Archivio mensile:luglio 2011

Detti sapienziali sul SILENZIO


Detti sapienziali sul SILENZIO

Gesù è stato generato dall’Amore del Padre, nel silenzio eterno
.
Ed è nel silenzio che Egli si è incarnato in Maria Vergine,

 per opera dello Spirito Santo.

Egli è cresciuto assai lentamente,
piccolo piccolo, nel grembo della Vergine Madre, nel silenzio.

E’ nato, nel silenzio della notte santa,
cullato dolcemente dal canto della ninna nanna e da quello degli Angeli.

E’ cresciuto nel silenzio della casa di Nazareth.
Nella sua vita pubblica Gesù cercava sempre il silenzio dei monti e del deserto
per parlare con il Padre.

…E Maria meditava tutto, nel silenzio del suo Cuore di Mamma e di credente in Cristo.

Il silenzio è mitezza: quando non rispondi alle offese,
quando non reclami i tuoi diritti, quando lasci a Dio la difesa del tuo onore.

Il silenzio è misericordia: quando non riveli le colpe dei fratelli,
quando perdoni, quando non giudichi, non condanni,ma intercedi nell’intimo.

– Il silenzio è pazienza: quando soffri senza lamentarti, quando non cerchi consolazione
 dagli uomini, quando sai attendere che il seme germogli lentamente.

– Il silenzio è umiltà: quando taci per far emergere i fratelli,
quando celi nel riserbo i doni di Dio, quando lasci che il tuo agire sia interpretato male,
 quando lasci agli altri la gioia dell’impresa.

– Il silenzio è fede: quando taci perché è Lui che agisce,
quando rinunci ai suoni e alle voci del mondo per stare alla sua presenza di pace,
quando non cerchi comprensione perché ti basta essere conosciuto/a da Lui.

Il silenzio è adorazione: quando abbracci la croce senza chiedere: “perché?”.

…Il silenzio è amore!…”Ma Gesù taceva (Mt 26,63).

“Poni, Signore, una custodia alla mia bocca, sorveglia la porta delle mie labbra (Salmo 140)”.

San Benedetto dedica un intero capitolo della sua Regola,
invitanto i suoi monaci ad amare il silenzio.

Egli cita subito il salmo 38: “Ho detto:
veglierò sulla mia condotta per non peccare con la mia lingua;  


ho posto un freno alla mia bocca mentre l’ empio mi stava dinanzi;
 sono rimasto in silenzio, mi sono umiliato, ho taciuto anche di cose buone”.

E poi egli cita anche il libro dei Proverbi:

“Nel molto parlare non eviterai il peccato”.

 E anche : “Morte e vita sono in potere della lingua”.

E perciò nella sua Regola Egli raccomanda assai il silenzio ai suoi monaci

e vuole che si conceda raramente il permesso di parlare.

“IL SILENZIO E’ NUTRIMENTO DELL’ ANIMA!”.

IL PERDONO DI ASSISI


COME OTTENERE L’INDULGENZA PLENARIA DEL PERDONO DI ASSISI
(Per sé o per i defunti)

 

Dal mezzogiorno del primo agosto alla mezzanotte del giorno seguente (2 agosto), oppure, col permesso dell’Ordinario (Vescovo), nella domenica precedente o seguente (a decorrere dal mezzogiorno del sabato fino alla mezzanotte della domenica) si può lucrare una volta sola l’indulgenza plenaria.


CONDIZIONI RICHIESTE:
 
1 – Visita, entro il tempo prescritto, a una chiesa Cattedrale o Parrocchiale o ad altra che ne abbia l’indulto e recita del “Padre Nostro” (per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo) e del “Credo” (con cui si rinnova la propria professione di fede).

2 – Confessione Sacramentale per essere in Grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti).

3 – Partecipazione alla Santa Messa e Comunione Eucaristica.

4 – Una preghiera secondo le intenzioni del Papa (almeno un “Padre Nostro” e un’“Ave Maria” o altre preghiere a scelta), per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.

5 – Disposizione d’animo che escluda ogni affetto al peccato, anche veniale.

Le condizioni di cui ai nn. 2, 3 e 4 possono essere adempiute anche nei giorni precedenti o seguenti quello in cui si visita la chiesa; tuttavia è conveniente che la Santa Comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Papa siano fatte nello stesso giorno in cui si compie la visita.
 

L’INDULGENZA: che cosa è?

 

I peccati non solo distruggono o feriscono la comunione con Dio, ma compromettono anche l’equilibrio interiore della persona e il suo ordinato rapporto con le creature. Per un risanamento totale, non occorrono solo il pentimento e la remissione delle colpe, ma anche una riparazione del disordine provocato, che di solito continua a sussistere. In questo impegno di purificazione il penitente non è isolato. Si trova inserito in un mistero di solidarietà, per cui la santità di Cristo e dei santi giova anche a lui. Dio gli comunica le grazie da altri meritate con l’immenso valore della loro esistenza, per rendere più rapida ed efficace la sua riparazione. La Chiesa ha sempre esortato i fedeli a offrire preghiere, opere buone e sofferenze come intercessione per i peccatori e suffragio per i defunti.
Nei primi secoli i Vescovi riducevano ai penitenti la durata e il rigore della penitenza pubblica per intercessione dei testimoni della fede sopravvissuti ai supplizi. Progressivamente è cresciuta la consapevolezza che il potere di legare e sciogliere, ricevuto dal Signore, include la facoltà di liberare i penitenti anche dei residui lasciati dai peccati già perdonati, applicando loro i meriti di Cristo e dei santi, in modo da ottenere la grazia di una fervente carità. I pastori concedono tale beneficio a chi ha le dovute disposizioni interiori e compie alcuni atti prescritti. Questo loro intervento nel cammino penitenziale è la concessione dell’indulgenza.
(C.E.l. – Catechismo degli adulti, n. 710)



