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La semplicità evangelica in santa Gemma Galgani

La semplicità evangelica

in Santa Gemma Galgani

con un accostamento a S. Giuseppe Moscati

Quante volte siamo presi dall’incanto di fronte alla semplicità impressa negli occhi dei bambini… quante volte lasciamo che la contemplazione della semplicità della vita di nostro Signore Gesù, nei suoi anni trascorsi a Nazareth con la Madre e san Giuseppe, ci attragga e spinga a proficue meditazioni. E ancora, quante volte lasciamo che l’animo nostro trovi quiete nella conoscenza della vita di coloro che, attratti dall’invito interiore del divino Maestro: “Venite a me voi tutti”, lo seguono nella via da Lui indicata, che è poi quella della Sua vita divina e beata. Vita che rende concreta la virtù della semplicità propria del Suo Vangelo, che guida come faro nella notte del tempo.
La semplicità, virtù che difficilmente trova spazio nelle cose del mondo, non è semplicemente una virtù umana che si suole attribuire agli infanti; è innanzitutto una virtù morale, di elevato valore spirituale. Trasparenza dello sguardo, purezza di cuore, sincerità del parlare, rettitudine dell’animo e del comportamento…
Lo cogliamo nelle foto di alcuni recenti “eroi della fede” come il giudice Rosario Livatino: nell’articolo pubblicato nel Gesù Nuovo 

(1), come nel sito web collegato (2), si accostano le foto di Rosario bambino e dello stesso quando era già nel pieno della maturità, nella sua funzione di giudice di Agrigento. Una trasparenza e limpidezza di sguardo inalterata nel tempo… segno di un’anima costantemente illuminata dalla Grazia del Signore.

La semplicità è oblio di sé: è quiete contro ogni inquietudine, gioioso abbandono di sé contro ogni riflessione psichica, amore oblativo a Dio contro ogni amor proprio, sottomissione alla verità contro ogni presunzione… L’Io in essa è come alleggerito, purificato, liberato. Il semplice, pur non omettendo la verità su se stesso davanti a Dio, non insiste ad interessarsi a sé per giudicarsi, ma lascia tutto al Supremo giudice. Tira dritto per le vie della misericordia Divina, col cuore alleggerito da giudizi e pregiudizi, l’anima in pace da preoccupazioni e scrupoli, senza nostalgia o rimpianti per il passato, senza impazienza per il suo presente e senza turbamenti per il futuro. Non deve dimostrare niente, poiché non vuole sembrare niente.
La virtù della semplicità è dono di Dio, ma anche frutto di esercizio perseverante e di un continuo discernimento nell’agire che porta il semplice a scegliere, con atto libero, tutto ciò che è finalizzato al raggiungimento del Sommo bene e della vera felicità, poiché da ciò dipende la glorificazione di Dio e il vero culto a Lui gradito. Lungi dall’essere quella semplicità, così diffusa, che per un naturale istinto mi porta a fare quello che ora “sento di fare”, o a “dire quello che penso”, è il frutto di un’amicizia costruita nel tempo della nostra vita, che porta a scegliere e volere tutto ciò che Dio stesso rivela buono e a Lui gradito. È un vivere “in sintonia” col cuore del suo Figlio Gesù.

Come emerge dalla conoscenza della sua vita, Gesù, per santa Gemma Galgani, era l’amico, lo sposo, il maestro per eccellenza. Dotata di celesti doni sin dall’infanzia, Gemma era in effetti una prediletta del Signore, ma ha costantemente risposto con generosità al Suo amore preveniente. Ed è questa divina chiamata che l’ha condotta nella fedeltà della scelta di Dio sin dalla tenera età, maturando con crescente consapevolezza quell’intima amicizia che le ha “semplificato” tutta l’esistenza.

S. Gemma nel suo ordinario atteggiamento contemplativo.
Si badi bene, detto a chi s’inoltra nel leggere la vita della santa o ancor di più i suoi scritti: questa “semplificazione” non significa assenza di sofferenze e difficoltà, o anche di scrupoli nella coscienza, né esclude la presenza di doni straordinari. Se da un lato la vita di Gemma è costellata di difficoltà e croci, di preoccupazioni nell’intimo per il timore di aver offeso il suo divino sposo, dall’altro è costellata di doni tutt’altro che ordinari che fanno della sua vita un’irruzione del soprannaturale.
Ricordiamo che la santa pativa le sofferenze della passione, era perseguitata dai giudizi dei medici che il più delle volte la giudicavano sbrigativamente una nevrotica ed isterica, godeva di colloqui divini col suo Angelo e per suo tramite inviava – senza bisogno dell’ordinario servizio postale! – la corrispondenza al suo direttore spirituale. D’accordo con Padre Germano alcuni dei Giannini (la famiglia che la ospitava) fecero la prova di chiudere la lettera in una cassetta a chiave. Il giorno stesso la lettera arrivò a Roma sulla scrivania di Padre Germano!

