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30 – GIORNO- MESE DEL SACRO CUORE- Dagli scritti di S. MARGHERITA M. ALACOQUE

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GIORNO XXX.

I. Trionfo del sacro Cuore nell’annientamento della Santa.

– Nostro Signore disse una volta con voce piena di autorità all’umile sua serva: Io ti renderò sì povera, sì vile, sì abbietta negli occhi tuoi, e ti distruggerò a segno nel pensiero del tuo cuore, che potrò edificar me sopra il tuo niente. Sotto l’impressione delle quali parole ella proruppe in questi sublimi ac­centi: « Tutto a maggior gloria del sacro Cuore del Signore nostro Gesù Cristo! O sommo mio Bene, fate che non iscriva io nulla se non per vostra gloria e per mia maggior confusione! Bisogna che io mi spenga ed annienti per viver povera, sconosciuta, nascosta nel sacro Cuore del Maestro mio divino, dimen­tica, e spregiata dalle creature; perchè quel sacro Cuore vuole fondare il suo regno sulla distruzione e nell’annientamento di me medesima. Che dolce piacere per me l’an­nientarmi per far lui regnare! L’adorabile Cuore del Salvator mio si serve di un sog­getto più atto a distruggere un sì gran di­segno che a promuoverlo; ma è a fine che tutta la gloria ne sia data al sovrano Mae­stro, e non allo strumento, ond’ egli si ser­ve del medesimo fango usato da lui ad avvivare gli occhi del cieco nato.

Io mi delizio nel dolce pensiero che non avendo questo amabile Salvatore potuto trovare soggetto più povero, più vile, più meschino e più indegno di me per tale opera che a lui deve arrecar tanta gloria, mi ha scelta con intendimento di fornir egli tutti gli aiuti necessarii.

« La verità è che io sono un puro ostacolo ad ogni bene ed un composto di tutte le miserie di corpo e di spirito. So­stegno della mia fiacchezza è che il Signore si piace di glorificare, l’infinita sua mi­sericordia nei soggetti più miserabili. I peccati miei mi rendono indegna di far alcun servigio a quel Cuore divino autore di ogni santità. Ohimè! quale ho ragione di temere che per le mie grandi infedeltà ed ingratitudini io mi sia posta ostacolo allo stabilimento del suo regno! Questo mi fa desiderare di essere piuttosto da lui ster­minata mille volte, dalla faccia della terra, senza riguardo veruno amici interessi di quello che riuscire del minimo impedimento ai suoi disegni ».

II. Giudizio che portava di sé la Santa.

– Il mio adorabile Signore mi tiene per l’eccesso, di sua misericordiosa bontà così annientata nel mio spirito, alla vista di un essere del tutto rovinato e spoglio di ogni bene spirituale, che io non so abba­stanza meravigliarmi, non solo che altri si degni di prestare ancor qualche fede a così rea creatura, ma che possa pur risovvenirsi di lei. Io non sono che un’ipocrita, la quale inganna le creature con una mendace ap­parenza di devozione. Giammai non vi fu la più ingrata, infedele e malvagia di me, puro impasto di superbia e di malizia che si oppone alla bontà di lui colle proprie resistenze a’ suoi divini voleri, colle proprie freddezze al suo amore, le quali mi ren­dono al suo servigio sì fiacca che mi pren­de orrore di me stessa, considerando la vita che meno, tutta di sensi e piena di peccati.

« Io mi vedo in gran bisogno di umi­liarmi; ma non so come farlo, non iscor­gendo niente al di sotto di me, che sono un puro niente, peccatore. Chiedete la mia perfetta conversione al sacro Cuore del­l’ amabil Salvator nostro che non si stanchi la sua bontà di attendermi a penitenza; ma sopra tutto che non mi privi di amarlo nella eternità, colpa il non averlo amato nel tem­po. Ecco il rigoroso castigo che io pavenio, il resto non mi fa impressione alcuna.

« Vi posso assicurare che mi vedo sì lungi dalla purità d’intenzione cui Dio vuole da me, da parermi che tutte le mie azioni mi condannino. Se sapeste quanto è grande la mia malizia e quanto rende alla qua bontà ingiuriosa la mia vita, gliene doman­dereste perdono. Fatelo, ve ne scongiuro. Io penso che nessuno abbia maggiori motivi di me per temere della propria salite, tanto io mi veggo cattiva ed infedele al mio Dio: non iscorgo in me niente che non pia meritevole di eterno castigo. Lodate il Si­gnore che io non sia già per la moltitudine de’ miei peccali subissata nell’ inferno ».

« La mia vita sinora fu a Dio tanto ingiuriosa, che io metto nel numero delle sue più grandi misericordie quella di farmi patire quaggiù. Per questo mezzo io spero scontare qualche cosa del gran debito con­tratto co’ miei peccati. Confesso che il nostro buon Dio mi tratterebbe, giustamente abbandonandomi a tutti i rigori della sua divina giustizia; ma egli vuole ancora la­sciarmi alcun tempo per esercitare la carità delle nostre sorelle e darmi agio di piangere le mie colpe e di cominciar tutto di nuovo a patire, se può appellarsi patire la ventura di partecipare alla croce del Salvatore.

« Oh quanto è duro il vivere non aman­do il sommo Bene e non patendo per questo amore! L’amore domanda le opere, e io non ho che parole pel bene ed opere pel male.

« Se sapeste quanto io mi senta lontana da ciò che dev’ essere una vera figlia di Santa Maria, che ha da porre ogni studio in rendersi vera copia del crocifisso suo Sposo! Parmi fino che colle mie infedeltà io provochi tutte le disgrazie cui veggo accadere, ciò che mi è una specie di con­tinuato martirio. E non arrivo a compren­dere come mi possano tollerare, tanto mi scorgo priva di tutto. Vorrei che tutte le creature fossero animate di un santo zelo per trattarmi come una rea di lesa Maestà divina.

« Il mio rammarico per tanti orribili miei delitti contro Dio fa che mi offerisca di continuo alla sua divina bontà per patire tutte le pene che ho meritato. Accetto an­cora le pene dei peccati nei quali senza il soccorso della grazia sarei caduta. Ma il mio maggior supplizio è di non potere in me punire le ingiurie fatte al mio Salvatore nel suo santissimo Sacramento ».

III. Suo aborrimento alla stima delle creature e brama di eterno oblio.

– « Avea timore sì grande che i doni di Dio mi attirassero la stima delle creature, le quali lodano sovente ciò che merita biasimo, che avrei amato meglio di esserne priva, e meno temea tutti i furori dell’ inferno che le lodi, le quali gittano un veleno secreto nell’ anima e la uccidono insensibilmente, se Dio per sua bontà non vi applica il divino antidoto dell’ umiliazione.

« La stima, le lodi, i plausi mi faceano più soffrire che tutte le umiliazioni, i di­sprezzi e le abbiezioni non possono fare alle persone più vane e più ambiziose di onore, il che mi facea dire all’occasione: O Dio mio, armate – piuttosto le furie tutte d’inferno contro di me, che le lingue delle creature di vane lodi, lusinghe o applausi; più presto tutte le umiliazioni, dolori, con­traddizioni e confusioni si rovescino sopra di me.

« Bramerei di tutto cuore che la mia miseria ed ingratitudine verso Dio fosse conosciuta dall’ universo, affinchè niuno si ricordasse più di questa miserabile, se non per renderle il dovuto disprezzo ed umi­liazioni, nelle quali desidero vivere e morire sepolta, pregando Iddio con tutto il cuore che niuno mai concepisca di me un buon pensiero.

« Io vi confesso di buona fede, che il desiderio, onde mi sento stimolare di ve­dermi dimentica e spregiata dalle creature, mi fa patire un continuo martirio negli offi­ci della santa religione, come nello scrivere ed andare in parlatorio, che mi sembra es­sere in un inferno: Mi pare che non avrò mai riposo fino a che non mi vegga inabis­sata nelle umiliazioni e nei patimenti, a tutti sconosciuta e sepolta in eterna di­menticanza; o se altri si rammenta di me, sia solo per disprezzarmi maggiormente e darmi qualche nuova occasione di soffrire alcuna cosa pel mio Dio.

Ah vi sarei pure obbligata, madre mia buona, così alla de Saumaise, se mi faceste grazia di bruciare tutti gli scritti che avete da me, in guisa che niente mai ne sia ve­duto nè saputo nel luogo, donde uscirono; perché non è minore la mia brama di rimaner sepolta nel disprezzo e nell’ oblio dopo morte che durante la mia vita.

E più tardi: Ora io morrò contenta poiché il sacro Cuore del Salvator mio comincia ad essere conosciuto, e io scono­sciuta; mentre mi sembra vedermi per mi­sericordia di lui quasi del tutto spenta ed annientata di stima e riputazione nell’ani­mo delle creature, il che più mi consola che non possa io dire. Mi sovviene il pro­messomi da voi in tale proposito, cioè d’impedire a vostro potere che sia fatta menzione alcuna di me dopo morte, fuori che in domandar preghiere per la più ne­cessitosa e cattiva religiosa che sia mai stata nell’ Istituto e nella santa Comunità, ove ho l’ onore di essere e ove si esercita verso di me continuamente ogni maniera di carità in sopportarmi. Non ne perderò mai la memoria innanzi al Sacro Cuore del mio Gesù ».

IV. Aspirazioni al divin Cuore.

– O buon Gesù che voleste soffrire una infinità di obbrobrii e di umiliazioni per mio amore, imprimetene potentemente la stima e l’a­more nel cuor mio e fatemene desiderare la pratica.

« O Cuore benignissimo che tanto vi compiacete in beneficarci, fatemi la grazia di spegnere il mio debito verso la giustizia divina. Io sono fallita, pagate per me; ri­parate i mali fatti da me coi beni fatti da voi; e, perchè io debba tutto a voi, acco­gliete me, o Cuore caritatevole, nella ter­ribil ora della mia morte. Ahimè! che gloria vi darebbe la perdita di un meschino atomo? Ma l’avrete grande in salvare una così

miserabile peccatrice. Salvatemi adun­que, o puro Amore, ché io voglio amarvi eternamente a qualunque costo, e voglio amarvi di tutto il mio cuore ».