COME SAN FRANCESCO CHIESE ED OTTENNE
L’INDULGENZA DEL PERDONO


Una notte dell’anno del Signore 1216, Francesco era immerso nella preghiera e nella contemplazione nella chiesetta della Porziuncola, quando improvvisamente dilagò nella chiesina una vivissima luce e Francesco vide sopra l’altare il Cristo rivestito di luce e alla sua destra la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. Francesco adorò in silenzio con la faccia a terra il suo Signore!
Gli chiesero allora che cosa desiderasse per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco fu immediata: “Signore, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. “Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande – gli disse il Signore -, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio Vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza”.
E Francesco si presentò subito al Pontefice Onorio III che in quei giorni si trovava a Perugia e con candore gli raccontò la visione avuta. Il Papa lo ascoltò con attenzione e dopo qualche difficoltà dette la sua approvazione. Poi disse: “Per quanti anni vuoi questa indulgenza?”. Francesco scattando rispose: “Padre Santo, non domando anni, ma anime”. E felice si avviò verso la porta, ma il Pontefice lo chiamò: “Come, non vuoi nessun documento?”. E Francesco: “Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento: questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”.
E qualche giorno più tardi, insieme ai Vescovi dell’Umbria, al popolo convenuto alla Porziuncola, disse tra le lacrime: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!”.
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La vera storia di Santa Maria Maddalena

Alcuni nostri parrocchiani mi hanno chiesto maggiori spiegazioni sulla parentela tra Santa Marta e Santa Maria Maddalena. Ho sempre sostenuto che sonoorelle, la loro parentela mi è stata sempre chiara, soprattutto ci sono documenti antichi che ne parlano. Negli ultimi secoli Gesù ha rivelato alla Beata Caterina Emmerick e a Maria Valtorta che effettivamente sono sorelle.

Questo dovrebbe fugare ogni dubbio, non è così per i modernisti che vogliono dividere le due sorelle per portare avanti strategie eretiche, di cui alle volte non ne è al corrente neanche satana…

Lasciamo perdere le teorie aggiornate, noi vogliamo seguire la verità del Vangelo e la sana Tradizione della Chiesa. Le nuove invenzioni teologiche non ci interessano, sono palesemente opposte agli insegnamenti di Gesù. Perché non ammettere la loro parentela? Non sono sufficienti neanche queste due mistiche di cui una è Beata?

Il testo che pubblico di seguito non è mio, l’ho trovato sul web e non viene indicato l’autore, ma ha riportato le rivelazioni alle due mistiche. Volevo scrivere un mio pensiero ma stamattina non ho tempo, chiaramente condivido pienamente il contenuto. Nelle mie catechesi ho sempre parlato della parentela delle due Sante, oggi vi mostro le rivelazioni di Gesù a due grandi mistiche, per avere la conferma direttamente dal Signore.

Ovviamente mai avrei scritto della loro parentela senza esserne pienamente sicuro. Quando agiamo in perfetta buonafede e vogliamo edificare tutti, vogliamo salvare le anime come vuole Gesù e non come decidiamo noi, lo Spirito Santo ci è sempre vicino e ci aiuta.

