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Soffrire con Gesù

Ogni nostra croce è un frammento della Croce di Gesù. Ogni nostro sacrificio è una parte di quel supremo sacrificio. Non c’è dolore che egli non abbia patito; non c’è lacrima che non abbia versata; non c’è spina dalla quale non sia stato perforato. Ti domanda – domanda a tutti – una personale partecipazione. E’ lui che te la chiede, dopo avertene fissato il grado, il momento e l’intensità. Ogni tua piccola o grande croce è una parte della sua, fissata in maniera proporzionata alle possibilità e alle necessità che Egli solo conosce. Quando sei colpito dal dolore, quando esperimenti la trafittura delle spine, lo strazio di una ferita, l’onta di uno schiaffo, lo spasimo dei fori alle mani e ai piedi, l’umiliazione di un insulto o di una calunnia, non accusare nessuno; non incolpare i tuoi fratelli, le circostanze, gli eventi della vita. Essi non sono che strumenti: è lui, il divino Crocifisso, che ti invita a seguirlo, ad imitarlo, a continuare, in te, la grande legge della salvezza nella sofferenza. E’ lui che domanda di stenderti sul legno insanguinato della sua Croce. Ad ogni tua croce corrisponde un suo aiuto. Ad ogni tuo dolore, per quanto umanamente impossibile, una sua grazia particolare. E se ogni tua piccola croce è un frammento della sua Croce, tu la devi accettare e vivere con lui, con intensità di amore, con perfetta adesione ai suoi arcani disegni, con ferma convinzione di avere da lui la forza che ti è indispensabile.

 (Novello Pederzini)

Amore e croce

Ognuno “ prenda la sua croce “, dice Gesù. Strane e uniche queste parole. Ma anche queste, come le altre parole di Gesù, hanno qualcosa di quella luce che il mondo non conosce. Sono così luminose che gli occhi spenti degli uomini, e anche dei cristiani languidi, restano abbagliati e quindi accecati. L’amore ha spinto Gesà alla croce che da molti è ritenuta pazzia. Ma solo quella follia ha salvato l’umanità, ha plasmato i santi. I santi infatti sono uomini capaci di capire la croce. Uomini che, seguendo Gesù, l’Uomo-Dio, hanno raccolto la croce di ogni giorno come la cosa più preziosa della terra; l’hanno amata tutta la loro vita e hanno conosciuto e sperimentato che la croce è la “ chiave “, l’unica chiave che apre un tesoro, il tesoro. Apre piano piano le anime alla comunione con Dio. La croce è il mezzo necessario per cui il divino penetra nell’umano e l’uomo partecipa con più pienezza alla vita di Dio, elevandosi dal regno di questo mondo al Regno dei Cieli. La croce … cosa tanto comune. Così fedele, che non manca, all’appuntamento di nessun giorno. Basterebbe raccoglierla per farsi santi. La croce, emblema del cristiano, che il mondo non vuole, fuggendola, di fuggire al dolore, e non sa che essa spalanca nell’anima di chi l’ha capita il regno della Luce e dell’Amore: quell’amore che il mondo tanto cerca, ma non ha.

 (Chiara Lubich)

Gesù dall’alto della croce ci parla… sette volte.

Sono le Sue ultime parole.
All’avvicinarsi della morte, Egli ci fa conoscere quello che si agita nel Suo cuore. Sentimenti e volontà di perdono, di abbandono e di infinita fiducia nel Padre. Il testamento che ci lascia in questo modo ci è estremamente caro. Facciamo nostre queste parole e con lo stesso abbandono e la stessa fiducia di Gesù nel  Padre.
  “Padre perdona loro perché non sanno quel che fanno
Signore, fa che riconoscendo nel perdono dei peccati il segno dell’amore di Dio, impariamo ad amare e a perdonare i nostri fratelli.
Oggi sarai con me nel Paradiso”  
Questa promessa è per tutti; Signore aiutaci ad essere luce per gli altri, per quelli che si sono allontanati dalla fede, per quelli che non credono. Il nostro esempio e la nostra preghiera li riporti a te.
Donna ecco tuo figlio” e al   discepolo che amava :”Ecco tua Madre”
Possano Signore i malati e i sofferenti trovare in Maria il conforto della loro fede, la certezza per la loro speranza.
Ho sete
In una delle beatitudini, gesù dice: beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati: Tu solo sei giusto, Signore. Fa che viviamo sempre seguendo Te, seguendo la Tua parola, attingendo da te che sei sorgente d’acqua viva.
 
