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La Semplicità

 

LA-SEMPLICITA

di Lorenza Perfori
La semplicità non è una cosa semplice

La semplicità, scrive[1] Alessandro Pronzato, “è la virtù che teniamo di riserva. Dispostissimi ad attribuirla agli altri, non appena si presenti l’occasione”. “Di una persona che non possiede doti particolari, e verso la quale vogliamo essere generosi nel giudizio, diciamo che è ‘semplice’”.

“Allorché in un individuo non troviamo nulla di eccezionale, con un certo sforzo riusciamo pur sempre a scovare la semplicità. Insomma, il titolo di ‘semplice’ non lo si nega a nessuno. Non ha niente, vale poco, non conta granché, non sa parlare come si deve. Ecco, è una creatura ‘semplice’. La semplicità diventa così il diploma che regaliamo con una certa larghezza a chi è sprovvisto di qualifiche più valide e appariscenti (cultura, intelligenza, imprese eccezionali, successi…)”.

Ma, continua Pronzato, “non ci rendiamo conto che proprio la semplicità è una virtù eccezionale. Di fatto risulta piuttosto rara… È cosa straordinaria essere semplice. In realtà, un individuo semplice è uno che è riuscito a sistemare le cose, i valori, ha messo ordine nella propria vita, ha eliminato gli ingombri, si è sbarazzato delle cose inutili. Ossia: ha svolto un paziente lavoro di semplificazione”. “Soltanto le persone veramente grandi riescono a essere semplici. Unicamente le persone ricche interiormente appaiono semplici”.

“Si ha semplicità quando invece di un vuoto centrale, esiste un centro della propria vita attorno a cui ruotano pensieri, azioni, parole, atteggiamenti. E tutto viene riferito a quel centro. Ogni cosa viene spiegata, giustificata da quel centro”.

“Il peccato è, essenzialmente, dissociazione, disintegrazione della persona; distacco delle varie parti dal nucleo centrale per ruotare intorno ad orbite anarchiche e disarmoniche. La disintegrazione dell’atomo rappresenta la più stupefacente illustrazione, in campo fisico, di ciò che avviene nell’uomo attraverso il peccato”.

“Allora, la semplicità diventa il segno della vittoria sul male. La persona semplice è la creatura che si ribella a uno stato di atomizzazione, frammentarietà, caos, per ritrovare l’unità, l’armonia, la coerenza, ossia tutta la coesione del proprio essere”.

“Insisto: la semplicità è un lavoro lungo, paziente, assiduo di semplificazione. È un puntare tutto sull’essenziale, lasciando ai margini gli ingombri, i fronzoli, gli impedimenti e ciò che rifiuta di entrare nell’orbita di quel centro”.

“La semplicità, dunque, è armonia. È unità. È coerenza”.

“Questo lavoro, questa ascesi di semplificazione e unificazione dell’esistenza, vengono favoriti soprattutto dalla preghiera (specialmente di tipo contemplativo) e dalla riflessione personale. Infatti la semplicità ha il suo centro, il suo aggancio nella profondità e nell’interiorità dell’uomo. Se questo aggancio fosse più… epidermico, ossia più spostato verso la periferia, l’esterno della persona, allora avremmo la semplicioneria o la superficialità”.

“Soltanto una autentica, profonda vita interiore garantisce contro i rischi della dispersione, della frammentarietà, della dissociazione, che sempre minacciano la vita di una persona. […] Occorre, perciò, convincersi che la semplicità non è mai una cosa semplice. Come nell’arte, anche nella vita, i capolavori autentici sono all’insegna dell’armonia, della proporzione. Una persona semplice è una persona che va diritto allo scopo. Un individuo che sa ciò che vuole. Un uomo il cui sguardo punta all’essenza delle cose”.

“Che si siano smarrite le tracce della semplicità, lo dimostra anche un certo tipo di linguaggio”: complicato, confuso, tortuoso, contorto, pensiamo, per esempio, al politichese. “Nemica della semplicità è soprattutto la retorica. Mentre la semplicità è asciuttezza, essenzialità, la retorica è ridondanza, rigonfiamento, addobbo esteriore, enfasi, ampollosità, tronfiezza”.

