciascuno di noi. Uomini e donne che magari non saranno in nessun calendario liturgico se non nel calendario del nostro cuore.

La festa di oggi ti dice: “Ringrazia i tuoi santi; ringrazia i tuoi angeli. Ringrazia tutte quelle persone che si sono avvicinate nel tuo cammino, che si sono affiancate con amore e ti hanno aiutato, ti hanno sostenuto, ti hanno dato una mano, ti hanno salvato la vita, ti hanno aperto visioni e finestre di vita diverse”.

Quando oggi siete tornati a casa, vi prendete un attimo di tempo, foglio e carta, scrivete i numeri da 1 a 31, i giorni di un mese, e per ogni giorno scrivete il nome di una persona importante per voi, una di quelle il cui aiuto, presenza, vicinanza, ci hanno fatto bene o sono state fondamentali, porti di salvezza. Poi ve lo mettete come un calendario vicino al comodino del letto e ogni mattina leggete il vostro santo. Vi sentirete in compagnia e sostenuti.

Santo, kadosh in ebraico, vuol dire “altro”. Dio è Santo perché è l’Altro, Colui che non puoi mai prendere, controllare, conoscere. Dio è troppo grande.
E’ attribuito a Sant’Agostino questo fatto: Agostino stava passeggiando lungo il mare e rifletteva sul mistero di Dio, mistero immenso e inesauribile. Ad un certo punto incontra un ragazzino che lungo la riva del mare aveva fatto una piccola buca. Poi con una piccola ciottola andava in acqua e metteva l’acqua del mare nella sua piccola buca; questo per molte volte. Il santo gli chiede: “Ma cosa stai facendo, bambino mio?”. E il bambino: “Sto mettendo l’acqua del mare tutta dentro la buca!”. “Ma non si può – rispose il santo – il mare è troppo grande per questa piccola buca”. E il bambino, dice la leggenda, rispose: “E tu come pensi di mettere e di comprendere Dio, che è immenso, nella tua piccola mente?”.
Dio è troppo grande, Dio ci sfugge, ci scappa. Quando le persone dicono: “Io, tutto sommato, conosco Dio”, dicono una grande falsità ed eresia. Dio è oltre, più in là. Ogni valico che raggiungi ti apre nuove e sempre più vaste strade e orizzonti.
Chi intraprende la strada della conoscenza di Dio, della Vita, del Mistero dell’essere, farà delle scoperte incredibili ma quante volte dovrà cambiare visione e quanto lontano andrà dai suoi iniziali punti di partenza! Questo, perché Lui è Troppo Grande!
Per questo si dice che Dio è un mistero: non lo puoi mai catturare, afferrare o possedere. Dio si può amare, cantare, seguire, pregare, invocare, ma non comprendere. Comprendere, nel senso letterale della parola, vuol dire abbracciare, afferrare, prendere-con la mia mente. Sì, abbiamo bisogno di capire chi è Dio e la mente e la riflessione ci servono, ma Dio non si può comprendere nel senso di possederlo, di saperlo del tutto. Per questo le persone razionali, fredde, mentali, fanno fatica ad accedere al mondo divino: perché Lui è l’incomprensibile, Colui che sfugge sempre.

Nella nostra testa santo uguale a perfetto. Ma la perfezione (per-ficere, fare per un motivo, per uno scopo) non è la santità. La perfezione è il tentativo di uscire dall’umanità. Siamo imperfetti per origine, quindi tentare di essere perfetti è impossibile a priori. Essere perfetti è il tentativo di essere superiori, più in alto degli altri. Ma se fossimo perfetti, che ce ne faremo degli altri? Basteremo a noi stessi!
La perfezione nasce dal bisogno insoddisfatto di quando eravamo piccoli. Quando un bambino non riesce ad essere amato e accolto per quello che è, che fa? Sviluppa quello che coglie può essere accolto e accettato, sviluppa quello che viene premiato. Vede che se fa “il bravo bambino”, che se si prende cura dei fratellini papà e mamma sono contenti di lui? Allora lui lo fa e diventa la baby-sitter dei suoi fratelli (il problema è che facendo l’adulto non fa il bambino e si crea un buco dentro di sé, come costruire un palazzo senza il primo piano! E’ solo questione di tempo: quel palazzo non può reggere).
Vede che se non piange, che se non canta, che se non urla, che se non da fastidio ai genitori, questi sono contenti di lui? Allora non canta, non urla e non piange più. Si tiene dentro tutto (e sappiamo bene che disastro è questa cosa).
Vede che se va benissimo a scuola i suoi genitori lo apprezzano? Allora cercherà di essere il migliore, il più bravo; si sentirà qualcuno e baserà la stima di sé solo nel risultato scolastico (ma la vita è ben più grande della scuola).
La perfezione è così: faccio una cosa (-ficere) così da avere (per-) qualcos’altro (amore, accoglienza, approvazione, stima, ecc).
I farisei rispettavano tutte le 613 leggi della Legge: erano perfetti. Erano perfetti per ottenere stima e riconoscimento dagli altri: “Ma che bravi! Quelli sì che sono santi! Quelli sono da imitare!”. Ma quei “perfetti” uccisero Gesù.
Erano “santi” perché avevano paura di vivere, avevano paura di esporsi, avevano paura di seguire la propria strada, avevano paura di individuarsi cioè di trovare il proprio unico sentiero da percorrere e per questo si conformavano. Erano senza identità, senza personalità: dietro la maschera non c’era niente. Perché più un uomo è senza personalità e più cercherà di conformarsi.
Quand’ero piccolo era stimatissima una coppia che andava a messa tutti i giorni, remissivi, disponibili fino all’esaurimento per tutti. Da tutti venivano stimati ed elogiati. Noi ragazzi li chiamavamo gli “zombi (i morti che vivono)” e nella nostra ingenuità forse avevamo colto nel segno: non erano capaci di dire di “no”, erano schiavi dal dover accontentare tutti (eccetto se stessi) e nel non poter deludere nessuno (soprattutto le figure religiose); dovevano pregare per paura (altrimenti Dio non li avrebbe più voluti).