CONCLUSIONE

L’umile Messaggera del sacro Cuore si immerge in esso per l’eternità. Dio, che è padrone dei nostri cuori, avea tanto bene cangiato quelli delle per­sone più opposte allo stabilimento della divozione al sacro Cuore, che la Santa ebbe, vicino a morte nel 1690, la consola­zione di vederla quasi per tutto approvata, predicata e stabilita. Durante gli ultimi quattro mesi di vita la si udì spesso an­nunciare la prossima sua fine. Io morrò certamente quest’anno, dicea, perchè non ho più niente a patire, e per non impedire i grandi frutti che il mio divin Salvatore intende cavare da un libro sulla divozione al sacro Cuore.

Era quello del padre Croiset, pubblicato poi nel 1691 con in fine un compendio della vita di lei. Per ben prepararsi a quel passo ella intraprese un ritiro di quaranta giorni dei quali ci lasciò scritte queste memorie. « Dopo la festa di santa Maddalena io mi sentii spingere gagliardamente a riformare la mia vita, per tenermi pronta a comparire davanti la santità di Dio, la cui giustizia è così tremenda ed impenetrabili i giudizii. Bisogna dunque ch’io tenga sempre i miei conti apparecchiati, a fine di non esser colta improvvisamente; perchè la è cosa spaventevole il cadere in morte nelle mani del Dio vivente, allorchè uno durante la vita si è ritratto per lo peccato dalle brac­cia del Dio morente. Mi sono adunque proposta per assecondare un movimento così salutare di far un ritiro interiore nel sacro Cuor di Gesù.

« Il primo giorno di esso fu mia oc­cupazione in pensare donde venir mi po­tesse questo gran desiderio di morire, poichè non è l’ordinario delle anime ree, come io sono dinanzi a Dio, il sentirsi agevole di comparire al cospetto del loro Giudice, la cui santità di giustizia penetra fino al midollo delle ossa, a cui non può essere niente nascosto, nè lasciato andare impunito. Come dunque, o anima mia, puoi tu provare una sì grande allegrezza nel­l’approssimarsi della morte? Tu non pensi che a finire il tuo esilio, e dài in trasporti di gioia figurandoti di uscire ben presto dalla tua prigionia. Ma ohimè! mira bene che da una gioia temporanea, forse prove­niente da solo accecamento ed ignoranza, non ti vada ad immergere in una eterna tri­stezza, e da questa caduca e mortale pri­gione non abbi a piombare nel carcere sempiterno, donde non avrai più speranza di iuscire giammai!

« Lasciamo adunque, o anima mia, gioia somigliante e desiderio di morire alle sante anime fervorose, a cui sono apparecchiate così grandi ricompense. Ma quanto a noi le opere di una rea vita non lasciano aspettar nulla fuorchè gli eterni patimenti, se Dio non fosse più buono ancora che giusto a nostro riguardo. Pensando adun­que quale possa essere la tua sorte, avrai tu a sopportare per una eternità l’assenza di Quello, il cui godimento ti dà così ar­denti desiderii, e la cui privazione ti fa sentire pene così crudeli?

« Dio mio com’ è difficile a tirare questo conto, avendo io perduto il mio tempo nè sapendo come ripararlo! Nel travaglio in che mi sono trovata a porre in regola tal conto e tenerlo pronto sempre ad essere presentato, non seppi a chi rivolgermi se non all’adorabile mio Signore, il quale per sua grande bontà si è tolto il carico di farlo. Perciò a lui rimisi tutti i punti su’ quali io debbo essere giudicata, e sono le nostre regole, costituzioni e direttorio, donde verrò giustificata o condannata. Dopo avere affidato a lui tutti gli affari miei, io mi sentii in una pace ammirabile, sotto de’ suoi piedi, dov’ egli lungamente mi tenne come tutt’ annichilata nell’abisso del mio nulla, attendendo il suo giudizio intorno a questa miserabile peccatrice.

« Il secondo giorno nella mia orazione mi si presentò come in un quadro tutto quello che era io stata edera in quel punto: ma, o Dio mio, qual mostro più difettoso e più orribile a vedere! Io non vi scorgeva bene di sorta, ma tanto male che mi era un tormento a pensarvi. O Salvator mio, che sono io mai per avermi aspettata sì lungamente a penitenza, io che mi sono esposta le mille volte ad essere subissata nell’inferno per l’eccesso della mia malizia, ed altrettante voi me ne avete rattenuta per vostra bontà infinita! Continuate dun­que, o amabile mio Salvatore, ad esercitarla in così miserabile soggetto. Non privatemi, o Dio mio, di amarvi nell’eternità, per non avervi io bastevolmente amato nel tempo. Del resto fate di me come a voi piacerà; io debbo a voi quanto ho e quanto sono, e tutto il bene che posso fare non varrebbe a riparare la minima delle mie colpe, se non per voi: Io sono fallita, voi lo vedete bene, o Signore mio divino; mettetemi in prigione, io vi consento, purchè sia in quella del vostro sacro Cuore; e quando io vi sarò; tenetemi dentro ben chiusa e legata colle catene del vostro amore fino a che vi abbia pagato tutto il mio debito; e come io non potrò mai fare, così bramo di non uscire di prigione giammai ».

In una sua lettera del medesimo tempo si legge: Io mi trovo in tale cessazione di ogni desiderio che mi fa stupire. Temo che siffatta pretesa pace sia effetto di quella tranquillità, in cui Dio lascia talora le anime infedeli; onde mi viene il pensiero che a cagione delle mie grandi infedeltà alle sue grazie io mi abbia tirato addosso que­sto stato, il quale potrebbe essere un segno di riprovazione; poichè confesso di non saper volere nè desiderare niente in questo mondo, sebbene mi vegga, in materia di­virtù, mancante di tutto. Solo io provo un perfetto acquetamento nel divino beneplacito ed un piacere ineffabile nei patimenti ».

A tale stato di perfezione era ella giunta quando piacque al Signore di chiamarla a sè.

Durante la sua malattia, essendosi ac­corta una suora ch’ella pativa straordina­riamente, si offerse a procurarle qualche sollievo; ma ella ne la ringraziò, dicendo che tutti i momenti che rimaneanle a vivere troppo erano preziosi nè si doveano per bere senza profitto; molto a dir vero pe­nava, ma non era tuttavia bastevole a con­tentarne il suo desiderio, tanto ella gustava dei patimenti, e coglieva sì grande con­tento a vivere ed a morire sulla croce, che per quanto fervida avesse la brama di andar a godere il suo Dio, pure l’avrebbe più grande di rimanersi nello stato in cui era fino al giorno del giudizio, se tale fosse il buon piacere di Dio, nel quale tanto si deliziava.

Il Signore volle tuttavia purificare quella sant’ anima ispirandole, una sì gran tema della sua giustizia, che di colpo ella fu presa da insoliti sgomenti all’aspetto dei terribili giudizii di Dio. E la si vedea tre­mare, umiliarsi, inabissarsi davanti al suo crocifisso; e si udiva ripetere con profondi sospiri: Misericordia, Dio mio, misericordia! Ma poco appresso quei terrori si dilegua­rono, e l’anima sua si trovò in grande calma e certezza della propria salute. La tranquilla letizia riapparvele in volto; ed ella ripetea: Misericordias Domini in ae­ternum cantabo. Altre volte: Che voglio in cielo e che desidero io sulla terra? Voi solamente o Dio mio! Più altre ancora: « Ahimè, io brucio, io brucio! Se ciò fosse di amor di Dio, quale consolazione! Ma io non ho saputo mai amare il mio Dio per­fettamente. E rivolgendosi a quelle che la sorreggevano: Domandate a lui perdono per me, ed amatelo bene con tutto il vostro cuore in riparazione di tutti momenti che io non l’ho fatto. Quale beatitudine amar Dio! Ah quale beatitudine! Amate, dunque questo Amore, ma amatelo perfettamente.

Ciò che ella diceva in tali trasporti, mostrava bene come ne fosse veramente compresa. Si estese appresso parlando del­l’eccessivo amore di un Dio verso le sue creature, e del poco ricambio che a lui esse ne rendono. Ah Signore, quando mi ritrar­rete voi dunque da questo luogo di esilio? aggiungeva ella più volte ripetendo: Lae­tatus sum in his quae dicta sunt mihi… Sì, lo spero dalla misericordia del sacro Cuore, andremo alla casa del Signore!

Pregò quindi che si recitassero con lei le litanie di quel Cuore adorabilissimo e quelle della santissima Vergine, per render­sela propizia nel supremo suo momento. Un’ora prima di spirare, ella ringraziò di nuovo la superiora di tutti i sollievi, che si procurava di arrecare al suo male, di­cendo di non abbisognarne più, non aven­do altro a fare in questo mondo, fuorché sommergersi nel sacro Cuore di Gesù Cri­sto. Dopo di che dimorò ella per alcun tempo in perfetta calma, e proferito il santissimo nome di Gesù, rese soavemente il suo spirito, per un eccesso di quell’arden­te amore al Signor suo, che fino dalla culla avea gittate in lei così profonde radici.

ORAZIONE

Signore onnipotente ed eterno, volgete gli occhi al Cuore del dilettissimo vostro Figliuolo, mirate le soddisfazioni ch’ egli vi offre in nome di tutti i peccatori, ascol­tate le lodi che per loro vi rende, e placato dalle sue divine adorazioni, in nome di questo diletto Figliuolo Gesù Cristo, per­donate i nostri peccati ed usateci miseri­cordia, voi che vivete e regnate nei secoli dei secoli. Così sia.

29- GIORNO- MESE DEL SACRO CUORE- Dagli scritti di S. MARGHERITA M. ALACOQUE

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GIORNO XXIX.

1. I puri godimenti delle anime com­prese dall’ amore al Cuor di Gesù.

– Io non posso trovare consolazione, pia­cere, riposo che tra le croci, tra le umilia­zioni e le sofferenze, – onde il mio dolce Salvatore, non ha cessato di onorare la in­degna sua schiava.