Padre Giulio Maria

La vera storia di Santa Maria Maddalena
C’era un malato, Lazzaro da Betània, il paese di Maria e sua sorella Marta. Maria era quella che aveva unto il Signore con profumo e gli aveva asciugato i piedi con i capelli; Lazzaro che era ammalato era suo fratello (Gv 11,1-2).
Uno dei personaggi sul quale è stata detta ogni falsità è Santa Maria Maddalena.
Questa donna meravigliosa è uno dei più importanti personaggi del Vangelo, ma è stata spesso male interpretata.
La Beata Anna Katharina Emmerick e soprattutto Maria Valtorta ci parlano della Maddalena in maniera particolareggiata.
È una delle sorelle di Lazzaro (un amico di Gesù); ma, al contrario di lui e di Marta, ella ha una conversione più spettacolare.
È personaggio più vicino al “figliol prodigo” e la sua storia è davvero poetica.
Questa donna ha infatti grandi doni, non ultima l’intelligenza, ma decide di lasciare la casa dei genitori e di seguire la cultura pagana.
Figlia di proprietari terrieri ebrei, molto ricchi, Maria comincia a frequentare gli ambienti dei sadducei e dei ricchi mercanti; mentre l’influenza della religione greco-romana le rovina la mente.
Si narra che fosse bellissima, colta e progredita; ma, come sappiamo, le religioni pagane pervertono uomini e donne, trasformando soprattutto queste ultime in oggetti di piacere…
Maddalena non era una prostituta che faceva il “mestiere” per vivere, visto che era benestante; era viziosa ed immorale, viveva una vita senza senso in cui le relazioni adulterine erano comuni.
La Valtorta descrive come, una volta, abbia avuto un’unione con un uomo sposato, causando grande disperazione nella sua famiglia.
In un altro frangente, la si vede vestita con un abito provocante mentre, incoscientemente, segue Gesù Cristo che parla alle folle.
Ma questo prima della sua conversione…
Essa è stata una delle conversioni più mirabili di tutta la cristianità. E credo che il suo esempio abbia portato innumerevoli conversioni simili alla sua (a dispetto dei benpensanti).
Attraverso la Maddalena, Gesù parla al mondo degli inconvertibili, degli impenitenti più duri, delle “donne e uomini perduti”.
Ci sono due opposte credenze, che sembrano entrambe sbagliate: quella di credere che Maria Maddalena sia una Santa di serie B (perciò si fa bene a non parlarne troppo) e quella che fa di lei un personaggio ambiguo.
La prima è di alcuni cattolici, religiosi e non, che affermano che non era neppure la sorella di Lazzaro (come se lui e Marta ci facessero brutta figura).
In questo modo, però, si nega la capacità redentrice di Gesù Cristo che, invece, può guarire tutti noi. E poi vi è una mancanza di onore per questa donna veramente Santa.
È innegabilmente uno dei personaggi più commoventi delle Sacre Scritture; e non meno amata da Gesù come spiega Lui stesso: “La persona a cui più si perdona amerà di più”.
La mancanza di amore verso la Maddalena, poi, ci costa anche l’averla persa… perché ideologi non meglio identificati, da decenni, ne hanno fatto un loro “feticcio”!
E qui arrivo alla seconda credenza: quella che la rende oscura e quindi più dedita al male che al bene. Il non aver dato esatto riconoscimento a Santa Maria Maddalena ha portato alcuni “storici” a studiarla meglio dei nostri teologi, cosicché è stata fatta diventare qualcos’altro.
Per i demolitori del Cristianesimo, essa è addirittura un simbolo di ribellione, una presunta nemica degli Apostoli ed Evangelisti (infatti dicono che abbia fatto cose che smentiscono il Vangelo, ma è tutto falso). Ed ora questo simbolo è usato dalle sètte come “alter ego” della Chiesa apostolica e avrebbe da narrare “un’altra verità”.
Mentre la vera Maria Maddalena riceveva dal Messia il compito di pregare per la Chiesa nascente, in eremitaggio e penitenza, e diveniva l’Apostola dell’adorazione al Sangue di Gesù (che lei vide).
Tutte le diffamazioni contro lei sono prive di fondamento storico; e la Beata Anna Katharina Emmerick, ma soprattutto Maria Valtorta, ci danno altre importanti nozioni su di lei.
Santa Maria Maddalena si consacrò totalmente a Gesù, e visse il resto della sua vita in castità, come hanno fatto tutti i Santi. La Maddalena consegnò al Cristo tutta la sua vita e divenne una delle più grandi eremite, viaggiando in varie zone dell’attuale Europa.
Dalle visioni avute dalla Beata Emmerick, Maria Maddalena dopo la Risurrezione di Gesù, viveva in caverne, offriva spiritualmente il Sangue del Salvatore per l’umanità e veniva comunicata dagli Angeli.
Visse varie decine d’anni dopo la morte e resurrezione del Messia; e, mentre Marta fondava una comunità di cristiane, a lei fu dato il compito di meditare ed espiare per sé e gli altri.
Maria, che venne catechizzata anche dalla Madonna, fu la prima discepola a vedere Gesù risorto. Ebbe effettivamente vari privilegi.
Nel Vangelo, il Messia la indica come persona di grande Fede e le raccomanda di usare il suo carattere forte per la causa di Dio.
Lei, che era stata così intrepida nella conoscenza del mondo e le sue falsità, diveniva così esempio di coraggio e spirito di sacrificio.
Della Maddalena, oltre alle menzioni del Vangelo, ci rimangono le testimonianze degli artisti che l’hanno rappresentata. Ed il suo nome, bellissimo, fu adottato sia da Sante che da donne comuni.
Il Rosario al Sangue di Cristo, a lei ispirato, è ancora oggi utilizzato come rimedio per le cause più disperate.
La veggente Maria Valtorta ci narra che, anche dopo la sua conversione, persone lascive cercassero di oltraggiarla seguendola nel suo viaggio dietro a Gesù e la Chiesa; ma le false luci del mondo che aveva abbandonato erano ormai spente al confronto della Luce Divina.
Le falsità su Santa Maria Maddalena sono presenti nel film “Il codice da Vinci” di Dan Brown, ma anche nelle teorie di molte sètte esoteriche (occulte, misteriose, magiche).

Messaggio del 25 Luglio 2011

 
 
“Cari figli, questo tempo sia per voi tempo di preghiera e di silenzio. Riposate il vostro corpo e il vostro spirito, che siano nell’amore di Dio. Permettetemi figlioli di guidarvi, aprite i vostri cuori allo Spirito Santo perchè tutto il bene che è in voi fiorisca e fruttifichi il centuplo. Iniziate e terminate la giornata con la preghiera del cuore. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

Fonte Medjugorie h.r.
                                                                        

                                                          

L’amicizia spirituale secondo Aelredo di Rievaulx


Una profonda e originale indagine sull’amicizia umana e spirituale come una strada verso la pienezza dell’amore cristiano.

24-02-2010 di José Rovira
Fonte:
Unità e Carismi

Un modo di vivere l’amore di Dio per un cristiano è sicuramente l’amicizia spirituale. Basta pensare che nella Parola di Dio l’amicizia ci viene presentata come un dono divino (un chàrisma);

Dio premia il giusto dandogli un amico: “Un amico fedele è una protezione potente, chi lo trova, trova un tesoro. Per un amico fedele non c’è prezzo, non c’è peso per il suo valore. Un amico fedele è un balsamo di vita, lo troveranno quanti temono il Signore” (Sir 6, 14-16).