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
Quante persone vivono in questa situazione di sconforto: donaci Signore di saper vedere la sofferenza e le difficoltà degli latri. Rendici capaci di far rifiorire la speranza in coloro che l’hanno perduta.
 
Padre, nelle Tue mani consegno il mio Spirito
Sostieni Signore coloro che sono nella prova e  i moribondi perché colmi di fiducia e allontanando da sé ogni timore, si affidino totalmente a te.
“Tutto è compiuto
 In un altro passo, Gesù dice: mio cibo è fare la volontà del Padre. Dicendo “tutto è compiuto”, Gesù fa capire che la sua missione l’ha realizzata. Ti affidiamo Signore i sacerdoti e i religiosi, fa che non si scoraggino di fronte alle difficoltà, aiutati anche dal nostro aiuto morale e materiale.

Sono stato invitato per Venerdì, sul Golgota


 

C’ero anch’io. Una giornata indimenticabile.
Mi sono sgolato e ho perso la voce gridando:
“Viva Gesù! Osanna! E’ il figlio di Davide!”.
Ho raccolto un ramoscello di ulivo
e l’ho portato in casa
come ricordo della festa
e l’ho messo bene in vista.
Io voglio bene a Gesù.
Io sono un suo discepolo!

Se vai Venerdì, se ti rechi sul Golgota,
guarda che tornerai col vestito macchiato.
Di sangue.
Un vestito macchiato di sangue
– meglio se c’è una ferita sulla tua carne –
sarà domenica il luminoso biglietto d’ingresso
per la festa di Pasqua.
Sarai veramente un suo discepolo!

Ho ricevuto un invito.
Gesù mi vuole accanto a lui, Venerdì.
Mi ha scritto: “Non mancare.
Ci tengo. Fammi compagnia.
Sarà una festa imprevedibile!”.

Giuseppe Impastato S.I.

Dalla Mia Croce Alla Tua Solitudine

 
 
Ti parlo dalla Mia Croce per giungere alla tua solitudine,a te,che
tante volte Mi hai guardato senza vederMi,e che Mi hai ascoltato senza sentirMi.

A te,che tante volte hai promesso di seguirMi da vicino e poi,
senza sapere perchè,ti sei allontanato dalle impronte che ho lasciato nel mondo perchè non ti perdessi

.
A te,che non credi che Io sono sempre con te;a te,che Mi
cerchi senza incontrarMi e pensi che non Mi incontrerai più; 
          

a te,che talvolta pensi che Io sia stato un ricordo e non capisci che invece sono vivo.

Io sono il Principio e la Fine,sono il Cammino per non farti
deviare,la Verità per non farti errare nell’equivoco,e sono la Vita
perchè tu non muoia per sempre.

Il Mio tema preferito è l’amore,quell’amore che è stato la Mia
ragione di vita e di morte.

Sono stato libero fino alla fine,ho avuto un chiaro ideale che
ho difeso con il Mio Sangue per salvarti.

Sono stato Maestro e Servo,sono sensibile all’amicizia e da tempo
aspetto che Mi regali la tua.

Nessuno come Me conosce la tua anima,i tuoi pensieri,il tuo
andare, e per questo, sò molto bene quanto vali!

Sò che forse la tua vita ti sembra povera agli occhi del mondo,
ma Io sò che hai molte cose da dare,e sono sicuro che dentro il tuo
cuore c’è un tesoro nascosto;conosci te stesso e farai spazio a Me.

Se sapessi da quanto tempo busso alla porta del tuo cuore,e
non ricevo risposta!

Mi fà male sapere che Mi ignori e talvolta Mi condanni come Pilato;o Mi rinneghi come Pietro; e, tante volte, Mi tradisci come Giuda.

Oggi ti chiedo pazienza con i tuoi genitori,amore per il proprio
coniuge,responsabilità verso i tuoi figli,tolleranza con gli anziani,
comprensione per tutti i tuoi fratelli,compassione per chi soffre,
servizio verso tutti.

