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Il linguaggio delle lacrime

Spesso il pianto è compagno della sofferenza. Ma la polivalenza semantica del pianto lo rende un linguaggio estremamente misterioso e articolato, che merita un approfondimento. “Il paese delle lacrime è così misterioso”, fa dire Antoine de Saint-Exupéry al suo piccolo principe. Ma il pianto è anche quanto di più noto e sperimentato vi possa essere tra gli uomini: à una caratteristica umana tipica e universale, un’espressione specifica dell’umanità. Noi nasciamo con la capacità di piangere, dotati di questa abilità, eppure sappiamo ben poco sul pianto: perché piangiamo? Perché esprimiamo con questo medesimo linguaggio emozionale sia gioia che dolore? Associamo il pianto a situazioni di sofferenza, ma siamo disposti ad affermare che piangendo ci sentiamo meglio, che le lacrime producono un benefico sfogo di emozioni represse e che hanno un valore catartico: “Le lacrime danno sollievo all’anima” (Seneca). Spesso espressione di angoscia, esse producono anche un piacere fisico. Forse, più ancora che a uno sfogo, le lacrime sono tese a un ri-orientamento delle emozioni. Esse fanno spostare la nostra attenzione dalla mente al corpo e così sciolgono il dolore psicologico …
Il pianto è un linguaggio, le lacrime sono parole non verbali, sono una forma di comunicazione … Il pianto davanti a un’altra persona mira a suscitare una sua reazione, esprime una richiesta di attenzione. Con il pianto cerchiamo di trasformare in sostegno la negatività degli altri: chi assiste al pianto altrui si sente colpito da tale esternazione di vulnerabilità e normalmente tende a farsi vicino, a consolare, a confortare. Le fragili e quasi evanescenti lacrime hanno un grande potere! Il pianto è un mezzo usato dagli umani per restare in contatto tra di loro. Lo stesso pianto infantile non esprime solo il bisogno che chiede di essere soddisfatto, ma tende anche a creare un legame tra il piccolo e i genitori. Il pianto poi non sempre è di facile o univoca interpretazione: di fronte a chi piange spesso siamo in imbarazzo (e cerchiamo parole e, soprattutto, gesti, che siano adeguati alla pregnanza del linguaggio di pianto dell’altro) e tentiamo di interpretare le sue lacrime. Le lacrime svelano un aspetto dell’anima, e quasi la mettono a nudo. Esse sono l’eloquenza discreta dell’anima, il linguaggio del cuore. Sono la parte visibile, per quanto tremula e trasparente, del nostro desiderio. Esse uniscono mirabilmente interiorità ed esteriorità, corpo e anima. “Le lacrime consumano la loro vita fuori dal corpo, testimoniando al suo esterno la sua più autentica interiorità” (L. Charvet, L’eloquenza delle lacrime). Sono la visibilità dell’invisibile.
“Che sono mai le parole? Una lacrima le supera tutte in eloquenza” (Schlegel); “Grazie alle lacrime io posso vivere con il dolore perché, piangendo, mi do un interlocutore empatico che riceve il messaggio ‘più vero’: quello del mio corpo e non già quello della mia lingua” (Barthes) …
Come linguaggio comunicativo esso esprime desiderio, aspettativa, preghiera. Nei salmi la preghiera dell’orante è spesso accompagnata dalle lacrime, tanto nella malattia, quanto in altre situazioni difficili (cf. Sal 39,13; 42,4; 80,6). Il pianto, sempre effuso dal salmista “davanti al volto del Signore” (Sal 142,3), è così una preghiera che il Signore gradisce e ascolta: “Hai contato i passi del mio vagare, hai raccolto le mie lacrime in un vaso” (Sal 56,9).

tratto da L. Manicardi, L’umano soffrire