Gesù, poco prima della sua passione e morte, cosciente che il tempo che gli restava per stare con i suoi era ormai quasi scaduto, volendo lasciare loro quelle parole-testamento che nascono dal profondo del cuore e che non dovranno mai più essere dimenticate, si manifestò loro come un amico tra amici: l’icona dell’amico. Non come un fratello, perché tra fratelli ci può essere sicuramente amore, ma anche disistima, indifferenza, persino odio; tra amici no, sarebbe una contraddizione.

Queste furono le sue parole: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi…” (Gv 15, l3-16).

Parole in cui troviamo tutti gli elementi tipici dell’amicizia: la scelta, il numero ridotto, la confidenza, l’apertura totale, l’essere disposti a dare la vita per l’altro. Quando Dio si è fatto come uno di noi, in carne e ossa, e ha voluto esprimersi in un modo intelligibile alla nostra esperienza umana, ci ha detto che era un amico fedele fino alla morte.

Nella storia della Chiesa sono stati molti, sin dai primi tempi, coloro che hanno vissuto questa esperienza umano-divina dell’amicizia.

Ricordiamone alcuni più conosciuti: Agostino, Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Teresa d’Avila, Carlo de Foucauld, Pio da Pietralcina, ecc., tanto per limitarci a qualche esempio e a cristiani riconosciuti dalla Chiesa come santi o beati, cioè, modelli sicuri. Ma, ne potremmo citare molti di più. E poi ci sarebbe l’infinito numero di altri cristiani, famosi o non, dei secoli passati o dei nostri giorni, anche se non hanno avuto, almeno finora, il riconoscimento ufficiale della loro santità.

Vorrei soffermarmi ora su un caso particolarmente significativo: il beato Aelredo di Rievaulx, abate cistercense. È un caso speciale perché, caso rarissimo nella storia della spiritualità cristiana, soprattutto della Vita consacrata, scrisse tutto un libro sull’amicizia tra i suoi monaci come cammino verso la santità: De spiritali amicitia (Sull’amicizia spirituale)1. Ricordarlo noi, che veniamo da un’epoca in cui soltanto nominare il tema dell’amicizia nella vita comunitaria faceva pensare alle peggiori conseguenze spirituali e morali, è quanto mai importante2.

L’amicizia spirituale , riscritto e completato verso il 1160, per rispondere alle richieste dei suoi monaci, è quindi una vera seconda parte de Lo specchio. In quest’ultimo si parla dell’amore di Dio; in quello, dell’amore al prossimo. È formato da tre dialoghi o libri. Fu largamente imitato, copiato e sunteggiato da autori medioevali. Aelredo cerca di dare un’impostazione teologica all’amicizia umana. Le fonti dell’opera sono: il Lelio di Cicerone, la Bibbia, i Padri (tra i quali, Agostino è il preferito, e poi Bernardo, Ambrogio, Gerolamo) e Lo specchio12.

Passiamo ora a vedere le principali affermazioni di Aelredo ne L’amicizia. Dopo un breve Prologo, in cui racconta di aver letto il Lelio già prima di essere monaco e di aver cercato di vivere cristianamente l’amicizia, aiutato della lettura della Bibbia e dei Padri (nn. 3-6), cominciano i tre libri.

 Libro I: Natura e origine dell’amicizia

 Il dialogo tra Aelredo e Ivo, un novizio, comincia con la sintesi della sua visione umano-cristiana dell’amicizia: “Aelredo: Eccoci io e tu e, lo spero, terzo tra noi Cristo” (I 1)13. Eco delle parole di Cristo: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 20). È chiaro dunque, sin dal principio, che, sebbene terrà conto di Cicerone, l’amicizia non potrà giungere alla sua pienezza se non dentro una visione e un’esperienza cristiana. Cicerone sarà come il pedagogo che condurrà fino a un certo punto verso Cristo; ma, l’amicizia perfetta la si potrà soltanto raggiungere in Cristo. Ivo chiede allora di sapere cosa sia l’amicizia (I 5) e, più teologicamente, come essa debba essere intesa: “Tra noi cominci in Cristo, si sviluppi in Cristo e ponga in Cristo il suo fine e la sua perfezione” (I 8; cf. II 20)14.

Già nel primo dialogo e fin dall’inizio del medesimo, Cristo appare come la chiave per capire l’amicizia cristiana. Due volte ripete tutta la spiegazione: l’amicizia spirituale nasce in Cristo, si conserva nella conformità con Lui, ha Lui come fine e perfezione (I 8); o, come dirà poco più avanti, nasce in Cristo, cresce in Cristo, termina in Cristo (I 10). E, se l’amicizia deve essere “cristiana”, non può non essere “trinitaria”, perché Cristo è immagine del Padre, Sua Parola, e il Loro amore è stato comunicato a noi dallo Spirito Santo (cf. Rm 5, 5; 2 Pt 1, 4). Perciò si potrà dire che l’amicizia umana, vissuta cristianamente, è un riflesso in questo mondo dell’amore intra-trinitario.

La definizione di amicizia, dunque, data da Cicerone15 non basta, perché non ha conosciuto Cristo. Aelredo dà una sua prima definizione: “L’amicizia è quindi quella virtù che lega gli animi con una dolce alleanza d’amore e di più cose fa un’intima unione” (I 21).