Il santo non è questa figura. Basta vedere il vangelo e guardare di chi si circondava Gesù.
Il santo è uno “altro”. Non fa come tutti gli altri perché fare come tutti gli altri vuol dire sprecare la propria esistenza. Il santo è colui che ha la sua strada, che è “altra”, cioè diversa da tutte le altre strade. Lui fa la sua strada che è solo sua e di nessun altro.
Quando ti dicono: “Ma sei proprio diverso da tutti gli altri!”, e tu ti senti sbagliato perché non fai come tutti gli altri mentre così ti viene richiesto, dovresti rispondere: “Per fortuna!”. Per fortuna che sono un pezzo unico, originale, per cui ha senso il mio esserci.
Quando ti dicono: “Ma sei proprio strano, tu!”, come a dire: “Stai sbagliando perché non fai come gli altri”, dovresti rispondere: “Non strano, diverso!; non come tutti gli altri ma secondo il mio modo”.
Io ho un senso per l’universo. Cioè: c’è un senso e una ragione ben precisa per cui esisto in questo tempo e in questo spazio. Non sono qui a caso. Il mio esserci ha uno scopo. Quando faccio come gli altri, quando per paura abdico, rinuncio alla mia strada o copio gli altri per non espormi troppo, allora io rinuncio al motivo per cui ci sono. Faccio come un altro, ma il mio esserci non può essere come nessun altro, altrimenti non ci sarei (c’è già lui!).
L’amore è questo: “Tu non puoi diventare come me! Tu sei “altro” da me, hai una forma, una vita, uno scopo, che non è il mio. Se diventi come me tu rovini la tua vita. Se ti chiedo di diventare come me ti chiedo di sacrificare la tua vita. Ma se ti chiedo di diventare come me, forse, è perché io non sono diventato come me.

L’altra grande caratteristica del santo è la felicità. Quando i preti dicevano a noi ragazzi: “Chi di voi vuole diventare santo?”. Tutti noi dicevamo, in silenzio dentro di noi: “Io no, io no! Fa’ che non mi guardi, fa’ che non mi veda, che non lo chieda a me!”. E se il prete non te l’aveva chiesto, si diceva: “Uau!, scampato pericolo!”. Ci fa ridere, ma chiediamoci: cosa c’è dietro a questo rifiuto?
Nel nostro immaginario il santo è uno che deve rinunciare ad un sacco di cose. Santo, per noi, vuol dire “no” a questo, “no” a quello, niente divertimenti, niente sesso, niente amore, niente lasciarsi andare, niente slanci, niente emozioni. Se fosse così, speriamo che nessuno diventi santo perché sarebbe patologico! L’idea che abbiamo è che santo voglia dire privazione, sacrificio, rinuncia. Ma non è così. Guardate Gesù!
Santo vuol dire realizzazione di sé. Santo vuol dire: “Vivo per espandermi, per realizzare tutte le mie doti e tutte le mie dimensioni”. L’affettività, la spiritualità, il progetto di vita, la comunione, l’ascolto, il dialogo, l’amore, che tutto si espanda al massimo delle mie possibilità.
Santo vuol dire la vita scorre in me, che mi sento vivo e che si sente che sono vivo.
Santo vuol dire che sono felice di ciò che sono, di ciò che faccio, di come sono e di come lo faccio.
Santo vuol dire che ciò che faccio/sono lo faccio perché lo voglio, perché mi sento libero di farlo.
Santo vuol dire che questo è il miglior modo per realizzarmi ed essere me stesso.
Santo vuol dire che ho un fuoco dentro, una motivazione forte, e che per nessuna cosa al mondo lascerei la mia strada per farne un’altra: piuttosto la morte. Meglio una morte da vivi che una vita da morti.
Santo vuol dire che mi sento vivo, fecondo, centrato su di me, vibrante, realizzato.
Santo vuol dire che rido, scherzo, gioco, mi diverto, sorrido, perché se sei felice si vede e traspare.
Nella “Vita della beata Umiliana de’ Cerchi”, di fra Vito da Cortona, si racconta: “Mentre la santa giaceva nel suo letto, dentro la sua cella nella torre, ecco un bambino di quattro anni o poco più, dal volto bellissimo: giocava nella sua cella davanti a lei. Quando lo vide provò una grande gioia e gli disse: «O amore dolcissimo, o carissimo bambino, non sai fare altro che giocare?». E il bambino rispose: «Che volete che faccia?». E la benedetta Umiliana disse: «Voglio che tu mi dica qualcosa di bello su Dio». E il bambino disse: «Credi che sia bene che uno parli di se stesso». E disparve”.