“La chiarezza non è – come qualcuno vorrebbe far credere – superficialità, bensì elementare rispetto per gli altri”. Ricordiamo “l’osservazione che Giò, la collaboratrice domestica (mai esistita) di casa Guareschi, faceva al suo padrone di professione scrittore: ‘Lui adopera delle parole che tutti conoscono per dire delle cose che tutti capiscono…’”…

“Sì sì; no no”

Lapidario, al riguardo, è anche il monito di Gesù: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5,37), per esortare i suoi ascoltatori, durante il Discorso della Montagna, ad avere una parola essenziale, schietta, chiara, senza ambiguità. “Il di più”, ovvero ciò che è verboso, lezioso, cavilloso, contorto, complicato,… politicamente corretto,… è, infatti, usato per confondere, influenzare, persuadere,… diffondere la menzogna e oscurare la verità, peculiarità proprie del Maligno.

Serpenti e colombe

Ma Gesù invita i suoi discepoli anche ad essere “prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10,16). Ciò significa che la semplicità, affinché svolga la sua azione al servizio della verità, deve stare sempre insieme alla prudenza.

Prudente è colui che prima di agire cerca di capire come stanno veramente le cose, che si sforza di conoscere la realtà. Perciò, se manca la prudenza, la semplicità può diventare superficialità, semplicioneria, dabbenaggine, ingenuità. Mentre, la prudenza, se difetta la semplicità, può diventare astuzia, furberia, o pusillanimità.

Scrive[2] Francesco Lambiasi: “Gesù ci dice di mettere insieme prudenza e semplicità, in modo che il ‘bello’ delle colombe (candore) ci aiuti a scartare il ‘brutto’ dei serpenti (malizia) e il positivo dei serpenti (accortezza) ci serva a sfuggire il negativo delle colombe (ingenuità)”.

Gesù, continua Lambiasi, vuole metterci in guardia dal “rischio del ‘buonismo’, e spronarci ad essere discepoli svegli, scaltri e intraprendenti”. “Un campo dove si rischia di essere solo delle candide colombe, serafiche e tranquille, è quello della educazione alla carità e alla pace: se si intende tutto questo come un vago, liquoroso ‘volemose bene’, è chiaro poi che si finisce per identificare amore con tenerume e per ammucchiare nella stessa nicchia pacificatori, pacifisti e… paciocconi”.

Nella nostra società artificiosa, dominata dalle apparenze, dall’inganno della correttezza politica, da fiumi di parole inflazionate, enfatizzate, prolisse, sovrabbondanti, tronfie, maleducate… che producono tanto rumore senza arrivare ai cuori, occorre riscoprire la virtù dimenticata della semplicità.
Note:

[1]Alla ricerca delle virtù perdute, Gribaudi, 1997, pp. 155-159.

[2] Una parola al giorno, Editrice AVE, 2006, pp. 352, 353.

[Fonte: Libertà e Persona, 10.06.13]

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La semplicità evangelica in santa Gemma Galgani

La semplicità evangelica

in Santa Gemma Galgani

con un accostamento a S. Giuseppe Moscati

Quante volte siamo presi dall’incanto di fronte alla semplicità impressa negli occhi dei bambini… quante volte lasciamo che la contemplazione della semplicità della vita di nostro Signore Gesù, nei suoi anni trascorsi a Nazareth con la Madre e san Giuseppe, ci attragga e spinga a proficue meditazioni. E ancora, quante volte lasciamo che l’animo nostro trovi quiete nella conoscenza della vita di coloro che, attratti dall’invito interiore del divino Maestro: “Venite a me voi tutti”, lo seguono nella via da Lui indicata, che è poi quella della Sua vita divina e beata. Vita che rende concreta la virtù della semplicità propria del Suo Vangelo, che guida come faro nella notte del tempo.
La semplicità, virtù che difficilmente trova spazio nelle cose del mondo, non è semplicemente una virtù umana che si suole attribuire agli infanti; è innanzitutto una virtù morale, di elevato valore spirituale. Trasparenza dello sguardo, purezza di cuore, sincerità del parlare, rettitudine dell’animo e del comportamento…
Lo cogliamo nelle foto di alcuni recenti “eroi della fede” come il giudice Rosario Livatino: nell’articolo pubblicato nel Gesù Nuovo 

(1), come nel sito web collegato (2), si accostano le foto di Rosario bambino e dello stesso quando era già nel pieno della maturità, nella sua funzione di giudice di Agrigento. Una trasparenza e limpidezza di sguardo inalterata nel tempo… segno di un’anima costantemente illuminata dalla Grazia del Signore.

