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Preghiera a Santa Lucia

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O gloriosa Santa Lucia, che alla professione della fede, associasti la gloria del martirio, ottienici di professare apertamente le verità del Vangelo e di camminare con fedeltà secondo gli insegnamenti del Salvatore.

O Vergine Siracusana, sii luce alla nostra vita e modello di ogni nostra azione, cosicché, dopo averti imitato qui in terra, possiamo, assieme a te godere della visione del Signore. Amen.

Composta da Angelo Giuseppe Roncalli al tempo di Patriarca di Venezia; divenne poi Pp Giovanni XXIII (1958-1963); beatificato il 3 settembre 2000

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VITA DI SANTA LUCIA

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La patrona di Siracusa, una martire del IV secolo, è diventata la protettrice della vista ereditando grazie al nome, che ricorda la luce, una funzione della dea Artemide, venerata anticamente sull’isola di Ortigia

La persecuzione contro i cristiani di Diocleziano e Massimiano, che co­minciò nel 303 e terminò nel 311, fu la più lunga e spietata che la storia ricordi. “Le carceri di ogni luogo” narra Eusebio nella Storia ecclesiastica «furono allora piene di vescovi, lettori, esorcisti cosicché non vi restava spazio per i condannati per delitti comuni.” Colpì quasi tutte le province dell’Impero e giunse fino a Siracusa dove morì decapitata un’adole­scente, Lucia, che apparteneva a una nobile famiglia della città. Sulla sua tomba fiorì un culto testimoniato da una lastrina marmo­rea, scoperta nel 1894 nella catacomba di San Giovanni, dove è scritto in greco: «Euskia, la irreprensibile, vissuta buona e pura per anni circa 25, mori nella festa della mia santa Lucia e per lei non vi ha elogio condegno; fu cristiana, fedele, perfetta, grata al suo marito di molta gratitu­dine». Vicino al sepolcro della martire venne costruita una basilica che i Normanni, passata la bufera araba, riedificarono nel XII secolo.


Quando nel 1303 Federico Il d’Aragona visitò Siracusa, volle onorare la santa ordinando che a spese del regio tesoro si ricostruisse la chiesa che venne ristrutturata in epoca barocca. Accanto alla basilica, proprio sul luogo della sepoltura, l’architetto Giovanni Vermexio, demolita una chiesetta, cominciò a costruire nel 1629 un tempietto ottagonale che venne poi malamente completato nella forma attuale. Ma da tanti secoli il corpo non si trovava più nella sua tomba. Già nell’878 i siracusani lo avevano nascosto nella catacomba per sottrarlo agli invasori musulmani. Liberata Siracusa nel 1039, il generale bizan­tino Giorgio Maniace trasportò il corpo a Costantinopoli per farne omaggio all’imperatrice Teodora.

Infine nel 1204; caduta Costantino­poli in mano ai crociati, il doge Enrico Dandolo lo trasferì a Venezia, dove privo del braccio sinistro è venerato ancora oggi nella chiesa dei Santi Geremia e Lucia. Siracusa, che ha chiesto più volte invano il corpo della sua patrona, conserva soltanto alcune reliquie minori che le sono state donate a partire dal XVI secolo, fra cui tre frammenti di costole racchiusi in una teca d’oro nel petto del simulacro della santa, la secen­tesca statua argentea di Pietro Rizzo, alta tre metri e settanta, che viene portata in processione nelle due feste di dicembre e di maggio; e due frammenti di cannella del braccio sinistro, racchiusi in un reliquiario del 1931. In una cassetta d’argento eseguita nel 1651 si conservano anche il velo, la veste e le scarpette di santa Lucia che si mostrano ai fedeli in so­lennità straordinarie.

Ma secondo un’altra tradizione le reliquie della martire furono portate nel 718 nel Ducato di Benevento e due secoli dopo, nel 970, trasferite dall’imperatore a Metz.