« Io non mi auguro più di vivere se non per avere il contento di patire. Ecco tutto quello che vale a rallegrare la mia mente ed il mio cuore, tenendone proposito con quelli che io amo; io non ho punto altre novelle a narrare, perchè tutti gli altri parlari mi tornano di supplizio, e tutte le altre grazie non sono comparabili a quella di portare la croce per amore con Gesù Cristo. Ma non crediate che sebbene io parli così del patire, patisca molto. Oimè, non ho peranco niente sofferto e per con­seguenza non ho fatto niente pel mio Dio! « Volere amar Dio senza patire è pura illusione; ma così io non posso intendere come si dica di patire quando si ama dav­vero il sacro Cuore di Gesù Cristo Signor nostro, il quale cangia tutte le più amare amaritudini in dolcezze e fa gustare delizie di mezzo alle più grandi pene ed umilia­zioni. Che se il solo desiderio di amare ardentemente quel divin Cuore può produrre tale effetto quali ne produrrà in quei cuori che lo amano veramente e de’ quali il mag­gior patimento consiste in non patire, o piuttosto in non amare abbastanza? In ve­rità io credo che tutto si cangia in amore per l’anima che sia accesa una volta di questo santo fuoco e non abbia più altro esercizio né altro ufficio che di amare pa­tendo. Amiamo dunque il nostro divino Maestro, ma amiamolo sulla croce, dacché fa egli sue delizie del trovare in un cuore amore, patimento e silenzio.

« No, niente al mondo è valevole di piacermi fuori della croce del mio divino Signore, ma una croce tutta somigliante alla sua, cioè pesante, ignominiosa, senza dol­cezza, senza consolazione, senza sollievo. Sieno paure le altre così felici di salire col Salvator mio divino il Taborre, per me sarò contenta di non sapere altro camminò fuor quello del Calvario. E così io non trovo altro allettamento che nella croce. Mia por­zione adunque sarà il durare sul Calvario fino al sospiro estremo tra i flagelli, i chiodi, le spine e la croce, senza consolazioni nè piacere, tranne quello di non averne punto. Quale ventura il poter sempre soffrire in silenzio, e morire infine dentro ogni sorta di miserie di corpo e di animo, coperta di disprezzo e d’ oblio! giacché l’uno senza 1′ altro non mi potrebbe piacere.

« Ah che farei io senza ciò in questa valle di lacrime, dove meno vita si rea da non riguardarmi se non come una fogna di miserie? Quindi è ch’io temo di rendermi immeritevole del bene infinito di portare la croce per assomigliarmi al mio appassionato Gesù. Io però vi scongiuro, se avete alcuna carità per me, pregate questo amabile Sal­vatore a non disgustarsi del mal uso fatto da me sino al presente di questo prezioso tesoro della croce, ed a non privarmi della felicità di patire, mentre là è tutto l’addol­cimento che io trovo alla lunghezza del mio esilio.

« Ma io vedo bene che troppo mi sod­disfaccio parlando di patimenti; eppure non saprei farne a meno, tanto l’ ardente sete che ne ho mi è tormento da non po­tersi spiegare. Peraltro io ben conosco di non saper né patire né amare, il che mi dimostra come tutto quello che ne dico è solo effetto del mio amor proprio e di un orgoglio segreto che vive in me. Ah troppo io temo che queste brame di patire non sieno artifici del demonio per baloccarmi in vani e sterili sentimenti!

« Confesso che io mi dilettosi forte parlando del bene di patire, da parermi che ne scriverei interi volumi, senza poter contentare il mio desiderio. Se altri sapesse la mia brama di patire e di essere spregiata, non dubito che la carità moverebbe tutti a soddisfarmene.

« Mi sembra in verità che non si possa commettere alcuna ingiustizia dandomi a patire, non potendosi darmene tanto quanto io merito. Più io soffro e più sento 1′ ar­dente mia sete di soffrire. Temo perfino che del soffrire io mi prenda troppa sod­disfazione. Però il partito a che sono riso­luta in questa parte si è di abbandonarmi e sommettermi del tutto alla bontà infinita del mio sovrano Signore, moderando anche tale infocato desiderio che ho di patire, la­sciando a lui la cura di far tutto. Quando io vedo aumentarmi le mie sofferenze, mi pare di sentire in me pressappoco la gioia medesima che gli avari e gli ambiziosi in veder crescere il loro tesoro. Vorrei vedere tutti gli strumenti: di supplizio adoperati per martoriarmi e farmi patire con Gesù Cristo. « Sembrami che vorrei avere -mille corpi per patire, e migliaia di cuori per adorare ed amar Lui. Che farei io se la croce si dilungasse da me, dandomi essa, da sperare nella misericordia del mio Salvatore! Essa è il mio tesoro nell’adorabile Cuore di Ge­sù essa vi forma tutta la mia gioia, tutto il mio desiderio; se un momento solo rima­nessi senza patimento, crederei che egli mi avesse abbandonata.

« Ah sapete voi bene, come senza la croce ed il santissimo Sacramento io non potrei vivere nè sopportare la lunghezza del mio esilio in questa valle di pianto, do­ve non mi auguro punto la diminuzione, dei miei travagli! Quanto il mio corpo è aggra­vato tanto più il mio spirito risente gioia vera e libertà di occuparsi e di unirsi al mio paziente Gesù, niente più desiderando che rendermi perfetta copia di questo Sal­vator Crocifisso ».

II. Coraggio eroico della Santa a fron­te dei patimenti.

– Per delineare sempre più il proprio ritratto nella fedele sposa il divino Maestro si degnò metterla a Arte della sua corona di spine, com’ ella rac­conta.

« Andando io una volta alla santa Co­munione, la sacra ostia mi apparve splen­dente siccome un sole del quale non poteva io sostenere i fulgori; il Signor nostro vi era dentro con in mano una corona di spine che, poco appresso ricevutolo, egli mi pose in capo dicendo: Ricevi, o figliuola, questa corona in segno di quella che presto ti sarà data per farti a me conforme. – Io non in­tesi allora che volesse egli dire; ma ben presto lo seppi per gli effetti che ne segui­rono, e furono due terribili colpi nella testa di tale fatta che mi parve di averla dappoi tutta intorno cinta da pungentissime spine di dolori, le cui trafitture finiranno solo colla mia vita. E io ne rendo grazie infinite al mio Signore che concede sì grandi favori alla meschina sua vittima. E confesso di sentirmi al mio Sovrano più tenuta di que­sta preziosa corona che se egli mi avesse dato in regalo tutti i diademi dei più grandi monarchi della terra; tanto più che da nes­suno mi può venir tolta, e mi mette sovente nella beata necessità di vegliare intertenen­domi con quest’unico oggetto del mio a­more. Così non potendo io posare la testa sul guanciale; ad imitazione dell’ adorabile mio Maestro che non potea posare, la sua sopra sul letto della croce, ne gustava gioie e consolazioni inconcepibili, dal vedermi in qualche, conformità con lui.

III. Chiede aiuto a ringraziar Dio del beneficio accordatole di patire.

– «Be­nedite e ringraziate per me il nostro supre­mo Signore dell’ onorarmi che fa sì amoro­samente e largamente colla preziosa sua croce, non lasciandomi pure un momento senza patire: Ho il bene di non avere da parte delle creature altre carezze nè conso­lazioni che quelle delle croci e delle umilia­zioni, e mai non ne sono stata più ricca. Questa paroletta stavi detta di passaggio per eccitarvi a render grazie per me al sacro Cuore, e pregarlo mi dia grazia di trarre profitto da così prezioso tesoro: Quando fosse in mio potere di cambiar l’andamento delle cose; io ne leverei soltanto quello che può offnderei Iddio, e nel resto vorrei sem­pre, ciò che egli permette a mia umiliazione, per farne tutta la tuia gioia nell’adoratissimo Cuore del mio Gesù.

« Sia benedetto il Signore che mi fa tanta grazia di onorarmi della sua croce la quale forma la mia gloria. Che renderò io al Si­gnore pei grandi beni che mi ha fatto? O Dio mio! quanto è grande la bontà vo­stra a mio riguardo, nel volermi cibare alla mensa dei santi colle medesime Vivande, loro date a sostentarli, nutrendomi ad ab­bondanza delle squisitezze fatte gustare ai vostri più fedeli amici, me non altro che indegna e miserabile peccatrice!

IV. Preghiera al Cuore piagato di Ge­sù.

– « O amorosissimo Cuore del Signor nostro Gesù Cristo! O Cuore che ferite i cuori più duri dei marmo, che scaldate le anime più gelate del ghiaccio ed ammollite le viscere più rigide del diamante! Ferite adunque, o amabile Salvatore, il cuor mio colle vostre sacre piaghe, ed inebriate l’ a­nima mia col vostro sangue per modo che da qualunque parte io mi volga, non possa veder altro se non il mio divin Crocifisso, e quanto mirerà mi apparisca tinto del vo­stro sangue! O mio buon Gesù, fate che il cuore mio non si dia riposo che nell’avere trovato voi, voi suo centro, suo a­more, sua felicità.

« O Cuor divino, che avete sulla croce mostrato l’eccesso dei vostro amore e della vostra misericordia, lasciandovi a­prire per dare adito ai nostri accoglieteli dunque ora, attraendoli coi vincoli dell’ar­dente vostra carità, per consumarli colla veemenza del vostro amore.

28- GIORNO- MESE DEL SACRO CUORE- Dagli scritti di S. MARGHERITA M. ALACOQUE

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GIORNO XXVIII.

I. Quanto amore alla croce si possa ispirare dal Cuore di Gesù.

– « Come le cose tutte hanno riposo solamente nel proprio centro, così il mio cuore tutto som­merso nel Cuore umilissimo di Gesù suo centro, prova una sete ardente di umilia­zioni, disprezzo e dimenticanza da tutte le creature, non mai trovandomi più soddi­sfatta che quando mi vedo conforme al mio Sposo crocifisso.