La semplicità è oblio di sé: è quiete contro ogni inquietudine, gioioso abbandono di sé contro ogni riflessione psichica, amore oblativo a Dio contro ogni amor proprio, sottomissione alla verità contro ogni presunzione… L’Io in essa è come alleggerito, purificato, liberato. Il semplice, pur non omettendo la verità su se stesso davanti a Dio, non insiste ad interessarsi a sé per giudicarsi, ma lascia tutto al Supremo giudice. Tira dritto per le vie della misericordia Divina, col cuore alleggerito da giudizi e pregiudizi, l’anima in pace da preoccupazioni e scrupoli, senza nostalgia o rimpianti per il passato, senza impazienza per il suo presente e senza turbamenti per il futuro. Non deve dimostrare niente, poiché non vuole sembrare niente.
La virtù della semplicità è dono di Dio, ma anche frutto di esercizio perseverante e di un continuo discernimento nell’agire che porta il semplice a scegliere, con atto libero, tutto ciò che è finalizzato al raggiungimento del Sommo bene e della vera felicità, poiché da ciò dipende la glorificazione di Dio e il vero culto a Lui gradito. Lungi dall’essere quella semplicità, così diffusa, che per un naturale istinto mi porta a fare quello che ora “sento di fare”, o a “dire quello che penso”, è il frutto di un’amicizia costruita nel tempo della nostra vita, che porta a scegliere e volere tutto ciò che Dio stesso rivela buono e a Lui gradito. È un vivere “in sintonia” col cuore del suo Figlio Gesù.

Come emerge dalla conoscenza della sua vita, Gesù, per santa Gemma Galgani, era l’amico, lo sposo, il maestro per eccellenza. Dotata di celesti doni sin dall’infanzia, Gemma era in effetti una prediletta del Signore, ma ha costantemente risposto con generosità al Suo amore preveniente. Ed è questa divina chiamata che l’ha condotta nella fedeltà della scelta di Dio sin dalla tenera età, maturando con crescente consapevolezza quell’intima amicizia che le ha “semplificato” tutta l’esistenza.

S. Gemma nel suo ordinario atteggiamento contemplativo.
Si badi bene, detto a chi s’inoltra nel leggere la vita della santa o ancor di più i suoi scritti: questa “semplificazione” non significa assenza di sofferenze e difficoltà, o anche di scrupoli nella coscienza, né esclude la presenza di doni straordinari. Se da un lato la vita di Gemma è costellata di difficoltà e croci, di preoccupazioni nell’intimo per il timore di aver offeso il suo divino sposo, dall’altro è costellata di doni tutt’altro che ordinari che fanno della sua vita un’irruzione del soprannaturale.
Ricordiamo che la santa pativa le sofferenze della passione, era perseguitata dai giudizi dei medici che il più delle volte la giudicavano sbrigativamente una nevrotica ed isterica, godeva di colloqui divini col suo Angelo e per suo tramite inviava – senza bisogno dell’ordinario servizio postale! – la corrispondenza al suo direttore spirituale. D’accordo con Padre Germano alcuni dei Giannini (la famiglia che la ospitava) fecero la prova di chiudere la lettera in una cassetta a chiave. Il giorno stesso la lettera arrivò a Roma sulla scrivania di Padre Germano!