Non vorrei vederti egoista,orgoglioso,ribelle,sfiduciato o pessimista.
Vorrei che la tua vita fosse allegra,sempre gioiosa e cristiana.
Ogni volta che ti senti vicino, cercaMi e Mi troverai;
ogni volta che ti senti stanca, parlaMi, raccontaMi…
Ogni volta che credi di non servire a niente, non ti deprimere,non ti
credere poca cosa, non dimenticare che Io ho avuto bisogno di un asino per entrare a Gerusalemme, ed ho bisogno della tua piccolezza per entrare nell’anima del tuo prossimo.
Ogni volta che ti senti solo, nel cammino, non dimenticare che Io sono con te.
Non ti stancare di chiedere, perchè Io non Mi stancherò di darti, non ti stancare di seguirMi perchè Io non Mi stancherò di accompagnarti e mai ti lascerò solo!

Qui Io Sono,al tuo fianco,e sono qui per aiutarti.
Ti amo molto,il tuo amico:
Gesù

La passione di Gesù descritta da un medico


Alcuni anni fa un dottore francese, Barbet, si trovava in Vaticano insieme con un suo amico, il dottor Pasteau.
Nel circolo di ascoltatori c’era anche il cardinal Pacelli. Pasteau raccontava che, in seguito alle ricerche del dottor Barbet,
si poteva ormai essere certi che la morte di Gesù in croce era avvenuta per contrazione tetanica di tutti i muscoli e per asfissia.
Il cardinal Pacelli impallidì. Poi mormorò piano:- Noi non ne sapevamo nulla; nessuno ce ne aveva fatto parola.
In seguito a quella osservazione Barbet stese per iscritto una allucinante ricostruzione, dal punto di vista medico,
della passione di Gesù.

Premise un’avvertenza:«Io sono soprattutto un chirurgo; ho insegnato a lungo. Per 13 anni sono vissuto in compagnia di cadaveri; ».
durante la mia carriera ho studiato a fondo l’anatomia.

Posso dunque scrivere senza presunzione«Gesù entrato in agonia nell’orto del Getsemani – scrive l’evangelista Luca – pregava più intensamente. ».