« Io non so come una sposa di Gesù crocifisso possa non amare la croce e fug­girla, mentre con ciò ella dispregia Quello che l’ha portata per nostro amore, facen­dola oggetto delle sue delizie.

« La grazia che io stimo di più, dopo lui stesso, è il dono della preziosa sua cro­ce. Se l’uomo ne conoscesse bene il valore, essa non sarebbe tanto fuggita e respinta da ciascuno; ma in cambio sarebbe tal­mente amata e prediletta che altri non sa­prebbe trovar piacere se non nella croce, nè avrebbe più desiderio che di morire nelle sue braccia, sprezzato e abbandonato da tutti quanti. Ma bisogna per questo che il puro amore sia il sacrificatore e con­surnatore del cuore nostro, come fu di quello del nostro dolce Maestro.

« Un cuore che veramente ami può mai lagnarsi sulla croce, o anzi nei Cuor di Gesù, ove tutto è cambiato in amore? La croce è il trono dei veri amanti di Gesù Cristo. Vero è che io non vi sono in tal modo; solo in causa dei miei peccati, ma non importa; purchè vi patiamo con Gesù Cristo, per amor di lui e secondo i suoi disegni, tanto ci basti.

« Io voglio imparare nel sacro Cuore di Gesù a tutto soffrire senza lamentarmi di cosa veruna che mi facciano; poiché niente altro è dovuto alla polvere che il calpestarla ».

Riconosciamoci poveri in ogni maniera, grazie a Dio! nè bramiamo esser ricchi se non del puro amore dei patimenti; disprez­zi ed umiliazioni. In una parola Gesù l’amor suo e la sua croce formano tutto il bene della vita. La croce, i disprezzi, i dolori e le afflizioni sono i veri tesori degli amanti di Gesù Cristo: Assoggettiamoci dunque con gaudio agli ordini del nostro Sovrano, confessando, a malgrado di quanto ci sem­bri duro e afflíttivo, che egli è buono è giusto in tutto quello che fa e merita in ogni tempo lode, amore e gloria. Chi dice puro amore, dice puro pati­mento. Noi dobbiamo aver care le nostre ­pene ed unirci ai disegni di Dio sopra di noi.

In verità io non so che dire a quelli che amo, se non parlo della croce di Gesù Cristo; e quando mi domandano la grazia che il Signore ha fatto a me, indegna pec­catrice, non saprei favellare se non della felicità in soffrire con Gesù Cristo, perchè non vedo io niente di più prezioso in que­sta vita per gli amanti di lui che il patire per amor suo. La croce è un tesoro inesti­mabile, la croce è la mia gloria, l’amore mi vi conduce, l’amore mi possiede, l’a­more mi basta.

II. Ricorda la Santa di avere in sua fanciullezza cercato di separare la santità dal sacrificio.

– « Il mio Maestro faceami vedere la bellezza delle virtù, spe­cialmente dei tre voti di povertà, castità ed obbedienza, dicendo che in praticarli si addiviene santo, e me lo dicea perchè gli domandassi pregando di farmi santa. E come io non leggeva guari altro che il li­bro delle Vite dei Santi, dicea meco stessa, nell’aprirlo, Scegliamone una ben facile ad imitare, affinchè possa così anch’io farmi santa. Ma, o Dio mio, non pensava io allora quello che poi mi avete fatto conoscere e sperimentare, ed è che avendomi il Cuor vostro rigenerato sul Calvario con tanto dolore, la vita datami così da voi dovea mantenersi sol coll’alimento della croce, la quale sarebbe il delizioso mio pasto».

III. Tuttochè inebriata dall’amore della croce, ella nondimeno ne sentì le spine.

– La Santa ci narra in tal modo una visione onde il Signor nostro la onorò dopo la professione, avendo ella detto: «Ah Dio mio, mi lascerete voi sempre vivere senza patire?

Mi fu mostrata prima una gran Croce, di cui non si potea vedere gli estremi, tutta coperta di fiori, e nel tempo medesimo il mio Sovrano mi fece udire queste parole: Ecco il letto delle caste mie spose, dove io ti farò appieno gustare le delizie del mio amore: a poco a poco cadranno questi fiori, e solo te ne rimarranno le spine da essi nascoste a cagione della tua debolezza ma poi ne dovrai sentire così vivamente le punture, che ti abbisognerà tutta la forza dell’amor mio a sopportarne il dolore. – Le quali parole molto mi rallegrarono, pensando che non vi sarebbero mai nè patimenti, nè umiliazioni, nè disprezzi bastevoli ad estin­guere 1′ ardente sete che ne avea, nè potrei io mai trovar patimento più grande di quel­lo che sentiva in non sofferire abbastanza, mentre il suo amore non mi lasciava riposo alcuno nè giorno nè notte. Ma queste dol­cezze mi affliggevano, ed io voleva la croce tutta pura.

« Senza croce, dice ancora, io non potea vivere nè gustar piacere, neppur celeste e divino, perchè tutte le mie delizie erano solo in vedermi conforme al mio Gesù ap­penato.

Ella non tardò ad esperimentare 1′ effet­to della promessa di nostro Signore, ed in questa forma lo racconta: « Io mi trovava qualche volta sopraccarica di tanti dolori da sembrarmi al cominciare di un esercizio che non ne sarei giunta al termine; e finito uno, ne cominciava, un altro colle medesime pene dicendo: O Dio mio, fatemi la gra­zia di poterne arrivare alla fine; – e ren­deva grazia al mio Sovrano che così misu­rasse i miei momenti coll’orologio dei suoi patimenti, per farne suonare tutte le ore colle ruote de’ suoi dolori.

« Questo Spirito onde io credo esser guidata, vorrebbe vedermi sempre immersa in ogni maniera di umiliazioni, di travagli e di contraddizioni. La natura non vi trova il suo conto ma questo spirito che governa il mio non può sofferire che io abbia piacere alcuno fuor quello di non averne punto. « Piace al Signore di tenermi in uno stato di continuo, patimento, dove io non riconosco più me stessa, con uno sfinimento di forze che mi dà somma pena a trascinare questa carne miserabile di peccato. Mi sembra di essere come serrata in oscura prigione, at­torniata di croci che io abbraccio ad una ad una.

« Se sapeste il mal uso che io faccio di così gran bene, soprattutto di quelle care e preziose umiliazioni ed abbiezioni, ac­compagnate da pressure di cuore, abban­donamenti ed angustie di quasi ogni ma­niera! Parmi a volte che l’anima mia sia ridotta come all’agonia ed all’ultimo estremo nonostante il piacer ch’ella gusta nel veder­si naufraga in tale oceano di amarezze, da me riputate le carezze più tenere del divino mio sposo.

« Io mi sento spingete di continuo a patire, con ripugnanze spaventevoli della parte inferiore; ciò che mi rende le mie croci così pesanti e così dolorose che io soccomberei mille volte, se l’ adorabil Cuo­re del mio Gesù non mi fortificasse ed as­sistesse in tutte le necessità. Eppure tra i miei continui patimenti il mio cuore rimane sempre assetato di patire.

IV. Unione a Gesù immolato.

– « O dolce mio Gesù, unico amore del mio cuore dolce supplizio, dell’ anima mia, e dilettoso martirio della Pia carne e del mio corpo, tutta la grazie che io vi domando per onorare lo stato vostro di ostia nel santissimo Sacramento si è che io viva e muoia vit­tima del vostro Sacro Cuore, per un amaro disgusto di tutto ciò che non è voi: vittima della vostra santa anima, per tutte le ango­scie di cui è capace la mia; vittima del vostro corpo, per 1′ allontanamento di quello che soddisfar possa il mio, come per l’odio di una carne rea e maledetta.

27- GIORNO- MESE DEL SACRO CUORE- Dagli scritti di S. MARGHERITA M. ALACOQUE

CuoreEuc

GIORNO XXVII.

I. Tutta la scienza dell’ anima bra­mosa di conformarsi a Gesù sta nel­l’amare patendo.

– « Se sapeste come il nostro Sovrano mi spinge ad amarlo di un amore di conformità alla sua vita paziente! «Niente ci unisce tanto al sacro Cuore di nostro Signor Gesù Cristo quanto la croce, che è il pegno più prezioso del suo amore.

«Il maggior bene a bramarsi da noi è di essere conformi a Gesù paziente; e noi non dobbiamo, desiderare di vivere se non per avere il bene di patire per amore, ma non mai di nostra propria scelta.

« Studiamoci di avere unicamente pen­siero d’apprendere a ben portare le croci nostre in amoroso silenzio; essendo la croce un prezioso tesoro da tenerci secreto, a fine che non ci venga rubato. E io non vedo niente che tanto addolcisca la lun­ghezza della vita quanto il patir sempre amando. Patiamo dunque amorosamente, senza lagnanze, e riputiamo perduti i mo­menti trascorsi senza patire.

Dio mio, se noi sapessimo quanto perdiamo non approfittando delle occasioni di soffrire, staremmo bene più attente a non perderne la minima. Non conviene illuderci; se non profittiamo meglio delle occasioni di pene, umiliazioni, contraddi­zioni, perdiamo le buone grazie del sacro Cuore del Signor nostro Gesù, il quale vuol che stimiamo per nostri migliori amici e benefattori tutti quelli che ci fanno patire o ce ne forniscono l’occasione.

« Ah come la croce è buona in ogni tempo ed in ogni luogo! Abbracciamola dunque amorosamente senza darci pensiero di qual legno sia fatta nè da quale stru­mento fabbricata. Bastar ci dee che sia una croce, presentataci da parte del sacro Cuore di Gesù Signor nostro.

« Non istudiamoci dunque più che di amare e patire per amor di Quello che ha tanto amato la croce per amor nostro, da volerne morire fra le braccia; e quando noi avremo fatto acquisto perfettamente di questa scienza, sapremo e faremo tutto quello che Dio vuole da noi.

« Non accade domandar il patire, est sendo più perfetto nè domandare nè rifiu­tare, ma doniamoci con santo abbandono al puro amore per lasciarci crocifiggere e consumare secondo il suo desiderio.