Inoltre, sedeva in braccio dalla Madre celeste e con lei colloquiava filialmente; il suo volto s’infiammava nel contemplare l’Eucarestia e i suoi abiti addirittura si bruciacchiavano dal lato del petto…
Ma ora lasciamo che sia Gemma stessa, attraverso le sue lettere a P. Germano (suo direttore spirituale), e attraverso il suo Diario, a parlare.
Gesù non mi ha mica lasciata sola sola: mi fa stare con me sempre l’angelo custode“. Di questo beneficio essa ringraziava il suo Dio con gran sentimento, e all’Angelo stesso si dichiarava debitrice di somma riconoscenza. “Se qualche volta sono cattiva, – gli diceva – caro angelo, non ti adirare; voglio esserti grata”. E l’angelo a lei: “Sì, io sarò tua guida sicura, sarò il tuo compagno indissolubile. Non sai chi mi ha dato te in custodia? Il pietoso Gesù“. E nel diario di un venerdì: “L’angelo custode non mi lascia mai; se devo parlare, pregare, fare qualche cosa, me l’accenna lui“.
Le sue prove dolorose dovevano avere piena attuazione anche per i frequentissimi incontri-scontri con i demoni. Questi ultimi erano un’ordinaria presenza nella sua vita. Gli sono apparsi in tutte le forme ed hanno usato ogni genere di violenze nei suoi confronti. Diversi testimoni hanno depositato nel processo di canonizzazione di aver assistito agli effetti materiali e fisici di queste vessazioni del maligno verso S. Gemma, che così si esprime: “Andai a letto, si sa bene, coll’intenzione di dormire; il sonno non tardò a venire, e mi comparve quasi subito un omino piccino piccino, coperto tutto di pelo nero. Che spavento! Mi posò le mani sul letto, credevo che volesse picchiarmi. “No no”, disse, “non ti posso picchiare, non aver paura”, e nel dire così si era allungato. Chiamai Gesù in aiuto, ma non venne; non per questo mi lasciò: dopo invocato il suo nome, mi sentii subito libera, ma fu tutto ad un tratto“.

Tra i fenomeni che caratterizzavano la sua vita non dimentichiamo le stimmate e le lacrime di sangue. Per un mese intero ella versa lagrime di sangue per la conversione dei sacerdoti. Commoventi e impressionanti sono le sue suppliche a Gesù, accompagnate da veglie, digiuni e penitenze, per ottenere il perdono e la conversione dei peccatori a lei affidati anche da persone che conoscevano la sua potente intercessione.

S. Gemma all’età di 24 anni.
Riportiamo una di queste sue suppliche: “Ti fanno così piangere? O Dio, Gesù! Questi poveri peccatori non li abbandonare. Sono pronta io a fare qualunque cosa. Tu sei morto in croce; fammici morire anche me. Sono tutti i figli tuoi; se sono figli tuoi non li abbandonare. Sai, Gesù, li voglio salvare tutti. Se tu li abbandoni allora non c’è più speranza. Fino a che non mi hai detto che li vuoi tutti, io… Non sono io che devo soffrire per loro? Dunque, prenditela con me. Dei peccatori ne hai tanti, ma delle vittime ne hai poche… O Gesù, perché stasera non li vuoi perdonare?. La vittima di tutti i peccatori voglio essere io“.

La sua bontà immensa non conosceva proprio limiti: pregava per i propri avversari più irriducibili come se si fosse trattato della persona più cara, come dice in questo dialogo: “Gesù, ti raccomando il mio più grande nemico. Guidalo, accompagnalo; se la tua mano deve gravare sopra di lui, no sopra di me. Dagli tanto bene, Gesù…“.
Il Venerdì santo seguente “Gesù si fece sentire all’anima mia così forte… ma fu così forte quella unione, che io rimaneva come stupida. Ma parlò ben forte Gesù

(3). Una sera di Aprile, mentre Gemma stava da sola nella sua cameretta, Gesù Crocifisso le apparve con le piaghe aperte e le disse: “Guarda figlia ed impara come si ama. Vedi questa croce, queste spine, questi chiodi, queste lividure, questi squarci, queste piaghe, questo sangue? Sono tutte opere di amore e di amore infinito. Vedi sino a qual segno io t’ho amata! Mi vuoi amare davvero? Impara prima a soffrire; il soffrire insegna ad amare (4)Tutti episodi che solo a sentirli sembrano fare della sua vita un evento straordinario. Ma se riflettiamo con profondo spirito cristiano, forse sono state tutte queste “singolarità”, da lei per niente volute, a rivelare la profonda semplicità del suo essere. Scrive in una sua lettera 5): “Credevo che col tempo la ripugnanza passasse, ma invece sento che ogni giorno mi cresce. Alle volte (si badi bene!) mi sento quasi di morire nel dire certe cose, ma pure sento che Gesù mi aiuta, e nonostante tanta ripugnanza, dico ogni cosa. E dopo mi trovo contenta!“.