E diede in un sudore come di gocce di sangue che cadevano fino a terra

Il solo evangelista che riporta il fatto è un medico, Luca. E lo fa con la precisione di un clinico.
Il sudar sangue, o ematoidròsi, è un fenomeno rarissimo. Si produce in condizioni eccezionali:
a provocarlo ci vuole una spossatezza fisica, accompagnata da una scossa morale violenta,
causata da una profonda emozione, da una grande paura. Il terrore, lo spavento,
l’angoscia terribile di sentirsi carico di tutti i peccati degli uomini devono aver schiacciato Gesù.
Questa tensione estrema produce la rottura delle finissime vene capillari che stanno sotto le ghiandole sudoripare…
Il sangue si mescola al sudore e si raccoglie sulla pelle; poi cola per tutto il corpo fino a terra.
Conosciamo la farsa di processo imbastito dal Sinedrio ebraico, l’invio di Gesù a Pilato e il ballottaggio della vittima
fra il procuratore romano ed Erode. Pilato cede e ordina la flagellazione di Gesù. I soldati spogliano Gesù e lo legano per i polsi a una colonna dell’atrio. La flagellazione si effettua con delle strisce di cuoio multiplo su cui sono fissate due palle di piombo o degli ossicini. Le tracce sulla Sindone di Torino sono innumerevoli;
la maggior parte delle sferzate è sulle spalle, sulla schiena, sulla regione lombare e anche sul petto.
I carnefici devono essere stati due, uno da ciascun lato, di ineguale corporatura. Colpiscono a staffilate la pelle, già alterata da milioni di microscopiche emorragie del sudor di sangue. La pelle si lacera e si spacca; il sangue zampilla.
A ogni colpo il corpo di Gesù trasale in un soprassalto di dolore. Le forze gli vengono meno: un sudor freddo gli imperla la fronte, la testa gli gira in una vertigine di nausea, brividi gli corrono lungo la schiena.
Se non fosse legato molto in alto per i polsi, crollerebbe in una pozza di sangue.
Poi lo scherno dell’incoronazione. Con lunghe spine, più dure di quelle dell’acacia, gli aguzzini intrecciano una specie di casco e glielo applicano sul capo.
Le spine penetrano nel cuoio capelluto e lo fanno sanguinare (i chirurghi sanno quanto sanguina il cuoio capelluto).
Dalla Sindone si rileva che un forte colpo di bastone dato obliquamente, lasciò sulla guancia destra di Gesù una orribile piaga contusa; il naso è deformato da una frattura dell’ala cartilaginea.
Pilato, dopo aver mostrato quello straccio d’uomo alla folla inferocita, glielo consegna per la crocifissione.
Caricano sulle spalle di Gesù il grosso braccio orizzontale della croce; pesa una cinquantina di chili.
Il palo verticale è già piantato sul Calvario. Gesù cammina a piedi scalzi per le strade dal fondo irregolare cosparso di cottoli.
I soldati lo tirano con le corde. Il percorso, fortunatamente, non è molto lungo, circa 600 metri.
Gesù a fatica mette un piede dopo l’altro; spesso cade sulle ginocchia. E sempre quella trave sulla spalla.
Ma la spalla di Gesù è coperta di piaghe. Quando cade a terra la trave gli sfugge e gli scortica il dorso.
Sul Calvario ha inizio la crocifissione. I carnefici spogliano il condannato; ma la sua tunica è incollata alle piaghe e il toglierla è semplicemente atroce. Non avete mai staccato la garza di medicazione da una larga piaga contusa?
Non avete sofferto voi stessi questa prova che richiede talvolta l’anestesia generale? Potete allora rendervi conto di che si tratta. Ogni filo di stoffa aderisce al tessuto della carne viva; a levare la tunica, si lacerano le terminazioni nervose messe allo scoperto nelle piaghe.
I carnefici dànno uno strappo violento.
Come mai quel dolore atroce non provoca una sincope?
Il sangue riprende a scorrere; Gesù viene steso sul dorso. Le sue piaghe s’incrostano di polvere e di ghiaietta.
Lo distendono sul braccio orizzontale della croce. Gli aguzzini prendono le misure. Un giro di succhiello nel legno per facilitare la penetrazione dei chiodi e l’orribile supplizio ha inizio. Il carnefice prende un chiodo (un lungo chiodo appuntito e quadrato), lo appoggia sul polso di Gesù; con un colpo netto di martello glielo pianta e lo ribatte saldamente sul legno.