Su Lucia ci sono pervenute due Passiones o narrazioni del suo marti­rio: la latina, molto fantasiosa, e la greca, più antica e forse non priva di episodi reali sebbene non siano assenti elementi leggendari. Un giorno – narra la Passio greca – Lucia, una fanciulla siracusana di illustre fami­glia, si recò a Catania, nella chiesa di Sant’Agata, insieme con la madre Eutichia, afflitta da un flusso di sangue inguaribile, per chiedere alla santa il miracolo. Mentre le due donne pregavano davanti al sepolcro, Lucia cadde in un sonno profondo durante il quale le apparve Agata: “Lucia, sorella mia e vergine del Signore”, le disse “perché chiedi a me ciò che tu stessa puoi concedere? La tua fede è stata di grande giova­mento a tua madre che è già guarita. E come per me è ricolma di grazie la città di Catania, così per te sarà preservata la città di Siracusa perché il Signore nostro Gesù Cristo ha gradito che tu abbia serbata illibata la tua verginità”. La madre guarì e Lucia, tornata a Siracusa, decise di rinunciare al matrimonio per consacrarsi alla vita religiosa e di vendere la dote che le spettava distribuendone il ricavato ai poveri. Quando il fidanzato venne a sapere che la fanciulla, vinta l’opposizione dei genitori, non aveva più intenzione di sposarsi come cristiana, andò su tutte le furie e la denunziò come cristiana all’arconte Pascasio. Lucia, arrestata, si rifiuta di sacrificare agli dei suscitando la rea­zione di Pascasio che la condanna al lupanare: “Appena comincerai a vi­vere nel disonore” esclama il magistrato romano “cesserai di essere il tempio dello Spirito Santo”. Ma quando si tentò di trascinarla verso il bordello, «lo Spirito Santo le diede tale immobilità che nessuno riusciva a smuoverla». A nulla valsero maghi e sacerdoti, e nemmeno una cop­pia di buoi. Allora Pascasio ordinò di accendere con fascine, olio, resina e pece un gran fuoco che la consumasse mentre lei diceva: «Pregherò il Signore nostro Gesù Cristo affinché questo fuoco non mi molesti; io poi che ho fede nella croce di Cristo dimostrerò a te che ho impetrato un prolungamento alla mia lotta, così farò vedere ai credenti in Cristo la virtù del martirio e ai non credenti toglierò l’accecamento della loro superbia». Da que­sta affermazione, si dice, sarebbe nato il suo patronato sulla «vista spirituale» e poi per estensione su quella materiale. Ormai il martirio si avviava alla conclusione. Quando gli amici del­l’arconte suggerirono di decapitarla, Lucia li seguì docilmente.

La Passio latina sostiene invece che fu iugulata, cioè scannata: così la santa viene raffigurata in molti dipinti e persino nella statua processionale siracu­sana dove appare con un pugnale piantato nella gola. Ma sono più cre­dibili gli Atti greci perché la pena capitale era riservata ai nobili. D’al­tronde il corpo incorrotto di Lucia che si conserva a Venezia ha il capo staccato dal busto. Secondo la tradizione Lucia morì il 13 dicembre del 304.

Quella data, che nella prima metà del XIV secolo coincideva con il solstizio d’inverno a causa dell’anticipo del calendario giuliano rispetto all’anno solare, ispirò alcuni proverbi, improponibili dal 1582, quando entrò in vigore il nuovo calendario gregoriano che aveva restaurato il 21 dicem­bre: «Santa Lucia è il giorno più corto che ci sia» oppure: «Da santa Lu­cia a Natale il dì allunga un passo di cane».
Sicché la sua festa divenne l’annuncio della nuova luce, la promessa di giorni più lunghi e di notti più brevi. D’altronde la funzione di annunciatrice di luce le si addiceva perché il suo nome latino, Lucia, femminile di Lucius, derivava da lux, lucis e significava originariamente «nata nelle prime ore del mattino» oppure «durante il giorno). Tradotto nel tardo greco – la lingua della Si­cilia orientale – in Lukia venne a significare nell’ambiente cristiano se­gno e promessa di luce spirituale.

Ma il nome non basta a spiegare il suo patronato sulla vista che qualche agiografo ha collegato alla frase della Passio («ai non credenti to­glierò l’accecamento») interpretata estensivamente e materialmente. Altri agiografi l’hanno collegato invece a un episodio narrato in una leg­genda medievale che ricalca la storia di un’altra Lucia, terziaria di san Domenico: la fanciulla per non cedere alle suppliche del fidanzato si sa­rebbe strappata gli occhi.