La semplicità non rende Gemma sorda alle inclinazioni della natura ed ai suoi gusti e preferenze, ella sente una ripugnanza crescente nel dire ciò che le accade, ma nonostante ciò ella non rifiuta il “combattimento spirituale”, e nell’aiuto di Gesù che sente presente e di cui sperimenta l’aiuto, trova l’unica “contentezza”. Sì Iddio ha manifestato attraverso Gemma la straordinaria sua misericordia e passione verso l’uomo facendone un evento straordinaro ma il suo essere, fatto di volontà, affetti, desideri e intelligenza, è rimasto “piccolo”, semplice, a misura che gli eventi crescevano nella loro straordinarietà. La sua anima diveniva più semplice man mano che si perfezionava nella vita cristiana, perché sempre più viveva nella pienezza della vita divina e ciò le faceva tagliare con le cose superflue e rigettare la zavorra che trovava nel suo io per essere più spedita nella sua corsa verso il “Crocifisso suo sposo”.

La lettura di questo straordinario fiore della passione, perché è nella passione che “Gemma” è germogliata ed è sbocciata, ha già lasciato in molti come una scia del suo profumo, con la sua incantevole semplicità, fissata nella nostra vita dalle Parole di Gesù nostro signore: “Se non vi farete come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli

(Mt 18,3).

Le vite dei santi si accavallano, intrecciano e susseguono: due anni dopo la nascita di Gemma, avvenuta a Lucca il 12 marzo 1878, nasceva a Benevento Giuseppe Moscati. Certamente i due non si conoscevano, la beatificazione di Gemma è avvenuta 6 anni dopo la morte di Moscati. Ebbene, entrambi vissuti nello stesso secolo sebbene in contesti diversi, ma accomunati dalle stesse aspirazioni: la stessa determinazione sin dalla giovinezza nello scegliere uno stato di vita laicale totalmente consacrato al Signore. Anche se seguendo strade diverse, perché ricordiamo che a Gemma per due volte fu negata la possibilità di entrare in convento, a motivo della sua gracile salute, mentre Moscati scelse consapevolmente sia pure dopo un lungo discernimento, di restare laico vedendo in questo un modo per potersi dedicare a tempo pieno agli studi medici e al servizio dei malati, cosa che mai gli impedì di servire l’altare del Signore durante la celebrazione della santa Messa nella chiesa del Gesù Nuovo o in quella di S. Chiara a Napoli. In realtà il suo animo era intessuto di un costante spirito di adorazione: tra un impegno e l’altro della sua professione medica sentiva l’esigenza di restare in adorazione davanti il SS. Sacramento entrando in una chiesa, specie in quella delle Sacramentine che si trova non lontano dall’ospedale degli Incurabili. Quest’atteggiamento contemplativo si prolungava oltre l’adorazione Eucaristica propriamente detta e occupava la sua mente, come ha testimoniato Padre Giovanni Aromatisi riferendosi a quando, stando con lui su un tram, lo vide assorto e a un certo punto lo scosse: “Siamo arrivati”, gli disse, e lo ringraziò del biglietto che Moscati aveva staccato per lui. Domandandogli poi cosa stesse pensando ebbe questa pronta risposta: “Pensavo alla grandezza di Dio…”.

Fin dalla più giovane età, Giuseppe Moscati dimostra una sensibilità acuta per le sofferenze fisiche altrui; ma il suo sguardo non si ferma ad esse: penetra fino ai più profondi recessi del cuore umano. Vuole guarire o lenire le piaghe del corpo, ma è, al tempo stesso, profondamente convinto che anima e corpo sono tutt’uno e desidera ardentemente preparare i suoi fratelli sofferenti all’opera salvifica del Medico Divino. In Giuseppe Moscati scienza e fede si fondono in un’unica vocazione, che fa di lui un insigne maestro, scienziato, dottore e santo. Ricordiamo che il prof Moscati, nel 1911, oltre a vincere il concorso al primo posto di Coadiutore presso gli Incurabili, vinse il concorso per il servizio di laboratorio nell’Ospedale Cotugno e quello per medico condotto di Napoli; nel 1919 rinunzia alla cattedra universitaria, resasi libera dopo la morte del prof. Malerba. Attraverso questi avvenimenti, frutto di profonde e consapevoli scelte del Santo, sembra quasi di sentire l’eco di ciò che si diceva all’inizio riguardo alla semplicità: “La semplicità è oblio di sé, è quiete contro ogni inquietudine, gioioso abbandono di sé contro ogni riflessione psichica, amore oblativo a Dio contro ogni amor proprio, sottomissione alla verità contro ogni presunzione…”.