Gesù deve avere spaventosamente contratto il viso. Nello stesso istante il suo pollice,
con un movimento violento, si è messo in opposizione nel palmo della mano: il nervo mediano è stato leso.
Si può immaginare ciò che Gesù deve aver provato: un dolore lancinante, acutissimo che si è diffuso nelle sue dita, è zampillato, come una lingua di fuoco, nella spalla, gli ha folgorato il cervello il dolore più insopportabile che un uomo possa provare, quello dato dalla ferita dei grossi tronchi nervosi. Di solito provoca una sincope e fa perdere la conoscenza. In Gesù no. Almeno il nervo fosse stato tagliato netto!
 Invece (lo si constata spesso sperimentalmente) il nervo è stato distrutto solo in parte: la lesione del tronco nervoso rimane in contatto col chiodo: quando il corpo di Gesù sarà sospeso sulla croce, il nervo si tenderà fortemente come una corda di violino tesa sul ponticello. A ogni scossa, a ogni movimento, vibrerà risvegliando il dolore straziante.
Un supplizio che durerà tre ore.
Anche per l’altro braccio si ripetono gli stessi gesti, gli stessi dolori.
Il carnefice e il suo aiutante impugnano le estremità della trave; sollevano Gesù mettendolo prima seduto e poi in piedi; facendolo camminare all’indietro, lo addossano al palo verticale. Poi rapidamente incastrano il braccio orizzontale
della croce sul palo verticale.
Le spalle di Gesù hanno strisciato dolorosamente sul legno ruvido.
Le punte taglienti della grande corona di spine hanno lacerato il cranio.
La povera testa di Gesù è inclinata in avanti,
poiché lo spessore del casco di spine le impedisce di riposare sul legno.
Ogni volta che Gesù solleva la testa, riprendono le fitte acutissime.
Gli inchiodano i piedi. È mezzogiorno. Gesù ha sete. Non ha bevuto nulla
né mangiato dalla sera precedente. I lineamenti sono tirati, il volto è una maschera di sangue.
La bocca è semiaperta e il labbro inferiore già comincia a pendere.
 La gola è secca e gli brucia, ma Gesù non può deglutire. Ha sete.
Un soldato gli tende, sulla punta di una canna, una spugna imbevuta di una bevanda acidula in uso tra i militari.Ma questo non è che l’inizio di una tortura atroce.
Uno strano fenomeno si produce nel corpo di Gesù.
I muscoli delle braccia si irrigidiscono in una contrazione che va accentuandosi: i deltoidi,
i bicipiti sono tesi e rilevati, le dita si incurvano. Si tratta di crampi. Alle cosce e alle gambe gli stessi mostruosi rilievi rigidi; le dita dei piedi si incurvano.
 Si direbbe un ferito colpito da tetano, in preda a quelle orribili crisi che non si possono dimenticare.
È ciò che i medici chiamano tetanìa, quando i crampi si generalizzano: i muscoli dell’addome si irrigidiscono in onde immobili;
poi quelli intercostali, quelli del collo e quelli respiratori. Il respiro si è fatto a poco a poco più corto. L’aria entra con un sibilo ma non riesce quasi più a uscire.
Gesù respira con l’apice dei polmoni. la sete di aria: come un asmatico in piena crisi,
il suo volto pallido a poco a poco diventa rosso, poi trascolora nel violetto purpureo e infine nel cianotico.
Gesù, colpito da asfissia, soffoca. I polmoni, gonfi d’arìa non possono più svuotarsi. La fronte è imperlata di sudore,
gli occhi gli escono fuori dall’orbita. Che dolori atroci devono aver martellato il suo cranio!
Ma cosa avviene? Lentamente, con uno sforzo sovrumano, Gesù ha preso un punto di appoggio sul chiodo dei piedi.
Facendosi forza, a piccoli colpi, si tira su, alleggerendo la trazione delle braccia. I muscoli del torace si distendono.
La respirazione diventa più ampia e profonda, i polmoni si svuotano e il viso riprende il pallore primitivo.
Perché tutto questo sforzo? Perché Gesù vuole parlare: « Padre, perdona loro: non sanno quello che fanno ».
Dopo un istante il corpo ricomincia ad afflosciarsi e l’asfissia riprende. Sono state tramandate sette frasi di Gesù dette in croce: ogni volta che vuol parlare, Gesù dovrà sollevarsi tenendosi ritto sui chiodi dei piedi… Inimmaginabile!