Chiarisce subito che carità e amicizia non s’identificano. L’orizzonte della carità è più vasto, perché ci obbliga ad amare anche i nemici e non esige la confidenza e reciprocità che, invece, suppone l’amicizia:

 “Amici invece sono solo coloro a cui non temiamo di aprire il nostro cuore e ciò che vi è in esso. Ed essi a loro volta si stringono a noi con la stessa legge sicurissima della fedeltà” (I 32).

Neanche qualsiasi amicizia umana è vera amicizia. Lo è solo l’amicizia spirituale, cioè, quella che ha luogo tra i buoni. Infine, Aelredo così riassume e completa la definizione ciceroniana: “L’amicizia spirituale tra i buoni sorge da somiglianza di vita, di costumi e desideri, cioè è accordo nelle cose divine e umane con benevolenza e carità. Definizione che mi pare sufficiente ad esprimere l’amicizia, qualora si intenda la carità secondo il nostro modo” (I 46-47).

Cioè, come vita divina in noi (1 Gv 4, 8.16; Rm 5, 5; 2 Pt 1, 4), l’amicizia cristiana dunque è la forma più perfetta della carità, anche se la carità – come dicevamo – ha un orizzonte più vasto, perché non si limita al suo frutto più perfetto. In conseguenza, l’amicizia umana vissuta in caritate (secondo ciò che significa e suppone l’amore cristiano) è il vero traguardo, il più sublime, sia dell’amore in genere che dell’amicizia umana stessa.

La sorgente dell’amicizia è la natura; poi l’esperienza non ha fatto altro che accrescere questo sentimento; e, infine, l’autorità della legge lo ha regolato (I 51). Iddio, facendo l’uomo socievole (Gn 2, 18), ha messo nel suo cuore la base della carità e dell’amicizia sin dall’inizio (I 57). Purtroppo, il peccato fin dal principio ci ha fatto distinguere tra carità e amicizia, poiché a tutti, compresi i nemici, dobbiamo carità ma l’amicizia è possibile soltanto tra i buoni, non con i cattivi (I 58-59).

In conclusione, se l’amicizia vera si trova solo fra coloro che si amano secondo virtù, si può dedurre che, se Dio è amore, Dio è amicizia? Aelredo non accetta né rifiuta la risposta affermativa: “È una espressione non usata, né ha l’appoggio specifico della Scrittura. Tuttavia ciò che viene scritto della carità non dubito di applicarlo all’amicizia, perché: chi vive nell’amicizia, vive in Dio e Dio in lui (1 Gv 4, 16)” (I 69-70).

Più tardi, san Tommaso d’Aquino concepirà, invece, tutta la vita spirituale del cristiano come un certo rapporto di amicizia soprannaturale con Dio. E santa Teresa d’Avila vedrà la vita di preghiera come un discorrere di amicizia restando spesso da soli con Colui che sappiamo ci ama16. Aelredo dunque lo pensa, ma non osa dirlo apertamente.

 Libro II: Vantaggi, limiti e meta dell’amicizia

Il nuovo colloquio si svolge fra Aelredo, Gualtiero e poi Graziano, parecchi anni dopo il primo. Il maestro comincia con un commosso ricordo dell’amico Ivo (II 5-6), ora morto.

Vantaggi dell’amicizia
Aelredo inizia facendo il più grande elogio dell’amicizia: “Quaggiù non c’è nulla di più santo da desiderare, nulla di più utile da cercare, nulla più difficile da trovare, niente più dolce da provare, niente più fruttuoso da conservare dell’amicizia” (II 9)
.
Più ancora: “Essa dà sapore a tutte le virtù; con la sua forza reprime i vizi: tempera le avversità e modera la prosperità; così tra i mortali nulla può essere piacevole senza un amico. Si può paragonare ad una bestia chi non abbia uno con cui gioire nelle ore liete e piangere nelle tristi; uno con cui sfogare ciò che pesa nel cuore, a cui comunicare le idee straordinarie e sublimi che gli venissero. ‘Guai a chi è solo: quando cade non avrà chi lo sollevi’ (Qo 4, 10). Ed è proprio solo, chi non ha un amico” (II 10-11).

Non si poteva dire di più: non è umana la vita di colui che non ha un amico! E non dimentichiamo che sta parlando a monaci e sulla vita monastica. E non parla di un affetto (l’amicizia) rivolto a tutti in genere; del resto sarebbe impossibile in un monastero con centinaia di membri.

E aggiunge: “Quale felicità, invece, quale sicurezza e gioia avere uno ‘con cui parlare come a te stesso’ (cf. Cicerone, Laelius, cit., p. 22); uno a cui non temi di confessarti se sei caduto; cui non arrossisci di rivelare i progressi nelle cose spirituali, uno al quale puoi affidare tutti i segreti del cuore e scoprirne i progetti!

Che c’è di più bello che unire cuore e cuore, fare di due una sola cosa, senza temere violenza, senza sospetti? Senza che uno si lamenti d’essere corretto dall’altro, e l’uno debba rimproverare l’altro di lodare per adulazione….

‘L’amico, dice il Sapiente (Sir 6, 16), è una medicina di vita’. Come è vero! Non c’è infatti medicina più forte o più efficace o più eccellente per le nostre ferite, in tutte le cose terrene, che avere chi soffra con noi in ogni sventura, e goda nei successi. Così che, come dice l’Apostolo (Gal 6, 2), ‘unendo le loro spalle portano insieme i loro pesi, o meglio ognuno trova più leggera l’offesa fatta a sé che quella fatta all’amico’.

L’amicizia rende dunque la prosperità più splendida e l’avversità più leggera (Cicerone, op. cit., p. 22), dividendola un po’ ciascuno. L’amico è dunque la medicina migliore della vita…, l’amico è necessario….