Ma l’episodio, conveniamone, non è il più adatto a giustificare la sua protezione sulla vista. D’altronde soltanto dal XIV secolo Lucia è raffigurata con gli occhi posati sul piattino, mentre precedentemente veniva rappresentata con la palma del martirio e una lampada, allusione, si dice, alla frase profetica. Questo patronato è in realtà uno dei segni che permettono di intuire come la santa abbia assunto anticamente anche le funzioni di una dea apportatrice di luce. Secondo il cardinale Federigo Borromeo la dea era Lucina, che per gli antichi guariva e preservava dalle malat­tie degli occhi. La somiglianza dei nomi ispirò dunque il patronato. Ma la spiegazione non è del tutto soddisfacente. Lucina era sì una dea minore, ma anche l’appellativo di Giunone romana e di Hera greca, e Lucina era chiamata Diana, identificata dai Romani nella greca Arte­mide. Ma chi sono queste dee se non personificazioni della Mater Ma­gua, simboleggiata anche dalla Luna? La quale Luna, scriveva Marco Terenzio Varrone nel De lingua latina, “alcuni chiamano col nome di Diana, come chiamano il Sole col nome di Apollo: quello di Apollo è greco, l’altro di Diana è latino… Essa sembra essere chiamata dai Latini anche Giunone Lucina o perché è a un tempo Terra, come dicono i naturalisti, e illumina; o perché dalla fase lunare in cui uno è conce­pito fino a quella in cui viene alla vita, la Luna continua ad essergli di giovamento… Per questo motivo la invocano le partorienti. La Luna è infatti patrona delle nascite perché presiede al succedersi dei mesi. Che di ciò si fossero accorte le donne dei tempi antichi risulta dal fatto che a questa dea si dedicavano soprattutto le loro sopracciglia. Era doveroso infatti che a Giunone Lucina si riservasse il posto dove dagli dei si dà la luce agli occhi». Nell’isola di Ortigia, che fu il primo nucleo di Siracusa, il tempio più antico, di cui rimangono tracce sotto l’ala nuova del Palazzo Comunale, era dedicato ad Artemide.

Successivamente, nel V secolo a.C., nelle vici­nanze venne eretto un tempio in onore di Atena, simboleggiata dalla Luna: il tempio è stato poi trasformato nella cattedrale di Siracusa dove è custodita la statua processionale di Santa Lucia con le sue reliquie. Forse queste coincidenze ci permettono di capire perché la martire ado­lescente viene rappresentata a Siracusa nelle sembianze di una solenne matrona più che di esile fanciulla, e con la lampada simbolo della luce divina. Il suo culto si diffuse in tutta l’Europa, persino nella lontana Svezia, dove si radicò nel Vàrmland, una regione a oriente della capitale.

Dopo la riforma protestante la festa pareva ormai relegata nell’archivio della memoria storica quando nel 1927 il quotidiano “Stockolms Dagbladet” decise di bandire un concorso per eleggere la cosiddetta “Lucia di Sve­zia” che con una corona di sette candele in capo e accompagnata da compagne vèstite come lei di una tunica bianca doveva raccogliere i doni natalizi da distribuire il 13 dicembre ai bisognosi, ai malati e agli anziani in occasione delle feste natalizie. L’iniziativa ha attecchito fino a diventare in pochi decenni una tradizione nazionale. All’origine della Lu­cia svedese vi è forse la Leggenda del giorno di Santa Lucia, un racconto che aveva scritto nel 1912 Selma Lagerlòf, premio Nobel per la lettera­tura, cattolica e originaria del Varmland. Dal 1950 la festa svedese si è collegata a quella siciliana: una giovane svedese eletta “Lucia nazionale” va a Siracusa, invitata dalla cittadinanza, per partecipare alla proces­sione finale che conclude l’ottava. L’abito bianco, le candeline sul capo e i doni natalizi alludono alla sua funzione solstiziale, sebbene ora l’inizio del nuovo anno solare cada il 21 dicembre. Questa funzione si riscontra anche nell’Italia nord-orien­tale. Nel Trentino ad esempio si narra che la notte della vigilia santa Lu­cia arriva sulla groppa di un asinello carico di doni. La sua venuta è an­nunciata da un campanello che si suona per fare addormentare i bam­bini. Se i piccoli verranno trovati svegli, l’asinello con i doni cambierà strada. La sera, prima di andare a dormire, i bimbi pongono sul davan­zale un piatto ripieno di crusca e di farina per il pasto dell’animale. Sulla groppa dell’asinello siede santa Lucia che nel piatto rimasto vuoto de­pone balocchi, dolciumi e frutti. Ma spesso accanto ai doni lascia anche una piccola verga per ammonire i più capricciosi. In alcune zone del Trentino invece del piatto si mette sul davanzale una scarpetta piena di crusca mentre i bimbi cantano il ritornello: Santa Lucia, mamma mia porta roba in scarpa mia. A Trento, come d’altronde a Verona, vi è anche una Fiera dei gio­cattoli. E una volta a Verona nella notte che precedeva la festa venivano ripuliti i camini affinché la santa, scendendo con i doni, non s’imbrat­tasse di fuliggine.