Uno sciame di mosche (grosse mosche verdi e blu come se ne vedono nei mattatoi e nei carnai), ronza attorno al suo corpo; gli si accaniscono sul viso, ma egli non puo scacciarle.
Fortunatamente, dopo un po’, il cielo si oscura, il sole si nasconde: d’un tratto la temperatura si abbassa.
Fra poco saranno le tre del pomeriggio. Gesù lotta sempre; di quando in quando si risolleva per respirare.
È l’asfissia periodica dell’infelice che viene strozzato e a cui si lascia riprendere fiato per soffocarlo più volte.
Una tortura che dura tre ore.
Tutti i suoi dolori, la sete, i crampi, l’asfissia, le vibrazioni dei nervi mediani, non gli hanno strappato un lamento.
Ma il Padre (ed é l’ultima prova) sembra averlo abbandonato: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
Ai piedi della croce stava la madre di Gesù. Potete immaginare lo strazio di quella donna?
Gesù dà un grido: « È finito ».
E a gran voce dice ancora: «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito ».

E muore.

IL CENTURIONE

Il giorno era iniziato come centinaia di altri, senza onore e senza gloria. Il centurione romano non sapeva ciò che lo attendeva. Egli era li. Semplicemente per obbedire ad un ordine.
Uomo folle, senza scrupoli e sadico!! Il suo lavoro gli aveva causato una forma di pazzia ed anestetizzato i suoi sensi.
Forse il processo di morte interiore era iniziato molto tempo prima con le morti violente a cui si era dovuto abituare.
Egli aveva dovuto metter a morte la propria coscienza già tempo prima e tra un grido, uno sputo e gli atroci dolori dei condannati, aveva imparato a sorseggiare qualche bicchiere di vino per sfuggire al macabro spettacolo.
Egli non poteva immaginare che un terremoto stesse per sconvolgere le sue fondamenta.
Essere in Giudea, era già di per sé un male, ma passare interi pomeriggi infuocati su quella collina rocciosa a fare la guardia a ladri, assassini, malfattori e folli morenti era l’inferno!
Uno spettacolo orribile fatto di imprecazioni, maledizioni, urla disumane, disperazione, vendetta, sudore e fiumi di sangue. Metà della folla accorsa per gustare il raccapricciante spettacolo che i gentili romani offrivano sovente, scherniva, provocava ed accusava gli uomini in croce; l’altra metà piangeva.
Quel venerdì non fu immerso nel silenzio e nello stupore di oggi, ma nello schiamazzo furibondo di uomini rabbiosi e sadici attirati dal sangue come i pescicani e dal dolore lancinante di pochi amici o parenti di quei tre crocifissi. Anche se era il venerdì santo, quel giorno fu un venerdì maledetto. I soldati grugnivano come cani; i sacerdoti davano ordini e capeggiavano gli scherni.
Quello del centurione era davvero un lavoro ingrato in una terra eccentrica. Non vedeva l’ora che la giornata finisse ancor prima che cominciasse.
Era incuriosito per l’attenzione riservata a questo villano scalzo e, mentre leggeva la scritta che sarebbe stata affissa in cima al palo verticale del condannato, che per lui era semplicemente uno dei tanti, gli veniva da ridere. Già, che ne sapeva il soldato che quello era Gesù che noi adoriamo e riconosciamo Re e Signore, non di Roma e nemmeno di Israele, ma dell’Universo intero? Un re non dovrebbe sedere su quel tipo di trono ed essere destinato ad una simile fine!! Si doveva trattare di un povero diavolo, semmai!
Il condannato sembrava tutto tranne che il capo di una nazione; egli appariva in tutto uguale alle centinaia di altri che aveva visto morire in quel modo. Il suo volto era pieno di lividi, gonfiori, ferite e ricoperto da una maschera di sangue raggrumato. Le spalle mostravano le ossa perché grandi pezzi di pelle erano saltati a seguito della flagellazione. Lo sguardo era basso e, nonostante il dolore che doveva provare e l’asfissia che lo faceva svenire, quel condannato appariva impermeabile alle grida ed alle ingiurie. “Un innocuo bifolco di provincia” farfugliò il centurione. “Cosa avrà mai fatto di male costui per suscitare tanta rabbia?”
Allora, Gesù sollevò la testa. Non appariva arrabbiato. Non era agitato. Il suo sguardo profondo era stranamente calmo mentre osservava tutto e tutti da dietro la maschera di sangue. Egli guardava quelli che lo conoscevano, osservandoli lentamente e deliberatamente uno ad uno nel volto come se avesse una parola per ciascuno.
Solo per un istante i suoi occhi si posarono anche sul centurione e per un istante gli occhi del centurione incontrarono lo sguardo più puro che avesse mai visto. Egli non sapeva cosa quello sguardo significasse. Ma quello sguardo lo spinse ad inghiottire e gli fece avvertire un vuoto allo stomaco. Mentre osservava il suo sottomesso afferrare il Nazareno per scagliarlo a terra con violenza gratuita e non richiesta, egli ebbe la sensazione che quello non sarebbe stato un giorno normale come gli altri.