Inoltre, sedeva in braccio dalla Madre celeste e con lei colloquiava filialmente; il suo volto s’infiammava nel contemplare l’Eucarestia e i suoi abiti addirittura si bruciacchiavano dal lato del petto…
Ma ora lasciamo che sia Gemma stessa, attraverso le sue lettere a P. Germano (suo direttore spirituale), e attraverso il suo Diario, a parlare.
Gesù non mi ha mica lasciata sola sola: mi fa stare con me sempre l’angelo custode“. Di questo beneficio essa ringraziava il suo Dio con gran sentimento, e all’Angelo stesso si dichiarava debitrice di somma riconoscenza. “Se qualche volta sono cattiva, – gli diceva – caro angelo, non ti adirare; voglio esserti grata”. E l’angelo a lei: “Sì, io sarò tua guida sicura, sarò il tuo compagno indissolubile. Non sai chi mi ha dato te in custodia? Il pietoso Gesù“. E nel diario di un venerdì: “L’angelo custode non mi lascia mai; se devo parlare, pregare, fare qualche cosa, me l’accenna lui“.
Le sue prove dolorose dovevano avere piena attuazione anche per i frequentissimi incontri-scontri con i demoni. Questi ultimi erano un’ordinaria presenza nella sua vita. Gli sono apparsi in tutte le forme ed hanno usato ogni genere di violenze nei suoi confronti. Diversi testimoni hanno depositato nel processo di canonizzazione di aver assistito agli effetti materiali e fisici di queste vessazioni del maligno verso S. Gemma, che così si esprime: “Andai a letto, si sa bene, coll’intenzione di dormire; il sonno non tardò a venire, e mi comparve quasi subito un omino piccino piccino, coperto tutto di pelo nero. Che spavento! Mi posò le mani sul letto, credevo che volesse picchiarmi. “No no”, disse, “non ti posso picchiare, non aver paura”, e nel dire così si era allungato. Chiamai Gesù in aiuto, ma non venne; non per questo mi lasciò: dopo invocato il suo nome, mi sentii subito libera, ma fu tutto ad un tratto“.

Tra i fenomeni che caratterizzavano la sua vita non dimentichiamo le stimmate e le lacrime di sangue. Per un mese intero ella versa lagrime di sangue per la conversione dei sacerdoti. Commoventi e impressionanti sono le sue suppliche a Gesù, accompagnate da veglie, digiuni e penitenze, per ottenere il perdono e la conversione dei peccatori a lei affidati anche da persone che conoscevano la sua potente intercessione.

S. Gemma all’età di 24 anni.
Riportiamo una di queste sue suppliche: “Ti fanno così piangere? O Dio, Gesù! Questi poveri peccatori non li abbandonare. Sono pronta io a fare qualunque cosa. Tu sei morto in croce; fammici morire anche me. Sono tutti i figli tuoi; se sono figli tuoi non li abbandonare. Sai, Gesù, li voglio salvare tutti. Se tu li abbandoni allora non c’è più speranza. Fino a che non mi hai detto che li vuoi tutti, io… Non sono io che devo soffrire per loro? Dunque, prenditela con me. Dei peccatori ne hai tanti, ma delle vittime ne hai poche… O Gesù, perché stasera non li vuoi perdonare?. La vittima di tutti i peccatori voglio essere io“.

La sua bontà immensa non conosceva proprio limiti: pregava per i propri avversari più irriducibili come se si fosse trattato della persona più cara, come dice in questo dialogo: “Gesù, ti raccomando il mio più grande nemico. Guidalo, accompagnalo; se la tua mano deve gravare sopra di lui, no sopra di me. Dagli tanto bene, Gesù…“.
Il Venerdì santo seguente “Gesù si fece sentire all’anima mia così forte… ma fu così forte quella unione, che io rimaneva come stupida. Ma parlò ben forte Gesù