Per questo gli amici, come dice Cicerone (Cicerone, op. cit., p. 23), anche lontani sono presenti, anche poveri sono ricchi, anche se invalidi sono robusti e, quel che è ancora più difficile, anche morti sono vivi.

L’amicizia è dunque la gloria dei ricchi, la patria degli esuli, la fortuna dei poveri, la medicina dei malati, la vita dei morti, il vigore dei sani, la forza dei deboli e il premio dei robusti. È così grande l’amore, il ricordo, la lode e il desiderio che si ha degli amici (Cicerone, op. cit., p. 23), che la loro vita è giudicata degna di lodi e la loro morte preziosa.

Ancor più, l’amicizia è un gradino prossimo alla perfezione che consiste nell’amore a Dio e del prossimo; in modo che l’uomo da amico dell’uomo diviene amico di Dio: come dice il Salvatore nel vangelo (Gv 15, 15), ‘Ormai non vi dico più servi, ma amici'” (II 11-14).

Ma, in quale senso “l’amicizia è la migliore scala alla perfezione” (II 15), o “l’amicizia è un gradino all’amore e alla conoscenza di Dio”? (II 18). Di nuovo Aelredo distingue fra carità e amicizia: la carità si rivolge a tutti e, con essa, la benevolenza e la beneficenza.

L’amicizia, invece, suppone corrispondenza, reciprocità e intimità, confidenza, che non vengono esigite dalla carità giustamente vissuta.


In altre parole, l’amicizia cristiana è sempre carità; ma, la carità non sempre si manifesta come amicizia. Proprio per questo, però, l’amicizia appare come la migliore realizzazione della carità, perché aggiunge alla carità in genere, degli elementi più profondi e personali di comunione (cf. II 18-20).

E, in tutto questo, Cristo è il centro dell’amicizia per due ragioni: perché è Lui a promuovere, ispirare e perfezionare l’amicizia umana vera, e perché Lui stesso ci si è presentato come amico da amare (II 20). Così, l’amico che ama l’amico: “nello spirito di Cristo, diventa con lui un solo cuore e una sola anima (cf. At 4, 32).

 E, salendo i gradini dell’amore verso l’amicizia di Cristo, diventa un solo spirito con lui, in un mistico bacio (II 21).

Bacio spirituale, non fatto di contatto fisico, ma di affetto del cuore; non unendo le labbra, ma mescolando gli spiriti (III 26); gli amici credono di essere “quasi un’anima sola in diversi corpi” (II 26). L’amicizia umana è così un cammino verso l’amicizia con Cristo; e l’amicizia spirituale diventa un dono dello Spirito, un carisma.

Limiti e meta dell’amicizia

L’amicizia – dicono Grazia

no e Gualtiero – non significa, però, un’identità di volontà con l’amico fino al punto di peccare, né ricambiare ogni servizio o beneficio, né comportarsi con lui come con se stesso (II 28-31).

E Aelredo aggiunge: “Cristo stesso ha stabilito il confine dell’amicizia dicendo: ‘Nessuno ha amore più grande di chi dà la vita per coloro che ama’ (Gv 15, 13). Ecco fin dove deve tendere l’amore tra amici, che vogliano morire uno per l’altro” (II 33).

Il confine positivo dunque è morire per l’amico, dare per lui la vita; il confine negativo è di mai peccare per compiacere l’amico (II 69).

Il confine è chiaro: non è quello della semplice identità con l’amico, bensì quello tra il bene e il male. Ecco perché, l’amicizia vera non può esistere tra i cattivi o i pagani; ma, soltanto: “Può sorgere tra i buoni, progredire tra i migliori, consumarsi tra i perfetti” (II 35-41).

Questo, però, non significa che l’amicizia sia possibile solo tra i perfetti, ma sì tra coloro che hanno percorso ormai un certo pezzo di strada e continuano a correre verso la perfezione, anche se ancora non l’hanno raggiunta.

 Libro III: La “grammatica” dell’amicizia

Il dialogo ha luogo all’indomani di quello precedente e con gli stessi interlocutori. Ha un carattere eminentemente pedagogico e usa ampiamente le osservazioni di Cicerone. Comincia con un preambolo: qual è la fonte o la sorgente dell’amicizia? La risposta è un po’ diversa da quanto ha detto nel Libro I, perché suppone ormai quanto finora detto: “La fonte e la sorgente dell’amicizia è l’amore: infatti ci può essere amore senza amicizia, ma non amicizia senza amore” (III 2). Un amore che, per essere spirituale, dovrà trovare il suo solido fondamento nell’amore di Dio e le sue esigenze (III 5). Si ritorna alla base: la carità cristianamente intesa; questa sarà la fonte di una amicizia giusta.

E si domanda di nuovo: dobbiamo ricevere nella nostra amicizia tutti quelli che amiamo? No, risponde, perché non tutti ne sono capaci: si deve amore a tutti, ma non amicizia.

Per trovare la persona capace di amicizia perfetta, bisognerà salire quattro gradini:

“Il primo è la scelta (electio), il secondo la prova (probatio), il terzo l’accettazione (admissio), il quarto è il perfetto accordo (summa consensio) sulle cose divine e umane con carità e benevolenza” (III 8).

Poi approfondisce, riassumendo praticamente nella “scelta” e nella “prova” i quattro gradini.

Riguardo alla “scelta”, non va fatta con facilità, perché certi difetti rendono poi difficile l’amicizia.