Brano tratto dall’ Omelia di  don Marco Pedron

http://www.lachiesa.it

I santi dell’immagine, in ordine da sinistra verso destra e dall’alto verso il basso:

Beata Chiara “Luce” Badano:  http://www.chiaraluce.orghttp://www.chiaralucebadano.itUno splendido disegno Io ho tutto: i 18 anni di Chiara Luce

Giulia Gabrieli: 
http://www.congiulia.comBiografiaUna sua bellissima testimonianza Il sorriso senza fine di Giulia


Chiara Corbella:  http://www.chiaracorbella.it/BiografiaTestimonianzaFuneraleHo bisogno di te


Giovanna Rita Di Maria (Kiri): http://giovannadimaria.altervista.orgGiovanna Rita Di María, Kiri: L’angelo che ha visitato la terra

Servo di Dio Carlo Acutis: http://www.carloacutis.com/“L’Eucaristia é la mia autostrada per il Cielo”

Serva di Dio Alexia Gonzáles-Barros: http://www.alexiagb.org/Biografia

Sonia Cutrona: Biografia

Servo di Dio Alberto Michelotti: http://www.albertoecarlo.it/Biografia di Alberto –  Insieme possiamo! Documentario su Alberto Michelotti e Carlo Grisolia

Servo di Dio Carlo Grisolia:  http://www.albertoecarlo.it/Biografia di CarloInsieme possiamo! Documentario su Alberto Michelotti e Carlo Grisolia

Santa Gemma Galgani: http://www.santagemma.orgDiario di Santa Gemma Galgani

Beato Piergiorgio Frassati: http://www.piergiorgiofrassati.org



"LA SANTITÀ A PORTATA DI TUTTI"