(3). Una sera di Aprile, mentre Gemma stava da sola nella sua cameretta, Gesù Crocifisso le apparve con le piaghe aperte e le disse: “Guarda figlia ed impara come si ama. Vedi questa croce, queste spine, questi chiodi, queste lividure, questi squarci, queste piaghe, questo sangue? Sono tutte opere di amore e di amore infinito. Vedi sino a qual segno io t’ho amata! Mi vuoi amare davvero? Impara prima a soffrire; il soffrire insegna ad amare (4)Tutti episodi che solo a sentirli sembrano fare della sua vita un evento straordinario. Ma se riflettiamo con profondo spirito cristiano, forse sono state tutte queste “singolarità”, da lei per niente volute, a rivelare la profonda semplicità del suo essere. Scrive in una sua lettera 5): “Credevo che col tempo la ripugnanza passasse, ma invece sento che ogni giorno mi cresce. Alle volte (si badi bene!) mi sento quasi di morire nel dire certe cose, ma pure sento che Gesù mi aiuta, e nonostante tanta ripugnanza, dico ogni cosa. E dopo mi trovo contenta!“.

La semplicità non rende Gemma sorda alle inclinazioni della natura ed ai suoi gusti e preferenze, ella sente una ripugnanza crescente nel dire ciò che le accade, ma nonostante ciò ella non rifiuta il “combattimento spirituale”, e nell’aiuto di Gesù che sente presente e di cui sperimenta l’aiuto, trova l’unica “contentezza”. Sì Iddio ha manifestato attraverso Gemma la straordinaria sua misericordia e passione verso l’uomo facendone un evento straordinaro ma il suo essere, fatto di volontà, affetti, desideri e intelligenza, è rimasto “piccolo”, semplice, a misura che gli eventi crescevano nella loro straordinarietà. La sua anima diveniva più semplice man mano che si perfezionava nella vita cristiana, perché sempre più viveva nella pienezza della vita divina e ciò le faceva tagliare con le cose superflue e rigettare la zavorra che trovava nel suo io per essere più spedita nella sua corsa verso il “Crocifisso suo sposo”.

La lettura di questo straordinario fiore della passione, perché è nella passione che “Gemma” è germogliata ed è sbocciata, ha già lasciato in molti come una scia del suo profumo, con la sua incantevole semplicità, fissata nella nostra vita dalle Parole di Gesù nostro signore: “Se non vi farete come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli

(Mt 18,3).

Le vite dei santi si accavallano, intrecciano e susseguono: due anni dopo la nascita di Gemma, avvenuta a Lucca il 12 marzo 1878, nasceva a Benevento Giuseppe Moscati. Certamente i due non si conoscevano, la beatificazione di Gemma è avvenuta 6 anni dopo la morte di Moscati. Ebbene, entrambi vissuti nello stesso secolo sebbene in contesti diversi, ma accomunati dalle stesse aspirazioni: la stessa determinazione sin dalla giovinezza nello scegliere uno stato di vita laicale totalmente consacrato al Signore. Anche se seguendo strade diverse, perché ricordiamo che a Gemma per due volte fu negata la possibilità di entrare in convento, a motivo della sua gracile salute, mentre Moscati scelse consapevolmente sia pure dopo un lungo discernimento, di restare laico vedendo in questo un modo per potersi dedicare a tempo pieno agli studi medici e al servizio dei malati, cosa che mai gli impedì di servire l’altare del Signore durante la celebrazione della santa Messa nella chiesa del Gesù Nuovo o in quella di S. Chiara a Napoli. In realtà il suo animo era intessuto di un costante spirito di adorazione: tra un impegno e l’altro della sua professione medica sentiva l’esigenza di restare in adorazione davanti il SS. Sacramento entrando in una chiesa, specie in quella delle Sacramentine che si trova non lontano dall’ospedale degli Incurabili. Quest’atteggiamento contemplativo si prolungava oltre l’adorazione Eucaristica propriamente detta e occupava la sua mente, come ha testimoniato Padre Giovanni Aromatisi riferendosi a quando, stando con lui su un tram, lo vide assorto e a un certo punto lo scosse: “Siamo arrivati”, gli disse, e lo ringraziò del biglietto che Moscati aveva staccato per lui. Domandandogli poi cosa stesse pensando ebbe questa pronta risposta: “Pensavo alla grandezza di Dio…”.