Vanno evitati: gli iracondi, a meno che non si sforzino di vincersi; una volta, però, fatta amicizia, vanno tollerati e rimproverati (III 15-18).

Anche gli instabili e sospettosi, perché non hanno fedeltà, pace, fiducia (III 28-29). I chiacchieroni (III, 30).

Infine, gli scandalosi, traditori, impuri, avari, ambiziosi e criminali (III 23-25, 28-30, 46, 59).

Anche se, realista come è, Aelredo dice che bisogna escludere solo gli incorreggibili. Perciò la correzione fraterna ha una parte importante nella pedagogia dell’amicizia, secondo lui. Ma, se questi difetti appaiono una volta iniziata l’amicizia? Va usata ogni cura perché si correggano; non ci si deve allontanare dagli amici, a meno che non succedano delle grandi offese,e, casomai, pian piano (III 40-41).

Con l’ex-amico, poi, va mantenuta ad ogni modo la carità (III 44). La scelta dell’amico, per ultimo, deve cadere su uno che non sia troppo dissimile nel modo di vivere o troppo differente di carattere (III 30, 54-59).

Per quanto concerne la “prova”, nell’amico si debbono provare quattro cose (III 60-73): la fedeltà, perché è nell’avversità che si vede il vero amico; l’intenzione, per vedere cosa lui cerca in te; il criterio, cioè, il modo di pensare e giudicare, per capire cosa si debba dare o chiedere all’amico; la pazienza, per non addolorarlo, né fargli perdere l’amicizia.


E sulla “pratica” dell’amicizia, Aelredo avverte che gli amici siano tra loro semplici, comunicativi, arrendevoli e appassionati delle medesime cose. Si guardino dal sospetto. Siano amabili, sereni. Creino una certa uguaglianza, se uno è superiore all’altro in qualcosa (III 88-97).

Siano generosi e benevoli, solleciti l’uno dell’altro, preghino vicendevolmente, soffrano e gioiscano l’uno per l’altro (III 99-102). Non dimentichino che il rispetto e la riservatezza sono ottimi compagni dell’amicizia; anche se questo non toglie che gli amici, proprio perché ognuno vuole il bene dell’altro, si devono ammonire e persino rimproverare, usando magari dolcezza e moderazione (III 102-108): “Nessuna esitazione dunque tra amici, nessuna finzione, che ripugna moltissimo all’amicizia. All’amico si deve dire la verità; senza di essa il nome di amicizia non vale più nulla” (III 109).

Alle volte sarà forse doverosa la dissimulazione, cioè, saper differire la pena o la correzione, senza approvare internamente la mancanza, a seconda del luogo, del tempo e delle persone; ma, mai tollerare la simulazione, cioè, consentire a qualcosa di inaccettabile (III 110-112).

Riguardo alle cariche e agli onori, va seguita sempre la ragione, non il sentimento; cioè, vanno affidati a coloro che vediamo più atti a portarli. Ma, se la virtù è pari “non disapprovo che l’affetto faccia il suo gioco” (III 114-116). Nessuno dunque pensi di non essere amato perché non è promosso: il Signore amava di più Giovanni, e ciò nonostante affidò la Chiesa a Pietro (III 117).

Poi, Aelredo racconta due delle sue esperienze di profonda amicizia. Qui si vede come le sue teorie non sono altro che il risultato della sua esperienza personale (III 126-127).

Congedandosi, l’abate ricorda che, chi non ama se stesso, non può amare un altro: perché l’amore di se stesso è la regola con cui ordinare l’amore del prossimo (cf. Lv 19, 18; Mt 22, 39). Perciò bisogna cominciare da se stessi a operare il bene e a purificarsi (III 128-129).

 Conclusione

In conclusione, l’amicizia è possibile, anzi necessaria, anche tra i monaci. Partendo dalla sua base umana, deve essere vissuta secondo il modello che è Cristo con i suoi discepoli, e in tensione verso la pienezza dell’amore di Dio. Senza dimenticare che in questo mondo l’amicizia non è possibile con tutti, lo sarà però nell’eternità (III 133-134).
Nel maestro Aelredo, la storia umana, cristiana e monastica, ci ha lasciato una testimonianza quanto mai ricca di amicizia vissuta e approfondita, una sintesi di vita e pensiero, di ricchezza umana e soprannaturale. Un esempio anche per noi, uomini e donne, cristiani e religiosi del ventunesimo secolo.