Il primo novembre si celebra anche la festa dei santi sconosciuti
di padre Luigi Borriello, ocd
ROMA, martedì, 30 ottobre 2012 (ZENIT.org) – All’Angelus de 1° novembre 2007, il Papa ricordava che «la santità non è una condizione di privilegio, in realtà diventare santo è il compito di ogni cristiano, anzi di ogni uomo!». 
Forse alcuni provano un certo disagio di fronte alla parola ‘santità’, anche se i cristiani sono ‘santi’ in virtù del battesimo.
Per rispondere alla vocazione universale alla santità, quindi, non occorre compiere azioni e opere straordinarie, né possedere carismi eccezionali;  è necessario innanzitutto ascoltare Gesù e poi seguirlo senza alcuna riserva. 
«Se uno mi vuol servire – afferma il Maestro – mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà» (Gv 12, 26). Chi lo ama con sincerità, come il chicco di grano sepolto nella terra, accetta di morire a sé stesso. Egli infatti sa che «chi ama la sua vita la perde, e, chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12, 25).
L’esperienza della Chiesa dimostra che ogni forma di santità, pur seguendo tracciati differenti, passa sempre per la via della croce, la via della rinuncia a se stesso. I Santi hanno perseverato nel loro impegno, «sono passati attraverso la grande tribolazione – si legge nell’Apocalisse – e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello» (Ap 7, 14).
La santità esige uno sforzo costante, a tutti possibile perché, più che opera dell’uomo, è anzitutto dono di Dio, tre volte Santo (cf Is 6, 3). È Dio, dunque, che per primo ci ha amati e in Gesù ci ha resi suoi figli adottivi.
Nella nostra vita tutto è dono del suo amore. Pertanto, quanto più imitiamo Gesù e Gli restiamo uniti, tanto più entriamo nel mistero della santità divina. Scopriamo di essere amati da Lui in modo infinito, e questo ci spinge, a nostra volta, ad amare i fratelli. Amare implica sempre un atto di rinuncia a se stessi, il “perdere se stessi”, e proprio così ci rende felici.
Le Beatitudini, che costituiscono la santità concreta dettataci dal Maestro, forniscono la fisionomia spirituale di Gesù, esprimendo il suo mistero di morte e risurrezione. Tale mistero, che è mistero della vera beatitudine, invita alla sequela di Gesù, quindi al cammino verso di essa. Nella misura in cui accogliamo la sua proposta e ci poniamo alla sua sequela – ognuno nelle sue circostanze – anche noi possiamo partecipare della sua “beatitudine”. Nel novero delle beatitudini ci siamo tutti: fra quelle nove ce n’è una proclamata e scritta per ciascuno di noi che deve indivi­duare e realizzare la propria missione nel mondo.
La santità si riceve da Cristo, come si diceva sopra, non è di produzione propria! Nell’Antico Testamento essere santi voleva dire “essere separati” da tutto ciò che è impuro; nell’accezione cristiana vuol dire piuttosto il contrario e cioè “essere uniti” a Cristo e separati dal peccato.
I santi, cioè i salvati, però, – va ricordato – non sono soltanto quelli elencati nel calendario o nell’albo dei santi. Vi sono anche i “santi sconosciuti”: quelli che hanno rischiato la vita per i fratelli, i martiri della giustizia e della libertà, o del dovere; i “santi laici”, come li ha chiamati qualcuno. Senza saperlo anche le loro vesti sono state lavate nel sangue dell’Agnello, se hanno vissuto secondo coscienza e hanno avuto a cuore il bene dei fratelli.
Un’ultima considerazione va tenuta presente e spiegata: la Chiesa è santa e peccatrice. Nella professione di fede della Chiesa preghiamo: “Credo nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica”. Santa vuol dire che, in quello che viene da Dio, è santa, poiché è unita a Cristo, il Santo, che, con il Padre e lo Spirito, l’ha amata e si è donato per essa per santificarla. La Chiesa è il popolo santo di Dio e i suoi membri sono chiamati santi (Catechismo n. 823).
Dove esiste la pratica dell’amore, della giustizia e del bene, lì è presente la Chiesa santa, ovunque,  anche in  coloro che non udirono mai il messaggio del Vangelo, anche  lì sussiste la Chiesa santa.  Coloro che vivono così sono santi. Tutto il popolo di Dio è santo nella sua costituzione.
La santità delle persone, però, non è qualcosa al di fuori della realtà: accade giorno per giorno attraverso l’amore che è l’anima della santità. Teresa di Lisieux scriveva: «Compresi che la Chiesa aveva un corpo, composto di differenti membri… compresi che la Chiesa aveva un cuore, e che questo cuore ardeva di amore” (Autobiografia B 3v). L’amore vissuto da ogni membro, e da parte di tutti, realizzala santità. Tutti sono chiamati a vivere questa santità che non viene  offuscata dalla fragilità dei suoi membri.
Ma ritorna spontanea la domanda: «Come una Chiesa può essere santa avendo errori e difetti?» Da parte di Dio essa è santa, da parte delle persone che la compongono, c’è il cammino di santificazione. Per questo preghiamo: «Chiesa santa e peccatrice» (Preghiera Eucaristica V). Nella terra, la Chiesa è rivestita di una vera, anche se imperfetta, santità (Catechismo n. 825).
Il corpo di Cristo santo e immacolato, è composto di peccatori che camminano nella ricerca della santità.  Sapere che ci sono difetti e che si deve migliorare è una delle grandi forze della Chiesa. Se la si giudicasse perfetta non potrebbe crescere né scoprire i mali che potrebbero corromperla. E per questo è sempre pronta a purificarsi e convertirsi. Se fosse solo umana, la Chiesa sarebbe già scomparsa. Anche con i fallimenti, essa cammina, avendo bisogno di convertirsi sempre più al vangelo.  
La Chiesa è composta di peccatori e santi. Fu costituita da Cristo proprio così per essere un faro per l’umanità, pellegrina sulla terra. Attraverso i secoli ha dato e continua a donare il suo contributo per il bene delle persone, come si può osservare nelle molteplici attività in cui prende parte nel sociale, a tutti i livelli.  La più grande opera della Chiesa è stata quella di aprire al mondo i tesori della redenzione che Cristo gli ha affidato inviando gli apostoli a continuare la sua presenza e missione. Così essa  è promotrice di santità fra gli uomini. Le fragilità umane assunte dal Verbo incarnato mostrano che c’è posto per tutti nella Chiesa che accoglie tutti come ha fatto Gesù stesso.