Voi chiedete a quale dei misteri della passione del Signore io sia più affezionata: vi dirò semplicemente, alla crocifissione, ed a stare colla santissima Vergine a piè della croce o sotto il piè della croce, per istringermi ed unirmi a tutto quello che Egli vi ha fatto per noi ».

A suo fratello, parroco di Bois Sainte Marie, scriveva ella: « Aiutatemi coi vostri santi sacrificai al fine che almeno io possa imparare a ben patire, poichè mi sembra qui posto tutto quello che Dio vuole da me, ed a ben amarlo patendo, avendomi egli messo al mondo per questo solo; cosa non rimango io pure un momento senza patire, senza però annoiarmi ed egli per sua misericordia mi rende ognora più affa­mata della sua croce ».

II. La croce magnifico presente delle tre divine Persone.

– « Il mio divino Sposo, continuandomi sempre le sue grazie, mi fece anche questa. Le tre adorabili per­sone della santissima Trinità si presenta­rono a me, e fecero sentire di grandi con­solazioni all’anima mia. Io non posso spiegare che vi accadesse; solo che l’eterno Padre presentandomi una croce tutta irta di spine e con tutti gli strumenti della Pas­sione, mi disse: Tieni, figliuola mia; io faccio a te il medesimo presente che al mio diletto Figliuolo. Ed io, disse Gesù, vi ti configgerò come vi sono stato io e terrotti fedele compagnia. L’adorabile persona dello Spirito Santo mi disse che, essendo egli solo amore, mi vi consumerebbe purifi­candomi.

Esse mi apparvero sotto figura di giovani in candide vesti, tutto risplendenti di luce, della medesima statura e bellezza. L’anima mia ne fu ricolma di una gioia e di una pace ineffabile e 1′ impressione fatta sopra di me dalle tre divine Persone non si cancellerà mai dalla mia mente ».

III. Conforto alle anime sotto il peso della croce.

– « Offrendovi al Signor no­stro, scriveva la Santa ad un’anima in tra­vaglio, mi cadde in mente questo pensiero: Sia ella fedele nella sua via, sofferendovi senza lagni, poichè non può essere del novero delle perfette amiche del mio Cuore se non sia purificata e sperimeritata nel crogiuolo dei patimenti. Soffrite adunque e contentatevi del beneplacito divino, al quale dovete sempre essere immolata e sa­crificata, con una ferma speranza e fiducia che il sacro Cuore non vi abbandonerà, essendovi egli più presso quando patite che quando godete

Ad altre – ancora scriveva; « La vita ci è data solo per patire e l’eternità per gioire. La croce è la porzione degli eletti in questa vita. Ancorchè Dio ci voglia salvare, vuole che noi vi contribuiamo da nostra parte, altrimenti non farà nulla senza di noi; perciò bisogna risolverci a patire. Ecco il tempo di una fruttuosa seminagione per l’eternità, ove sarà la mèsse abbondante. Non perdetevi di animo, le vostre pene sofferte in pazienza valgono mille volte più di tutte le austerità.

Voi vi affliggete delle vostre pene inte­riori, e io vi assicuro che, proprio da queste dovete cavare la vostra maggiore consola­zione, purchè le sopportiate in pace, som­missione ed abbandono al sacro Cuore del Signor nostro, il quale non ce le manda se non per un eccesso di amore verso di noi, e questo vuole che sappiate per avergliene riconoscenza. Primmaente egli mira con queste pene a purificarvi di tutte le affezioni da voi nutrite per le creature a sca­pito della purezza del suo divino amore: Secondariamente vuol farvi meritare la co­rona che vi a destinata con farvi questa picciola parte delle amarezze. da lui sofferte in tutto il tempo della mortale sua vita, e voi tenetevi ben felice, qualunque sieno i vostri travagli, di avere tale conformità con lui.

« Inoltre le interne dolcezze sol produ­cono in noi soddisfazioni e compiacenze vane, e non mai amor puro e sodo. Vedete però se non gli siete obbligata del condurvi che egli fa nel presente modo.

Le pene interne accettate con amore si assomigliano a fuoco purificante, il quale va insensibilmente consumando nell’anima tutto che dispiace allo Sposo divino; onde io sono sicura che coloro, i quali ne fanno la prova, debbano confessare di farvi molto cammino senza quasi accorgersi; talmente che se ci fosse data la scelta, un’anima fedele non esiterebbe punto ad abbracciare la diletta croce, quand’anche la non ci arrecasse altro vantaggio che di renderci somiglianti al Signor nostro crocifisso; po­tendosi dare per certo, che considerandosi un’anima vicino a Quello che per nostro amore si è caricato solo di obbrobrii e di patimenti, per poco amor che gli porti, più soffra tra le dolcezze che non nel vedersi conforme a lui: e se questo non è diciam pure che non amiamo lui, ma piuttosto noi medesimi; perchè l’amore non può soffrire dissomiglianza negli amanti, nè lascia riposo mai se non ha renduto l’amante conforme al suo diletto, altrimenti non riuscirebbe mai all’ unione che solo ha luogo per la conformità.

L’amabile Cuore di Gesù mortifica e vivifica quando e come a lui piace, nè a noi tocca domandarne il perchè ma ci dee bastare che è egli per esser tale il suo buon piacere, a cui dobbiamo sottometterci amorosamente, baciando la mano che ci percuote nel separarci dai nostri più cari a fine di renderci più perfettamente ed uni­camente sue.

Iddio ci spoglia di tutte queste conso­lazioni ed appoggi umani soltanto perchè vuol essere egli l’unico e vero amico del nostro cuore, cui vuole posseder solo, sen­za mistura e senza ostacolo; e per esserci tutto in tutte le cose non vuole che abbia­mo altro sostegno che lui. Ne sia benedetto il suo santo Nome, sia fatta la sua volontà!

Non più tanto riflettere a noi; patire o godere esser ci dee indifferente; purchè il sacro Cuore in noi compia il suo bene­placito. Amare, patire e tacere, ecco il se­creto degli amanti di Gesù Cristo.

IV. Orazione a nostro Signore come a medico onnipotente.

– « O Gesù, mio amore, in memoria del sacrificio fatto da voi sulla croce e continuato nel santissimo Sacramento, io vi supplico di accettare quello che io vi faccio di tutto il mio es­sere, immolato e sacrificato ai vostri ado­rabili disegni e voleri. O Medico celeste dell’anima mia e sovrano rimedio a’ miei mali, io mi presento a voi come un’ infermo, disperato da ogni altro, fuorché dal carita­tevole vostro Cuore, che solo conosce i miei mali e può guarirmene. Tanto io spero dalla vostra bontà, purchè voi vi siete fatto mia medicina e mio farmaco d’amore in questo amabile Sacramento. La mia inerzia, la mia freddezza nel vostro amore sono cagione di tutte le mie infermità; ma voi potete, volendo, guarirmene, mentre però io sono pronto a tutto patire. Tagliate, bruciate, recidete; purchè io vi ami e sia salvo, mi sottometto a tutto. E da parte mia pronto io sono ad impiegarvi il ferro e il fuoco, per via di un’intera mortificazione e crocifissione di me stesso, a fine di sa­nare le ferite arrecate dall’amor proprio e dall’ orgoglio dell’anima mia. Applicatevi dunque al povero mio cuore languente come un medicamento di amore o carita­tevole mio Medico, abbiate pietà delle mie debolezze e liberatemene a gloria del vostro nome. Amen ».

26- GIORNO- MESE DEL SACRO CUORE- Dagli scritti di S. MARGHERITA M. ALACOQUE

GIORNO XXVI.

I. Le anime purganti bramano cere­sciuta la divozione al Sacro Cuore come rimedio sommo dei loro patimenti.

Se sapeste, scrivea la Santa, con quanto ardore le povere anime del purgatorio do­mandano questo nuovo rimedio sommamente salutare alle loro pene; così chiamano esse la divozione al divin Cuore, e particolar­mente le messe ad onor suo ».

E parlando di sé, dice ancora: Il sacro Cuor di Gesù: concede sovente la meschina sua vittima alle anime purganti per aiutarle a soddisfare la divina Giustizia; ed in que­sto tempo io soffro una pena quasi come la loro, non trovando riposo nè di giorno, né di notte.

« Una notte di giovedì santo che ebbi licenza di passare dinanzi al Santissimo, vi fui per una parte del tempo come tutta in­ torniata da queste povere pazienti, colle quali contrassi una stretta amicizia; e no­stro Signore disse di donarmi in loro favore tutto quest’anno per far loro tutto quel bene che potrei. Da quel punto elle stanno spesso con me, ed io le chiamo solo col nome di mie amiche pazienti.

Se sapeste, scriveva ancora, il dolore di tale anima in particolare…; non si può esprimere. Ah datemi voi qualche goccia di acqua per refrigerarla, giacchè io brucio con lei e non so come alleviarla!

II. Esempi istruttivi ai secolari ed ai religiosi.

– Si legge nelle Memorie contemporanee: «Pregando per due persone state ragguardevoli nel mondo, l’una fu a lei dimostra per condannata lunghi anni alle pene del purgatorio, e tutte le preghiere e suffragi offerti a Dio per lo suo riposo erano dalla divina Giustizia applicati alle anime di certe famiglie state dipendenti di quella, che per mancanza di caritatevole equità le aveva lasciate andare in rovina, fino a mancare dei mezzi di fare pregar Dio per loro dopo morte; laonde il Signore vi sup­pliva come ho detto.

L’altra era in purgatorio per tanti giorni quanti anni avea vissuto sopra la terra; e nostro Signore diede a conosce­re alla diletta nostra sorella che fra tutte le buone opere fatte da quella, egli ebbe un motivo particolarissimo di portarne un giudizio mite e favorevole per certe umilia­zioni da lei incontrate nel mondo, e sofferte con animo cristiano; non solo senza la­gnarsene, ma senza pure parlarne ».