Bagliori di luce e squarci di cielo sono le vite dei santi, che ci aiutano non solo con l’esempio delle loro straordinarie vite, ma con la loro continua intercessione attraverso la reale comunione esistente tra noi (Comunione dei Santi), ancora militi su questa terra e loro, ora eternamente appartenenti alla patria celeste: ci aiutano ad intraprendere, fortificare e perfezionare l’opera della nostra salvezza. Comprendiamo quindi così che la vita dei santi non è solo per noi un’interessante lettura, ma un momento propizio per iniziare e ricominciare ciò che non terminerà se non dopo aver raggiunto il traguardo della nostra vita: la sua pienezza in Cristo.

Concludiamo questa immersione nell’umanità santificata dei Santi con una frase presa da una delle estasi di Gemma Galgani: Se tutti gli uomini si studiassero di amare e conoscere il vero Iddio, questo mondo si cangerebbe in un paradiso, inducendoci a comprendere come nella nostra vita spirituale è più importante il numero delle volte che ci rialziamo, dopo una caduta, del numero di volte che cadiamo. Tutti sperimentiamo la triste eredità del peccato, e di quanto vuole esprimere la frase: “Video meliora proboque, deteriora sequor“: Comprendo quanto è migliore e lo approvo, ma spesso accondiscendo alle cose peggiori. Sappiamo però che il Signore Gesù è venuto tra noi proprio per risollevarci e non lasciare che il male ci travolga. A Lui rendiamo sempre Grazie!


Note

1. Emilio Andreoli, Rosario Livatino. Un martire della giustizia. Il Gesù Nuovo, 2011, pp. 296-300.
2. All’indirizzo

www.moscati.it/Ital3/Livatino_EA.html
3. Gemma Galgani, Autobiografia, Roma 1975, p. 254.

4. Ivi, p. 256.
5. Lettere di S. Gemma Galgani, ed. 1941, 7a, p.23.

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La semplicità di San Francesco

 

“Il Signore mi ha chiamato per la via della semplicità e dell’umiltà”. Con queste parole Francesco sintetizza la sua vocazione, la sua via personalissima di vivere il Vangelo.

Semplice si definisce in più occasioni lo stesso Francesco. Semplice la sua predicazione, persino davanti al Papa, e alla via della semplicità invita tutti i suoi frati. Forse oggi siamo tentati di considerare la semplicità solo come espressione di ingenuità, per non dire di ignoranza.
Possono sorprenderci allora le parole di Tommaso da Celano nel Memoriale, la sua seconda biografi a: “Il Santo praticava personalmente con cura particolare e amava negli altri la santa semplicità, figlia della grazia, vera sorella della sapienza, madre della giustizia. Non che approvasse ogni tipo di semplicità, ma quella soltanto che, contenta del suo Dio, disprezza tutto il resto”.
La semplicità è figlia della grazia, cioè dono, nasce dal dono – o meglio – da Colui che è dono, ma come può essere sorella della sapienza?
Lascio la parola ancora una volta a Francesco che così scrive in una bellissima preghiera, il Saluto alle virtù: “Ave, regina sapienza; il Signore ti salvi con tua sorella, la santa, pura semplicità”.
 La sapienza e la semplicità sono sorelle, un insegnamento che Francesco ripete più volte ai suoi frati nella Regola e anche nelle Ammonizioni come invito a privilegiare una scienza che si traduce nella concretezza di un agire nel mondo per gli uomini e con gli uomini e che non si accontenta di un sapere che allontana e separa e che vive solo delle sue parole.
La semplicità, in fondo, è la vera sapienza: “La pura, santa semplicità confonde ogni sapienza di questo mondo e la sapienza della carne”. Siamo al cuore del Vangelo, sapienza che confonde ogni nostra presunta sapienza. Così Tommaso può scrivere che la semplicità amata da Francesco è quella che “contenta del suo Dio, disprezza tutto il resto”. Qui è anche la gioia! “È la semplicità che in tutte le leggi divine lascia le tortuosità delle parole, gli ornamenti e gli orpelli, come pure le ostentazioni e le curiosità a chi vuole perdersi, e cerca non la scorza ma il midollo, non il guscio ma il nocciolo, non molte cose ma il molto, il sommo e stabile Bene”.
Spesso noi ci troviamo a cercare invece molte cose, non il Molto. Per Francesco questa è la vera ricchezza. Nella povertà delle cose impariamo la semplicità. “Tra gli altri doni e carismi che il generoso Datore concesse a Francesco, vi fu un privilegio singolare: quello di crescere nelle ricchezze della semplicità attraverso l’amore per l’altissima povertà” (Bonaventura, Legenda maior).