Fin dalla più giovane età, Giuseppe Moscati dimostra una sensibilità acuta per le sofferenze fisiche altrui; ma il suo sguardo non si ferma ad esse: penetra fino ai più profondi recessi del cuore umano. Vuole guarire o lenire le piaghe del corpo, ma è, al tempo stesso, profondamente convinto che anima e corpo sono tutt’uno e desidera ardentemente preparare i suoi fratelli sofferenti all’opera salvifica del Medico Divino. In Giuseppe Moscati scienza e fede si fondono in un’unica vocazione, che fa di lui un insigne maestro, scienziato, dottore e santo. Ricordiamo che il prof Moscati, nel 1911, oltre a vincere il concorso al primo posto di Coadiutore presso gli Incurabili, vinse il concorso per il servizio di laboratorio nell’Ospedale Cotugno e quello per medico condotto di Napoli; nel 1919 rinunzia alla cattedra universitaria, resasi libera dopo la morte del prof. Malerba. Attraverso questi avvenimenti, frutto di profonde e consapevoli scelte del Santo, sembra quasi di sentire l’eco di ciò che si diceva all’inizio riguardo alla semplicità: “La semplicità è oblio di sé, è quiete contro ogni inquietudine, gioioso abbandono di sé contro ogni riflessione psichica, amore oblativo a Dio contro ogni amor proprio, sottomissione alla verità contro ogni presunzione…”.

Bagliori di luce e squarci di cielo sono le vite dei santi, che ci aiutano non solo con l’esempio delle loro straordinarie vite, ma con la loro continua intercessione attraverso la reale comunione esistente tra noi (Comunione dei Santi), ancora militi su questa terra e loro, ora eternamente appartenenti alla patria celeste: ci aiutano ad intraprendere, fortificare e perfezionare l’opera della nostra salvezza. Comprendiamo quindi così che la vita dei santi non è solo per noi un’interessante lettura, ma un momento propizio per iniziare e ricominciare ciò che non terminerà se non dopo aver raggiunto il traguardo della nostra vita: la sua pienezza in Cristo.

Concludiamo questa immersione nell’umanità santificata dei Santi con una frase presa da una delle estasi di Gemma Galgani: Se tutti gli uomini si studiassero di amare e conoscere il vero Iddio, questo mondo si cangerebbe in un paradiso, inducendoci a comprendere come nella nostra vita spirituale è più importante il numero delle volte che ci rialziamo, dopo una caduta, del numero di volte che cadiamo. Tutti sperimentiamo la triste eredità del peccato, e di quanto vuole esprimere la frase: “Video meliora proboque, deteriora sequor“: Comprendo quanto è migliore e lo approvo, ma spesso accondiscendo alle cose peggiori. Sappiamo però che il Signore Gesù è venuto tra noi proprio per risollevarci e non lasciare che il male ci travolga. A Lui rendiamo sempre Grazie!


Note

1. Emilio Andreoli, Rosario Livatino. Un martire della giustizia. Il Gesù Nuovo, 2011, pp. 296-300.
2. All’indirizzo

www.moscati.it/Ital3/Livatino_EA.html
3. Gemma Galgani, Autobiografia, Roma 1975, p. 254.