Una religiosa defunta da lungo tempo venne a chiedere di aiuto la Santa, che così lo racconta: « Prega per me Iddio, questo dicea, offerisci a lui i tuoi patimenti con quelli di Gesù Cristo per alleviare i miei! Rimirami coricata in un letto di fiam­me, ove io soffro mali intollerabili. – E dandomi a vedere tale orribil letto, che mi fa fremere ogni qual voltavi penso, ai ricordarne quel fondo tutto di acute punte infuocatissime, entranti nelle vive carni della poverina, essa mi dicea ciò avvenire per colpa della sua pigrizia e negligenza nell’osservanza, e delle infedeltà sue a Dio. E poi: Mi straziano il cuore con pettini di ferro tutto ardenti, ciò che forma il mio dolore più crudo, a cagiorne dei pensieri di biasimo e disapprovazione nutriti contro le mie superiore: la mia lingua è rosa da vermini a castigo delle mie parole contro la carità; e per lo mio poco silenzio ecco­mi la bocca tutta ulcerata. Ah bene io vor­rei che tutte le anime consecrate a Dio mi potessero vedere in così orribile tormento! Se io potessi far loro sentire la grandezza delle mie pene e di quelle preparate a coloro che vivono trascurati nella propria vo­cazione, di certo essi camminerebbero con ben altro ardore nella esatta osservanza. – Tutto questo mi faceva sciogliere in lacrime.

« Nessuno, seguitava quella, si dà pen­siero di allegerire i miei mali. Ahimè, un giorno di esatto silenzio in tutta la Comunità guarirebbe la mia bocca ulcerata! Un altro passato nella pratica della carità sen­za verun fallo che offenda, guarirebbe la mia lingua. Un terzo trascorso senza bor­bottamenti di disapprovazioni guarirebbe lo straziato mio cuore ».

Altre volte la Santa godette dell’ appa­rizione di anime liberate cogli aiuti di sue preghiere e penitenze. Così ella ne scrive alla madre de Saumaise: « L’anima mia si sente compresa da gioia, così grande che stento a contenerla in me: permettete però, madre mia buona, che la comunichi al vostro cuore, che ne fa uno solo col mio e con quello di nostro Signore. Questa mattina, domenica del Buon Pastore; due delle mie amiche penanti, al mio svegliarmi, sono venute a dirmi addio, perchè oggi appunto il sommo Pastore le accoglieva nel suo eterno ovile con più d’ un milione di altre, in compagnia delle quali se ne andavano con cantici di allegrezza inesplicabili. L’una diceva e ripetevami incessantemente queste parole: – L’amor trionfa, gioisce l’amore, l’amore in Dio sì gioconda. E l’altra Beati i morti che muoiono nel Signore, e le religiose che vivono e muoiono nella esatta osservanza delle proprie regole! – Vogliono esse che io vi dica da parte loro, che la morte può ben separare gli amici, ma non disunirli.

« Se sapeste quanto 1′ anima mia ne fu trasportata di gioia, mentre loro favellando io vedeale a poco a poco immergersi ed inabissarsi nella gloria; come una persona che si annega in vasto oceano! Esse vi chieggono in ringraziamento all’ augustissi­ma Trinità un Te Deum, un Laudate e tre Gloria Patri. E pregandole io di sovvenirsi di noi, mi dissero per ultima parola, che l’ingratitudine non è mai entrata in cielo ».

III. La Santa dà il modo di suffragare le sue buone amiche penanti.

– In pa­recchie lettere il suo zelo si appalesa nei termini seguenti: « Per ciò che riguarda le mie buone amiche penanti nel purgatorio, è vero che sono a voi più obbligata del bene a lor procurato che se lo aveste fatto a me stessa.

Spero che voi non mi negherete la grazia di procurare a tale defunto quindici Messe in onore del sacro Cuore, dopo le quali mi sembra che quegli sia per diven­tare presso Lui un potente avvocato per voi e per tutta la propria famiglia ». Ap­pena compiuto questo suo desiderio, ella riscrisse: « Per le quindici Messe fatte da voi celebrare vi ringrazio in luogo di quella povera anima che io credo al presente ric­chissima di gloria in cielo, dove ben rime­riteravvi di tutte le vostre carità ».

« Ella insegnava eziandio di rivolgersi in favore di quelle addolorate anime a no­stro Signore « cui 1′ amor suo ritien prigioniero nel santissimo Sacramento, e per merito di tale prigionia, dicea, domandate a lui la libertà per le povere prigioniere nel purgatorio.

Altre volte suggeriva di fare al medesi­mo fine diversi atti di virtù, per esempio, « Atti di purità d’ intenzione da offerire a “Dio in soddisfazione della sua giustizia, pagando colla purità del sacro Cuore la mancanza di purità d’intenzione in quelle povere anime, onde esse al presente sono in pena. Atti di silenzio interiore da unirsi a quello di Gesù nel suo Sacramento, a lui offerendo tutti i divini sacrifici che si cele­brano nella santa Chiesa, ai quali voi pre­gherete i vostri angeli Custodi di assistere e di offerirli a Dio per placare la sua giu­stizia. Atti d’umiltà per riparare le umilia­zioni principali sofferte dal Cuor di Gesù nella sua passione: altri di carità, da unirsi alla carità ardente del sacro Cuore, per pagarne i difetti di quelle povere anime tribolate. Atti d’ amor di Dio, di attenzione alla presenza di Dio, di mortificazione, di mansuetudine, di condiscendenza per le medesime intenzioni.

« Ma come la superbia è il debito più grosso, cosa voi farete quanti mai possiate atti di umiltà, unendoli a quelli del divin Cuore per pagare in favore di quelle povere afflitti che molto sono alleviate dalle Co­munioni spirituali, in riparazione del mal uso fatto da loro delle sacramentali.

« La sera farete un piccol giro per entro il purgatorio in compagnia del sacro Cuore, a lui consacrando tutto ciò che avrete fatto, con preghiera di applicare i suoi meriti a quelle sante anime penanti. E lo pregherete insieme di volgere il potere di esse ad ottenerci la grazia di vivere e morire nell’a­more e fedeltà al Cuor suo sacratissimo, con rispondere ai suoi desideri sopra di noi senza resistenza.

« Se poteste mettere in libertà alcuna di quelle povere prigioniere, sareste bene avventurate di avere un’avvocata in cielo a perorare per la vostra salvezza ».

IV. Preghiera al Cuor di Gesù per ogni sorta di bisogni.

– « Fate sentire, o Cuore amabilissimo, il sommo vostro potere, a me ed a tutti i cuori capaci di amarvi, a’ miei parenti ed a’ miei amici, a tutte le persone raccomandatesi alle mie preghiere, o che pregano per me o a cui tengo particolari obbligazioni. Assistetele, ve ne supplico, nelle necessità loro. O cuore pieno di carità, ammollite i cuori induriti e alleviate le anime del purgatorio; siate il sicuro asilo degli agonizzanti e la consolazione di tutti gli afflitti e necessi­tosi. Infine, o Cuor di amore, siate a me tutto in tutte le cose; ma segnatamente nell’ora della morte siate il certo rifugio alla sbigottita anima mia, e ricevetela in quel punto nel seno della vostra misericor­dia. Amen ».

25- GIORNO- MESE DEL SACRO CUORE- Dagli scritti di S. MARGHERITA M. ALACOQUE

corazon-

GIORNO XXV.

I. L’ amore del sacro Cuore ispira zelo per lai salute delle anime.

– Facendo un dì la Santa il ringraziamento dopo la co­munione con desiderio di operar qualche cosa pel suo Dio, il Diletto dell’ anima sua le chiese interiormente, se fosse contenta di sofferire tutte le pene meritate dai pec­catori, affinchè egli fosse glorificato in tutte queste anime. « Nel medesimo tempo, ella dice, io gli offersi 1′ anima mia, e tutto il mio essere in sacrificio per fare la sua di­vina volontà, quand’ anche le mie pene avessero a durare fino al dì del giudizio; purchè fosse egli glorificato, io sarei con­tenta.

Avendomi fatto conoscere il mio So­vrano che quando egli fosse al punto di abbandonare alcune di tali anime per cui volea che io patissi, mi farebbe sopportare lo stato di un’anima riprovata, dandomi a sentire la desolazione in cui ella trovasi all’ ora della morte; di ciò io non ho pro­vato mai niente più terribile, mancandomi affatto i termini a spiegarlo. Qualche volta gittando a terra la faccia dicea: Percotete, mio Dio! tagliate, bruciate, consumate tutto quanto vi dispiace, non risparmiatemi nè corpo, nè sangue, nè carne, nè vita, purchè voi salviate in eterno quest’anima ».

« Il mio Sovrano mi ha di sovente fatto portare simili disposizioni dolorose, tra le quali avendomi una volta mostrato i casti­ghi ch’ egli voleva esercitare sopra di alcune anime, io me gli gettai a’ piedi sacra­tissimi dicendo: O Salvatore mio, scaricate su me tutta la vostra collera e cancellatemi dal libro di vita, anzi che perdere queste anime, costate a voi sì caro. Ed egli: Ma esse non ti amano e non cesseranno di travagliarti, – Non importa, Dio mio, pur­chè amino voi, io non desisterò di pregarvi a perdonarle. – Lasciami fare, non le posso tollerare di più. – E io abbracciandolo an­cora più forte: «No, mio Signore, non vi lascerò punto, se lor non avrete perdonato. Ed egli dicea: Voglio bene se tu rispondi per loro. – Anzi, Dio mio, ma io vi pre­gherò sempre coi vostri beni che sono i tesori del vostro sacro Cuore. Di ciò ei si tenne contento.

« Altra volta mi furono mostrati cinque cuori, cui questo Cuore amororoso era sul punto di rigettare, non mirandoli più se non con orrore; e io tutt’ altro, che deside­rar di saperne oltre, chiedeva anzi di non averne alcuna conoscenza; ma non cessava di versar molte lacrime dicendo: O Dio mio, voi ben potete distruggermi e annien­tarmi ma io non vi lascerò prima che mi abbiate concessa la conversione di questi cuori.