La festa per eccellenza si svolge a Siracusa con una processione che accompagna il simulacro, poggiato sulla «cassa» d’argento e seguito dalla carrozza settecentesca del senato, che un tempo ospitava le auto­rità: la statua esce dalla cattedrale e, preceduta da una schiera di pelle­grini con ceri votivi, viene portata da un gruppo di devoti, tirati a sorte fra quanti si sono offerti, fino alla basilica di Santa Lucia al Sepolcro dove rimarrà esposta per tutta l’ottava. Infine, il 20 dicembre verrà ri­condotta in cattedrale fra luminarie e fuochi d’artificio.

Ma Lucia è festeggiata anche ai primi di maggio e precisamente fra la prima e la seconda domenica con la festa del patrocinio di Santa Lu­cia, detta un tempo anche Santa Lucia delle quaglie perché, secondo una leggenda riferita da Giuseppe Pitrè, tanti, tanti anni fa Siracusa era stata colpita da una carestia. Non sapendo più che fare, “nel mese di maggio la Santa fu esposta alle preghiere pubbliche onde ponesse fine al malore. E narrasi che una grandissima, immensa copia di quaglie venne a cadere sulle banchine della marina e per le vie della città. Cade­vano le poverine stanche, inanimate pel lungo viaggio, sì che i Siracu­sani non avevano clic a stendere la mano per prenderle”. Ma di questa leggenda non v’è quasi più traccia oggi a Siracusa mentre la festa viene ricollegata a un evento considerato storico, perlomeno nelle sue vicende essenziali. Una grave carestia aveva colpito Siracusa nel 1646. Si erano consumate le scorte, molti cominciavano a patire la fame e il popolo ru­moreggiava. Allora il vescovo, che aveva già distribuito seimila scudi tra i più poveri, chiamò la cittadinanza alla preghiera facendo esporre per otto giorni il simulacro di santa Lucia sull’altare maggiore della catte­drale.

Il 13 maggio, mentre la cattedrale era gremita per la messa, una colomba entrò nella chiesa e si posò sul soglio del vescovo. Poco dopo si spargeva la notizia che alcuni bastimenti carichi di grano e di legumi erano entrati nel porto. Si fece allora voto che ogni anno, alla prima do­menica di maggio, il simulacro della martire venisse trasportato nella chiesa del suo monastero, Santa Lucia alla Badia, che si affaccia sulla piazza della Cattedrale, e fosse esposto per otto giorni. Prima che en­trasse nella chiesa, dall’alto della balconata recintata da una gelosia di ferro le monache lanciavano sulla folla una pioggia di fiori e di colombe e quaglie dalle ali tarpate: una cerimonia crudele, corretta ultimamente con il lancio di piccioni viaggiatori che volteggiano sulla piazza e intorno alla statua e poi ritornano sani e salvi ai loro proprietari. La presenza di quaglie e colombe, di là dalle leggende, è simbolicamente significativa perché entrambe erano consacrate a divinità femminili; e non a caso Ortigia, che significa “isola delle quaglie”, era anche il nome arcaico di Delo, dove secondo il mito Latona partorì Apollo e sua sorella Arte­mide, la dea lunare della Luce. Al termine dell’ottava, la seconda domenica di maggio, il simulacro viene portato in processione per le vie di Ortigia tra fuochi d’artificio a mare per rientrare poi a sera in cattedrale accompagnato da uno spetta­colo pirotecnico sulla piazza.

Ispirato alle leggende del miracolo di maggio vi è anche un piatto si­ciliano, la «cuccia», a base di granelli di frumento cui si aggiunge in certe zone una manciata di ceci che simboleggiano gli occhi della santa, protettrice della vista. Questo piatto non si mangia in maggio ma il 13 dicembre al posto del pane.