Mentre le ore scorrevano, il centurione si trovò ad osservare sempre più spesso il condannato della croce che era posta al centro. Egli non sapeva come gestire il silenzio del Nazzareno. Non gli era mai accaduta una cosa simile. Un condannato che soffriva le pene dell’inferno ….. nel silenzio. Egli non sapeva come rispondere alla gentilezza di quella maceria d’uomo.
Ma, più di ogni altra cosa, era quel buio a preoccuparlo. Egli non sapeva come spiegarsi quel cielo buio a mezzogiorno. Nessuno riusciva a dare una spiegazione….. e, a dire il vero, nessuno si azzardava a darne. Un minuto c’era il sole e, un minuto dopo, era notte. Un minuto la temperatura era come infuocata ed il minuto successivo, l’aria era fredda come di sera. Persino i sacerdoti furono silenziati da questo strano fenomeno.
Il centurione si mise a lungo a sedere su una pietra rimanendo a fissare quelle tre figure allungate che pendevano verso il basso. Le teste penzolavano chinate in avanti e solo occasionalmente si rotolavano da una parte all’altra.
Sui beffardi era sceso un velo di silenzio ….. un silenzio lugubre. Quelli che avevano pianto, ora erano in attesa.
Improvvisamente la testa di centro cessò di sobbalzare. Si levò diritta. I suoi occhi si aprirono in un lampo che lasciò intravedere il bianco. Un ruggito tagliò il silenzio. “Tutto è compiuto!” (Gv 19,30). Non si trattò di un urlo. Non era definibile come un grido. No, si trattava di un ruggito, il ruggito di un leone. Il centurione non sapeva da quale mondo provenisse quel ruggito che aveva dominato l’atmosfera, ma certamente non da questo.
Il centurione si alzò dalla roccia e fece qualche passo verso il Nazareno e, quando fu più vicino, vide Gesù che fissava il cielo. C’era qualcosa in quegli occhi che il soldato doveva assolutamente vedere. Ma dopo qualche passo, egli cadde. Si rialzò e cadde nuovamente. La terra si era messa a tremare prima gentilmente ed ora sempre più violentemente. Cercò ancora di camminare in direzione del Nazareno; riuscì ad avvicinarsi un poco ma cadde di nuovo….. ai piedi della croce.
Alzò lo sguardo verso quel corpo che penzolava sopra di lui e fissò lo sguardo su quello dell’uomo sanguinante ormai prossimo alla morte. Il Re guardò in giù verso il vecchio, indurito centurione. Le mani di Gesù erano legate al palo orizzontale sul quale i polsi erano stati inchiodati; non poteva stenderle. Anche le caviglie erano trapassate da lunghi chiodi e non potevano camminare verso di lui. La testa era appesantita per il dolore e riusciva a mala pena a muoverla. Ma i suoi occhi…. Io li ho visti… erano di fuoco! Ardenti di fuco inestinguibile. Erano gli occhi di Dio.
Forse fu proprio ciò che spinse il centurione a dire ciò che disse. Egli aveva appena visto gli occhi di Dio. Egli aveva visto gli stessi occhi che una adultera mezza nuda a Gerusalemme, una divorziata senza amici in Samaria e un Lazzaro morto da quattro giorni al cimitero avevano incrociato prima di lui. Gli stessi occhi che non si erano chiusi davanti alla futilità umana, che non si erano voltati mai davanti al fallimento dell’uomo e che non si erano chiusi davanti alla morte di nessuno.
“È tutto in ordine”, dissero gli occhi di Dio. “Ho attraversato una grande tempesta, ma è ancora tutto in ordine”.
Le convinzioni del centurione cominciarono a fluire come un fiume in piena. “Questo uomo non è affatto un carpentiere!”, ripeteva a se stesso muovendo le labbra. “Costui non è un villano. Egli non è neppure un uomo come gli altri”.
Si alzò e guardò attorno le rocce che si erano staccate ed il cielo che si era fatto cupo. Si voltò e guardò in faccia i soldati che fissavano immobili il loro sguardo su Gesù.; poi, si voltò di nuovo e vide gli occhi di Gesù rivolti verso l’alto che guardavano come verso casa. Egli ascoltò quelle labbra aprirsi e quella lingua ingrossata parlare per l’ultima volta.
“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46).
Se non lo avesse detto il centurione, certamente lo avrebbero fatto i soldati. Se il centurione avesse taciuto, lo avrebbero gridato quelle rocce. Ma egli pronunciò quelle meravigliose parole che spettarono ad un estraneo, un cane romano il quale ebbe il compito di attestare ciò che tutti loro sapevano.
“Costui era davvero il Figlio di Dio!” (Mt 27,54). E così, in quel giorno, un ladrone pentito e il suo aguzzino furono i primi ad entrare nel Regno dei cieli. Un malfattore, probabilmente giudeo ed un soldato di Roma, un gentile
.
Gesù era davvero il Salvatore di Israele e delle Nazioni. Il Salvatore dei Giudei e dei Gentili.
Marco cicoletti