NOTE

1 Aelredo Di Rievaulx, L’amicizia spirituale, Introduzione, traduzione e note di Domenico Pezzini, Ed. Paoline, Milano 1996.
2 A questo proposito, vorrei segnalare un articolo recente sul tema dell’amicizia nella vita consacrata: J. Rovira, L’amicizia nella Vita Religiosa secondo i principali documenti del Magistero recente. Dal Concilio Vaticano II al “Ripartire da Cristo”, in “Vita Consacrata”, 43 (2007). Su Aelredo si è scritto molto, anche di recente. Si veda, ad esempio, H. Thibout De Morembert, Aelredo di Rievaulx, in Dizionario degli Istituti di Perfezione (DIP), I, Ed. Paoline, Roma 1974, coll. 126-128; J.L. Lekai, Rievaulx, in DIP, cit., VII, Roma 1983, coll. 1714-1715; A. M. Fiske, Friends and friendship in the Monastic Tradition, Centro Intercultural de Documentación, Cuernavaca, México 1970; M. Powicke, The Life of Aelred of Rievaulx by Walter Daniel, Oxford 1978; P.M. Gasparotto, La amistad cristiana según Aelredo de Rievaulx (1110-1167), Universidad Pontificia de México, México 1987; B.P. McGuire, Friendship and Community. The monastic experience, 350-1250, Cistercian Publications, Kalamazoo 1988, pp. 296-338; R. Wanner, Aelred of Rievaulx; Twelfth-Century Answers to Twentieth-Century Questions, in RfR,46 (1987), pp. 914-930; A. Montanari, L’amicizia nei monasteri cistercensi del XX secolo, in “Rivista Cistercense”, 14 (1997), pp. 255-290; M. Baldini, La storia dell’amicizia, Armando, Roma 2001; B. Olivera, Amistades transfiguradas. Amigos y amigas por el Reino, Madrid 2000; Id., Amistades heterosexuales, in AA.VV., Suplemento al Diccionario Teológico de la Vida Consagrada, Publicaciones Claretianas, Madrid 2005, pp. 28-54; J.M. Gueullette, L’amitié une épiphanie, Cerf, Paris 2004, pp. 105-166, 204-211.
3 M.T. Ciceronis, Laelius, seu de amicitia.
4 Cf. P.M. Gasparotto, op. cit., p. 27.
5 Si è parlato anche della sua psicologia, cf. McGuire, op. cit., pp.302-304, 307, 331-333), M. Powicke, op. cit.,LXV), A. Montanari, op. cit., p. 281); si veda anche C. Nardi, L’eros nei Padri della Chiesa, Montespertoli 2000, pp. 104-117; J. Boswell, Cristianesimo, tolleranza, omosessualità, Milano 1989, pp. 275-279; B.P. McGuire, Sexual Awareness and Identity in Aelred of Rievaulx (1110-1167), in “The American Benedicine Review”, 45 (1994), pp. 184-226; J.M. Gueullette, op. cit., pp. 245-252.
6 Cf. Introduzione al volume Aelredo di Rievaulx, Lo specchio della Carità, a cura di P. – M. Gasparotto, Edizioni Cantagalli, Siena 1985.
7 Cf. Aelredo Di Rievaulx, L’amicizia spirituale, cit., p. p. 30.
8 Cf. Id., Lo specchio della Carità , cit., III, pp. 109-113.
9 Cf. Ibid., p. 7.
10 Cf. P. Lain Entralgo, Sobre la amistad, Revista de Occidente, Madrid 1972, pp. 78-79.
11 Aelredo di Rievaulx, Lo specchio della carità, cit., III, p.111.
12 A continuazione, i numeri romani si riferiranno alle varie parti o libri dell’opera; e i numeri arabi a quelli dell’edizione critica a cui si adatta il Gasparotto nella terza edizione dell’opera. Si veda anche Aelredo Di Rievaulx, L’amicizia spirituale, cit., pp.54-77.
13 Aelredo Di Rievaulx, L’amicizia spirituale, cit., I 1: “Ecce: ego et tu, et spero tertius inter nos Christus”.
14 Ibid. (I 8): “In Christo inchoatur, per Christum promovetur, in Christo perfecitur”.
15 Laelius, seu de amicitia, cit., 6, 20: “L’amicizia non è altro che un perfetto accordo nelle cose divine e umane, accompagnato di benevolenza ed affetto” (“Est enim amicizia nihil aliud, nisi omnium divinarum humanarumque rerum cum benivolentia et caritate consensio”).
16 Si veda quanto dirà dopo San Tommaso D’Aquino: “L’amicizia è quanto vi è di più perfetto tra ciò che concerne l’amore. È in questo genere supremo che bisogna porre la carità, che è una certa amicizia dell’uomo con Dio mediante la quale l’uomo ama Dio e Dio l’uomo. E così si compie una certa associazione dell’uomo verso Dio, come è detto in Giovanni (1 Gv 1, 7)” (III Sent. Dist. 27 q. 2 a. 1). Anche più tardi, nella Somma, ripeterà che la è carità una specie di amicizia (amicitia quaedam) dell’uomo con Dio (cf. STh II-II q. 23 a. 1c). Cf. S. Teresa D’Avila, Vita, 8, 2.

23 Luglio : Santa Brigida di Svezia Religiosa

 
 
… convertimi totalmente a Te Gesù
 perché il mio cuore sia perpetua abitazione di Te 
e la conversione mia Ti piaccia e Ti sia accetta, 
ed il termine della mia vita sia lodevole,
 per lodarTi insieme con tutti i Santi in eterno. 
Amen
(dalla 15^ orazione di Santa Brigida)
 
 
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Preghiera a S. Brigida

Preghiera a S. Brigida

Con cuori confidenti a te ci rivolgiamo, S. Brigida,
per domandare in questi tempi di oscurità
e di miscredenza la tua intercessione in favore
di quelli che sono separati dalla Chiesa di Gesù Cristo.
Per la chiara cognizione che tu avesti dei
crudeli patimenti del nostro Crocifisso Salvatore,
prezzo della nostra redenzione, ti supplichiamo di ottenere
la grazia della fede a coloro che sono fuori dell’unico ovile,
cos
ì
che le disperse pecorelle possano ritornare all’unico
vero Pastore. Per Cristo nostro Signore.
Amen.

S. Brigida, intrepida nel servizio di Dio, prega per noi.
S. Brigida, paziente nelle sofferenze e nelle umiliazioni, prega per noi.
S. Brigida, mirabile nell’amore verso Gesù e Maria, prega per noi.

Pater, Ave, Gloria.

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