4. Ivi, p. 256.
5. Lettere di S. Gemma Galgani, ed. 1941, 7a, p.23.

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S. GEMMA GALGANI, Vergine

Santa Gemma Galgani
Vergine
La data di culto per la Chiesa universale è l’11 aprile, mentre la Famiglia Passionista e la diocesi di Lucca la celebrano il 16 maggio.
Dietro ad apparenze normali si nasconde una Santa straordinaria. Una mistica in continuo e affettuoso dialogo con Gesù. Una contemplativa che prega con la semplicità di un fanciullo e la profondità di un teologo. Supera le più terribili difficoltà lasciandosi guidare dal suo Angelo Custode. Sin da fanciulla mantiene l’anima candida e fa il proposito di una vita immacolata.
G
emma nasce a Borgonuovo di Camigliano (Lucca), il 12 Marzo del 1878, da Enrico Galgani, farmacista, e Aurelia Landi; è battezzata il giorno dopo la nascita. Era la quintogenita di otto fratelli (cinque maschi e tre femmine, delle quali Gemma era la prima in ordine di nascita).
Il 26 maggio 1885, riceve la Cresima. La mamma muore nel settembre del 1886; un altro grande dolore per Gemma fu la morte del fratello Gino, seminarista, avvenuta nel 1894.
L’11 novembre 1897 muore anche il padre e Gemma rimane orfana, quasi abbandonata, nella più squallida miseria. Ormai ventenne, Gemma rifiuta una proposta di matrimonio, per essere tutta di Gesù. Durante questo anno guarisce miracolosamente da tabe spinale ed iniziano le esperienze mistiche; la chiamano, nella città la ragazzina della grazia.                
Parla col suo Angelo Custode e gli da anche incarichi delicati, come quello di recapitare a Roma la corrispondenza con il suo direttore spirituale. « La lettera, appena terminata, la do all’Angelo, ella scrive. È qui accanto a me che aspetta ». E le lettere, misteriosamente, giungevano a destinazione senza passare attraverso le Poste del Regno.
Nel giugno del 1899 Cristo le fa il dono delle stigmate. Ecco come lei stessa ha narrato l’avvenimento : « Eravamo alla sera dell’8 giugno 1899, quando tutto a un tratto mi sento un interno dolore dei miei peccati…Comparve Gesù, che aveva tutte le ferite aperte; ma da quelle ferite non usciva più sangue, uscivano come fiamme di fuoco, che vennero a toccare le mie mani, i miei piedi, il mio cuore. Mi sentii morire…».
Nello stesso anno Gemma conosce i padri Passionisti che la introducono in casa Giannini. Accolta come una figlia in questa casa devota e agiata, vi conduce una vita ritirata tra casa e Chiesa. Ma le strepitose manifestazioni della sua santità superano le mura della casa borghese. Opera conversioni, predice avvenimenti futuri, cade in estasi. In preghiera, suda sangue; sul suo corpo, oltre ai segni dei chiodi, appaiono le piaghe della flagellazione.
Qui conosce don Germano che diventerà il suo padre spirituale. Presto si viene a sapere che i suoi guanti neri e il suo abito scuro e accollato nascondono i sigilli della Passione. Queste stimmate si aprono, dolorose e sanguinanti, ogni settimana, la vigilia del venerdì.
Davanti a lei gli scienziati non riescono a nascondere il loro imbarazzo e non sanno come giudicare la straordinaria fanciulla: la sospettano di mistificazione, parlano d’isterismo o di suggestione, chiedono prove. Soltanto lei, Gemma Galgani, in mezzo ai dolori fisici e alle prove morali, non dice nulla, o meglio, dice sempre sì. Non chiede nulla, o meglio, chiede a Gesù, per sé, più dolore e per gli altri chiede la conversione e la salvezza.
Nell’anno 1901, all’età di 23 anni, Gemma scrive, per ordine di Padre Germano, l’Autobiografia, Il quaderno dei miei peccati.
Nell’anno successivo si offre vittima al Signore per la salvezza dei peccatori. Gesù le chiede di fondare un monastero di claustrali Passioniste in Lucca: Gemma risponde con entusiasmo. Nel mese di settembre dello stesso anno si ammala gravemente; la sua vita è segnata profondamente dal dolore.
L’11 aprile 1903, Sabato Santo, alle 13.45, Gemma Galgani muore, a 25 anni, divorata dal male, ma chiedendo sino all’ultimo ancora dolore.
S. Pio X (Giuseppe Melchiorre Sarto, 1903-1914) firma, poco dopo la morte di Gemma, il Decreto di fondazione del Monastero Passionista in Lucca. Nel 1905 le claustrali Passioniste iniziano la loro presenza a Lucca, realizzando l’antico desiderio che Gesù aveva espresso a Gemma.
Padre Germano, direttore spirituale di Gemma, scrive nel 1907 la prima biografia.
Il 14 maggio 1933 Pp Pio XI (Ambrogio Damiano Achille Ratti, 1922-1939) annovera Gemma Galgani fra i Beati della Chiesa. Il 2 maggio 1940 il Venerabile Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958), riconoscendo la pratica eroica delle sue virtù cristiane, la innalza alla gloria dei Santi.
Per approfondimenti &

Fonti principali : wikipendia.org; santagemma.org (« RIV.»).


Preghiera composta da Santa Gemma

Eccomi ai tuoi santissimi piedi, caro Gesù, per manifestarti in ogni momento la mia riconoscenza e la mia gratitudine per tanti e continui favori che mi hai fatto e che ancora vuoi farmi. Quante volte ti ho invocato, o Gesù, mi hai fatta sempre contenta: ho ricorso spesso a te e mi hai sempre consolata. Come esprimermi con te, caro Gesù? ti ringrazio. Ma un’altra grazia voglio, o mio Dio, se a te piace… (esporre la grazia che si desidera). Se tu non fossi onnipotente, non ti farei questa domanda. O Gesù, abbi pietà di me! Sia fatto in tutto il tuo santissimo volere. Amen. Padre, Ave, Gloria.