« In altra occasione il Salvatore aggiun­se: – Caricati di questo peso e partecipa delle amaritudini del mio Cuore; versa lagrime sulla ingratitudine di questi cuori, che io aveva eletti per consecrarli all’ amor mio; oppure lasciali sprofondarsi nella per­dita loro, e vieni a godere delle mie deli­zie. – Ma io rinunciando a tutte le dolcezze, lasciai libero corso alle lacrime, sentendomi carica di questi cuori che erano, in procinto di andar privi d’amore; ed essendomi li­bera la scelta e continuandomi 1′ invito a godere del santo amore, io mi prostesi al cospetto della Sovrana Bontà, presentandole que’ cuori, cui volesse penetrare del suo divino amore ma ben mi convenne patire prima di ottenerlo, e 1′ inferno non è punto più orribile di un cuore privato dall’ amore del mio Diletto ».

Sotto l’impressione dello zelo ardente ond’ era bruciata ella esclamava: « Signor mio e mio Dio, bisogna che la misericordia vostra ricoveri nel vostro divin Cuore tutte le anime infedeli, affinchè vi siano giustifi­cate per glorificarvene eternamente ».

II. Fervide esortazioni della Santa in aiuto delle anime nel grande affare della salute.

– « Ti sovvenga, scriveva ella a cert’ anima esitante in corrispondere alla grazia, ti sovvenga di avere uno sposo geloso, il quale vuole assolutamente tutto il tuo cuore o non ne vuole punto; se tu non ne scacci le creature, ne uscirà egli; se tu non le lasci col loro amore, egli la­scerà te e ti toglierà il suo. Non si dà mezzo; o tutto o niente. Il Cuor suo vale almeno il tuo. E tu non ti senti confondere in disputargli un bene che è suo? In verità io non arrivo a comprendere com’ egli non sfasi stancato delle: tue resistenze; bisogna dire che abbia un grande amore per te. Questo io ti parlo come ad amica mia di­letta nel sacro Cuore di Gesù Signor nostro, affinchè sii attenta e più fedele in avvenire ai movimenti della grazia.

Ad un’ altra; « Il cuor tuo si espande troppo nella creatura e vi conta più che sopra il Creatore. L’amore della creatura è nel cuor tuo un veleno che vi uccide l’ amore di Gesù Cristo. Quando tu cercherai l’amor delle creature e d’insinuarti; nelle loro buone grazie, perderai quelle del sacro Cuore, ed impoverirai dei suoi tesori tanto quanto tu tenterai arricchirti di cose create. I contentamenti umani faranno inaridire per te la sorgente delle grazie del Cuor di Gesù; ed il tuo ne rimarrà come un terreno secco, e sterile.

Non contrastare dunque più colla grazia, te ne scongiuro per tutto l’ ambre del Cuor sacratissimo del Signor nostro Ge­sù Cristo; perchè non conviene illudersi; la grazia che ora ci stimola sl vivamente, rallenterassi a poco a poco, s’infiacchirà e ritirerassi da noi, lasciandoci freddi ed insensibili al nostro proprio male. Avremo bel domandarla in appresso, ma il sacro Cuore si schernirà di noi, come noi ci siamo scherniti della sua grazia. Dio ci guardi da tanto male! E io te lo dico qui, affin­chè tu provveda di non cadervi giammai. Ricordati spesso delle parole: Se oggi udi­te la voce del Signore, non vogliate indu­rare il cuor vostro.

« Non abbiamo bisogno di medico, se non vogliamo guarire o non usare i rimedii da lui ordinatici o non astenerci da quello che facci ammalare. Ma come un male co­nosciuto è guarito per metà, così non bi­sogna più altro che un buon e tutto andrà bene. Infine si tratta della salute dell’anima tua, carissima al Signore Gesù, e per la quale posso assicurarti non essere niente che, toltone il peccato, io non volessi fare e patire per renderla intera­mente a quello che a gloria sua l’ha creata. Ma niuno può meglio adoperarvisi di te, quando voglia usare dei lumi dati da lui a fare il bene ed evitare il male.

L’amor divino basta per astenerci dal fare con avvertenza niente che possa di­spiacere al Diletto delle anime nostre per­chè io non so comprendere come un cuore che è di Dio e lui vuole daddovero amare, lo possa offendere di proposito deliberato. E ti confesso che le colpe volontarie mi sono insopportabili, perchè feriscono il Cuo­re del nostro Dio. Guardati – adunque dal commetterne, te ne supplico; perehè ti pri­vano di grazie assai, la perdita delle quali rallenta il tuo cuore indebolisce molto l’a­nima tua nel cammino della perfezione.

« Ahimè! potessimo noi comprendere il gran torto che facciamo alla povera anima nostra privandola di tante grazie, ed espo­nendola a così evidente pericolo colla fre­quenza di queste volontarie cadute, che a lei, fanno perdere l’amicizia di Dio, il quale non può ascoltar lei, nè quelli che per lei pregano, mentre ricusa ella di ascol­tare e di tutta convertirsi a lui! Egli le chiude l’entrata del suo sacro Cuore, perchè ella ha cacciato lui dal proprio. Profittiamo dei tempo, che ci è dato e non differiamo più:

«Deh quale pena si attirerà il servo che conosce la volontà del padrone e non la compie! Io spero tuttavia che il tuo buon cuore non prenderà questo in mala parte; ma piuttosto vi farai sopra un poco di riflessione, a fine di non arrischiare la corona che ti è destinata, e non privarti di tante grazie, onde non cesserai di be­nedire Iddio alla mode, la quale non è sempre sì lungi come noi pensiamo ».

III. Sublime voto della Santa.

– « Non so se io m’inganni, ma mi sembra che il massimo mio piacere sarebbe in amare il Mio amabile Salvalore d’un amore amarle ardente come quello dei serafini; parmi che così non mi peserebbe l’amarlo anche nel­l’ inferno. Il pensiero che vi sarà nel mondo un luogo, dove per tutta l’eternità innume­rabili anime redente dal sangue di Gesù Cristo non ameranno più questo amabile Redentore, mi addolora talvolta fino all’ec­cesso. E vorrei, o divino mio Salvatore, se fosse vostra volontà, sofferire tutti i tormenti dell’ inferno, solo che potessi a­marvi tanto quanto vi avrebbono amato in cielo tutti gli sventurati che patiranno sem­pre e non vi ameranno mai! ».

IV. Trasporti d’ amore verso il sacro Cuor di Gesù.

– « O Cuore amorosissimo del mio unico amore, Gesù! non potendo io amarvi, onorarvi e glorificarvi a misura della brama che voi mi date, invito la terra ed il cielo a farlo per me, e mi unico a quegli ardenti serafini per amarvi. O Cuo­re tutto divampante di amore, che non infiammate il cielo e la terra delle vostre fiamme più pure, per istruggerne tutto quan­to essi contengono, affinché le creature tutte non respirino che il vostro amore? Fatemi o morire o patire, o almeno can­giatemi tutta in cuore per amarvi consumandomi nei vostri più vivi ardori. O fuoco divino, o fiamme tutte pure del mio unico amore Gesù! abbruciatemi senza pietà, con­sumatemi senza resistenza. Ohimè! perchè mi risparmiate voi, mentre lo merito sol il fuoco; nè son buona che a bruciare? O amore del cielo e della terra, venite tutto nel cuor mio per ridurmi in cenere. O fuoco divampante della Divinità, venite, venite a versarvi sopra di me! Bruciatemi, consu­matemi tra le vostre più vive fiamme che fanno vivere chi vi muore. Così sia ».

24- GIORNO- MESE DEL SACRO CUORE- Dagli scritti di S. MARGHERITA M. ALACOQUE

persever

GIORNO XXIV.

I. I santi rigori dell’amor divino.

– Questo unico Amore dell’anima mia mi fece vedere in lui due santità, l’una di amo­re e l’altra di giustizia; amendue rigorosis­sime a loro maniera, che doveano di con­tinuo esercitarsi sopra di me. La prima mi farebbe soffrire una specie di purgatorio dolorosissimo a sopportare, in sollievo delle sante anime colà rinchiuse, alle quali per­metterebbe, a suo piacere, di rivolgersi a me la seconda, sì tremenda e spaventevole ai peccatori, mi farebbe sentire il peso del suo giusto rigore, dandomi a soffrire per questi e particolarmente, diss’ egli, per le anime a me consecrate, a cagione delle quali io farotti vedere e sentire appresso quanto ti converrà patire per mio amore.

« Nella prima solitudine che seguì la mia professione, i due o tre primi giorni questa santità divina si aggravò ed impresse tanto fortemente in me da rendermi incapace di far orazione e di sostenere l’interno do­lore che ne risentiva. Io sperimentava una tale sfiducia ed un dolore sì grande di com­parire innanzi a Dio, che se la medesima potenza che mi facea soffrire non aves­semi sorretta, avrei voluto mille volte inabissarmi, distruggermi, annientarmi, ove fosse stato in mio potere. E con tutto que­sto io non potea ritrarmi dalla divina pre­senza, dalla quale io era perseguitata ogni dove, come’una rea in procinto di ricevere la sua condanna, ma con una sommissione così grande al volere del mio Dio, ché di­sposta ero sempre ad accogliere tutte le pene ed i dolori che a lui piacerebbe in­viarmi col medesimo contento che farei colla soavità del suo amore.

Una volta dopo sofferto a lungo sotto il peso della santità di Dio, io perdetti la voce e le forze. Tanta sentiva confusione in dovermi presentare alle creature che la morte mi sarebbe stata meno amara. La santa comunione mi riusciva sì dolorosa che mi sarebbe difficile l’esprimere, il tra­vaglio da me provato in accostarmivi, ben­ché non mi sarebbe stato permesso il riti­rarmene, mentre Ei medesimo che davami a patire in tale stato me lo proibiva. Potea dire col Profeta che le mie lacrime mi ser­viano di pane giorno e notte. Gesù Cristo in sacramento, solo mio rifugio, mi trattava con tanta indignazione, che io ne sofferiva una specie d’agonia, né vi potea dimorare che facendomi una suprema violenza; e se fuori dei tempi obbligati io me gli andava a presentare dicendo: Dove volete che io vada, o divina Giustizia, mentre voi mi accom­pagnate per tutto? Io entrava ed usciva senza saper che dovessi fare e senza tro­var riposo che nel dolore.