La semplicità, segreto della pace

La semplicità è una virtù esclusivamente cristiana, tanto che l’avremmo ignorata se nostro Signore non fosse sceso dal cielo per farcela conoscere. Essa è inseparabile dalla carità, anzi è un atto di carità puro e semplice che ha un fine solo, quello di raggiungere l’amore di Dio.
La nostra anima è semplice quando in tutto ciò che facciamo non abbiamo altro di mira che di amare Dio e di piacere a Lui.
La semplicità ci libera dall’inquietudine e dalle eccessive preoccupazioni perché cerca solo di fare contento Dio e le creature nella misura in cui lo richiede l’amore divino. Non si preoccupa perciò di ciò che gli altri possono dire o pensare, ma segue serenamente il proprio cammino. La vera semplicità che nostro Signore ci ha indicato e che tanto ci raccomanda ci porta a lasciarci guidare e condurre dallo Spirito di Dio senza riserva.
“Siate semplici come la colomba”, ci dice Gesù, ma non si ferma lì e aggiunge: “Se non vi rendete semplici come un bambino non entrerete nel regno del Padre mio”. Un bambino, finché è molto piccolo, vive in una grande semplicità : non conosce nessuno al di fuori della mamma, ha un amore soltanto ed è per la mamma, e in quell’amore ha una sola aspirazione, il seno della mamma: quando è lì, adagiato, non cerca altro.
Chi possiede la perfetta semplicità ha un amore soltanto, quello per Dio, e in quell’amore ha  una sola aspirazione: riposare sul petto del Padre celeste e lì, come un figlio d’amore, fissare la propria dimora, lasciando tutta la cura di se stesso al suo buon Padre, senza mai più mettersi in ansia per nessuna cosa, attento solo a mantenersi in quella santa fiducia.
Chi vive così, sollecito a piacere per amore all’Amante divino, non ha più né cuore né tempo per tornare su se stesso in ripiegamenti e riflessioni inutili, perché il suo spirito tende in continuazione dalla parte verso cui lo attira l’amore.
La semplicità ci rende così conformi al Signore Gesù che sull’albero della croce canta il suo più alto canto d’amore: “Padre nelle tue mani affido il mio spirito”. Infatti, mediante la semplicità gettiamo tutto il nostro cuore, le nostre aspirazioni, le nostre preoccupazioni e i nostri affetti nel seno paterno di Dio, nella certezza che Egli ci guiderà, anzi ci porterà dove ci vuole il suo amore.
Allora finisce ogni inquietudine e l’anima conosce la pace, allora ogni evento che ci può capitare viene accettato con quiete e dolcezza. Infatti, chi mai può scuotere o turbare chi si è posto nelle mani di Dio e riposa sul suo cuore, interamente affidato al suo amore?
Sii dunque costante nella determinazione di rimanere nella santa semplicità davanti a Dio mediante una intera e fiduciosa consegna di tutto te stesso a Lui e resta così, in quiete e serenità, senza volgere mai più lo sguardo su te stesso né su quanto può accaderti, acconsentendo semplicemente a ogni sua volontà. Questo amore semplice di confidenza e di affidamento di noi stessi a Dio comprende tutto ciò che possiamo desiderare per unirci a Dio.
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Cf. Trattenimenti spirituali, XII,l.2.15.16.18.19
C
onsigli spirituali diversi a Madre di Chantal, 1616 
Tratto da:
Sr. M. Franceschini, Monaca della Visitazione di Salò.
Breve guida spirituale secondo San Francesco di Sales
ELLEDICI 2009