Un’ altra volta mi sentii cosi forte imprimere la santità del mio Dio che mi sembrava non aver più forze a resistere, solo dicendo: Santità del mio Dio, quanto siete tremenda per le anime peccatrici! Altre volte: O Signor mio e mio Dio, so­stenete 1a mia debolezza, acciocché io non soccomba sotto la pesante soma, causa 1′ enormità delle mie colpe, onde io merito tutto il rigore della vostra giustizia. Egli mi fece udire queste parole solamente: Io non te ne faccio provare che appena un picciol saggio, cui le anime giuste sostengono per timore che non cada sopra i peccatori.

All’uscire di una grave malattia da lei superata per virtù dell’obbedienza, scriveva: « La mia croce fu cangiata in una interiore; di cui vi confesso non potrei lungamente so­stenere il peso, se la stessa mano che mi af­fligge non si rendesse la mia forza, giacché mi sembra che la sua santità di giustizia mi abbia fatto sentire un piccol saggio del­l’inferno o piuttosto del purgatorio, poiché io non vi avea perduto il desiderio di arnar Dio. Io non saprei come esprimermi su questo punto, non potendo dire che mai sentissi in me; solo io era come una per­sona in agonia, tirata con funi per altrui mano ai luoghi dei suoi doveri, che sono i nostri esercizii. Io non risentiva in me nè mente, nè volontà, nè imaginazione, nè memoria; tutto erasi da me allontanato, lasciandomi senza più vigore alcuno; e tutte le mie pene imprimevansi tanto viva­mente in me che mi penetravano sino al midollo delle ossa. Insomma tutto pativa in me, che non sentiva più niente, tranne una intera sommissione alla santa volontà del mio Dio, del quale adoro i disegni. Ma come sarebbemi difficile il riferirvi tutta la serie di questa disposizione e quanto vi accadde, così noterò solo che essa mi fu rappresentata quale un picciol riflesso e participazione di quello che nostro Signore sofferse nell’ Orto, dove anch’ io dissi col mio Salvatore: Non la mia volontà, mio Dio, ma la vostra si compia, per quanto me ne costi; essendo io risoluta di pa­tire sino al termine col soccorso della sua grazia.

Altrove dice ancora la Santa: « Que­sta santità di amore pressavami sì forte i soffrire per corrisponderle, che io non potea trovare più dolce riposo del sentire il mio corpo sopraccarico di patimenti, l’anima mia in ogni maniera di derelizioni, tutto il mio essere nelle umiliazioni, nei dispregi e nelle contradizioni. Le quali punto non mi mancavano per grazia del mio Dio, il qua­le non potea lasciarmene priva un istante o nel mio interno o nell’ esterno. E quando questo pane salutare diminuiva, mi biso­gnava cercarne altro per via di mortifica­zioni, e molta me ne porgea materia il mio, naturale risentito e superbo. Il mio so­vrano Maestro non volea che ne lascias­si andare perduta occasione; e quando così mi accadea, per la grande violenza che dovea farmi a sormontare le mie ripu­gnanze, egli me la facea pagare il doppio. E quando egli volea qualche cosa da me, mi stimolava si vivamente che mi era im­possibile il resistervi, ciò che molto mi diè a patire, per averlo sovente tentato. Egli mi prendeva per tutto quello che era più opposto al mio naturale ed alle mie inclinazioni contrario; a ritroso delle quali volga che io sempre camminassi.

II. Santi sgomenti della Santa.

– Que­sto frammento di una sua lettera alla madre de Saumaise ci dipinge in quali distretto si piacesse talvolta il Signore di metterla per purificarne l’amore. « Bisogna ben dire una paroletta della vostra povera e me­schina figliuola, che vi tien cara più tene­ramente che mai. Io la credo tutta pene e tutta patimenti senza soccorso nè ricorso, fuorchè al divin Cuore. Mi sono resa in­degna dei suoi lavori colle mie ingratitu­dini ed infedeltà, sebbene egli non desiste di essermi ancora misericordiosamente libe­rale quanto mai, e questo appunto accresce il mio tormento; perocchè io non, so se venga dal nemico, che assale il mio povero cuore, il doloroso pensiero che tutto ciò è volto a mia perdizione, e che Dio non fa tante grazie ad una si malvagia creatura, che ha menato una vita sì rea, e colle sue vane ipocrisie ha ingannato, le creature, particolarmente coloro che la guidano. Tra tutte queste agitazioni la vita mia mi viene rappresentata come in un quadro tanto abo­minevole, che quantunque io non sappia discernervi niente di particolare, pure mi sembra che non potrei sostenerne lunga­mente l’aspetto senza morirne di dolore, ove non mi sentissi allo stesso tempo fortificata e tutta circondata da una potenza invisibile che dissipa queste furie infernali, solo intese a togliermi la pace del cuore, come il Signor nostro me lo ha fatto co­noscere, se non m’inganno. Altra volta mi sorge in pensiero essere questa una pace falsa, solo proveniente dall’induramento di cuore, che mi rende insensibile al mio pro­prio male. Ma ohimè! madre mia buona, sarebbe mai possibile che quell’amabilis­simo Cuore avesse il coraggio di privar quello della indegna sua schiava di amarlo eternamente? Ditemi, ve ne scongiuro, a mia consolazione che ne pensiate ».

III. Che sia il peccato al lume di Dio.

– « Il mio divino Maestro mi diede una volta questa lezione: Impara, disse dopo certi falli commessi da me, come io sono un maestro santo che insegna, la santità. Io sono puro e non posso patire pur 1′ om­bra di macchia. Io ti farò conoscere come non possa tollerare le anime tiepide e co­darde e se in sopportare le tue debolezze sono tanto dolce, non sarò meno esatto e severo in correggere e punire le tue infe­deltà. – E ben me lo ha fatto esperimen­tare tutta la mia vita: giacché posso dire che non mi lasciava passare il minimo fallo, in cui fosse anche pochissimo di volontà e di negligenza, senza riprendermi e punir­mene, benchè sempre nella sua misericordia e bontà infinita. Confesso per altro che niente mi era tanto doloroso quanto il ve­derlo anche lievemente corrucciato contro di me; al paragone di quello tutti gli altri dolori scomparivano.

Una visione di nostro Signore della sua croce e coperto di piaghe valse a metterle tuttavia in più vivo orrore il peccato. «Cominciai, ella dice, a meglio com­prendere la gravità e la malizia del peccato, cui detestava sì forte nel mio cuore che avrei mille volte, voluto gittar innanzi nel­l’inferno che commetterne uno volontaria­mente. O reo peccato, quanto se detesta­bile per la ingiuria che tu arrechi al mio sommo Bene!

In verità il mio Diletto ne ispira un così grande spavento all’anima mia che amerei meglio vedermi abbandonare alle furie di tutti i demoni che veder quella macchiata di colpa anche picciolissima.

« Per quanto sieno grandi i miei falli, quest’unico Bene dell’anima mia non mi priva mai della sua divina presenza secondo la sua promessa. Ma quando gli ho dispia­ciuto in alcuna cosa, me la rende sì terri­bile da non esservi tormento al quale non volessi di buon grado mille volte sacrificar­mi anzichè sostenere tale divina presenza e comparire avanti la santità di Dio coll’ani­ma brutta di alcun peccato. Avrei voluto nascondermi in tal caso ed allontanarmi, se avessi potuto: ma tutti erano inutili i miei sforzi, trovando io dappertutto ciò che fug­giva con tormenti cosi spaventosi che mi pareva di essere in purgatorio, mentre tutto pativa in me senza consolazione di sorta nè desiderio di cercarne; il che faceami dire talora nella mia dolorosa amaritudine: Oh quanto è terribil cosa il cadere nelle mani di un Dio vivente! In tal modo puri­ficava egli le mie colpe allorché io non era bastevolmente pronta e fedele a punirmene da me stessa.

Ma ohimè! che potrei io soffrire di grandezza uguale a’ miei misfatti, i quali mi tengono continuamente in un abisso di confusione, dopo che il mio Dio mi ha fatto vedere l’orribile figura di un’anima in pec­cato mortale, e la gravità di esso, che vol­gendosi contro una bontà infinitamente ama­bile, le è sommamente ingiurioso. Più mi fa patire questa vista che tutte le altre pene; e io vorrei di tutto cuore aver incominciato a sofferire tutte quelle dovute a tutti i pec­cati da me fatti, perchè mi servissero di preservativo e ritegno dal commetterli, pri­ma di essere stata miserabile a segno di farli, posto ancora che l’infinita misericordia del mio Dio mi avesse assicurata di per­donarmeli senza darmi a provare pene so­miglianti.

IV. Atto di puro amore.

– Ascoltate, – o Cuore tutto amabile del Signor mio Gesù Cristo, la domanda che vi fo e la richiesta che vi presento in mio favore, io meschina ed indegna peccatrice, pregandovi della mia verace conversione. Io detesto il peccato con tanto orrore che sceglierei di essere prima subissata nell’inferno che tornarvi ad offen­dere in avvenire; e se voi mi volete con­dannare alle fiamme, sia in quelle del vostro puro amore senza riserva. Sommergetemi in tale divampante fornace a punizione di tutte le mie perfidie. E quando 1′ eccesso della vostra bontà écciteravvi a farmi an­cora qualche grazia, altra io non ve ne chieggo fuori di questo dolce supplizio d’amore. Ma fate, ve ne scongiuro, che io mi vi consumi per esservi trasformata in voi. E per vendicarvi del non avervi io amato per amare me disordinatamente, fe­rite, trapassate mille e mille volte l’ingrato cuor mio collo strale del vostro puro amore, di modo che esso non possa contener più niente di terreno e di umano, ma la sola sicurezza del vostro puro amore, il quale non mi lasci più altra libertà che di amarvi patendo e compiendo la vostra santa vo­lontà. Sono queste le grazie che io vi domando, o sacratissimo ed amabilissimo Cuore, e vi supplico di concederle a me ed a tutti i cuori capaci di amarvi, per li quali io vi chieggo di vivere e di morire in questo medesimo amore. Amen ».