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La Pietà – Michelangelo Buonarroti

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Venerdì santo: la Passione del Signore

“Ognuno di noi deve vedersi in mezzo a quella folla, perché sono stati i nostri peccati la causa dell’immenso dolore che si abbatte sull’anima e sul corpo del Signore…”
Parole di mons. Javier Echevarría, prelato dell’Opus Dei
 

Oggi vogliamo stare con Cristo sulla Croce. Ricordo alcune parole di san Josemaría Escrivá, un Venerdì Santo. Ci invitava a rivivere personalmente le ore della Passione; dall’agonia di Gesù nell’Orto degli Ulivi fino alla flagellazione, all’incoronazione di spine e alla morte in Croce. Legata l’onnipotenza di Dio per mano di uomo – diceva quel santo sacerdote -, portano il mio Gesù da una parte all’altra, tra gli insulti e gli spintoni della plebe. Ognuno di noi deve vedersi in mezzo a quella folla, perché sono stati i nostri peccati la causa dell’immenso dolore che si abbatte sull’anima e sul corpo del Signore. Sì, ognuno di noi trascina Cristo, diventato un oggetto di burla, da una parte all’altra. Siamo noi con i nostri peccati, quelli che reclamano a gran voce la sua morte. Ed Egli, perfetto Dio e perfetto Uomo, lascia fare. Lo aveva predetto il profeta Isaia: Maltrattato non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori.
  
È giusto che sentiamo la responsabilità dei nostri peccati. È logico che siamo molto riconoscenti a Gesù. È naturale che cerchiamo il modo di riparare, perché alle nostre manifestazioni di poco amore Egli risponde sempre con un amore totale. In questo tempo della Settimana Santa, vediamo il Signore più vicino, più simile agli uomini, suoi fratelli. Meditiamo queste parole di Giovanni Paolo II: Chi crede in Gesù porta la Croce in trionfo, come prova inoppugnabile che Dio è amore… Ma la fede in Cristo non si dà mai per scontata. Il mistero pasquale, che riviviamo nei giorni della Settimana Santa, è sempre attuale. Noi siamo oggi i contemporanei del Signore e, come la gente di Gerusalemme, come i discepoli e le donne, siamo chiamati a decidere se rimaniamo con Lui o fuggiamo, o siamo dei semplici spettatori della sua morte (Omelia, 24-III-2002).
 
Qual è la nostra reazione? Guardiamo Gesù sputacchiato, malmenato, frustato, esausto, pieno di ferite… Ognuna di queste piaghe è come una bocca attraverso la quale ci dice: non mi ferire più! Trattami un po’ meglio. Da’ testimonianza del mio amore con la tua vita limpida, con la tua preoccupazione per gli altri, col tuo sacrificio gioioso. Supera la paura di soffrire. Finché camminiamo sulla terra, il dolore è il nostro compagno di viaggio, il prezzo con cui possiamo comprare il tesoro della beatitudine eterna. In questa Settimana Santa chiediamo a Gesù che nella nostra anima si risvegli la coscienza di essere uomini e donne veramente cristiani, perché viviamo al cospetto di Dio e, con Dio, al cospetto di tutte le persone.
 
Non lasciamo che il Signore porti da solo la Croce. Accettiamo con gioia i piccoli sacrifici di ogni giorno; dobbiamo ascoltare, sorridere, comprendere, giustificare, aiutare chi si trova nel bisogno… Così aiuteremo Cristo. Mettiamo a frutto la capacità di amare che Dio ci ha concesso, per rendere concreti i propositi, senza limitarci a un semplice sentimentalismo. Diciamo sinceramente: Signore, basta!, basta! Chiediamo con fede che noi e tutte le persone della terra scopriamo la necessità di odiare il peccato mortale e di aborrire il peccato veniale deliberato, che tanto hanno fatto soffrire il nostro Dio.
 
Quanto è grande la potenza della Croce! Quando Cristo è oggetto di irrisione e di sberleffi da parte di tutti; quando è sul Legno e non desidera liberarsi dei chiodi; quando nessuno darebbe un centesimo per la sua vita, il buon ladrone, uno come noi, scopre l’amore di Cristo agonizzante e chiede perdono. Oggi sarai con me nel Paradiso. Che forza ha la sofferenza, quando la si accetta accanto a Nostro Signore! È capace, dalle situazioni più dolorose, di ricavare momenti di gloria e di vita. Quell’uomo che si rivolge a Cristo agonizzante, trova la remissione dei peccati, la felicità eterna. Noi dobbiamo fare lo stesso. Se superiamo la paura della Croce, se ci uniamo a Cristo sulla Croce, riceveremo la sua grazia, la sua forza, la sua efficacia. E ci riempiremo di pace.
 
Ai piedi della Croce scopriamo Maria, Vergine fedele. Chiediamole, in questo Venerdì Santo, di prestarci il suo amore e la sua fortezza, affinché anche noi sappiamo tenere compagnia a Gesù. Ci rivolgiamo a Lei con le parole di san Josemaría Escrivá, che hanno aiutato milioni di persone: Di’: Madre mia – tua, perché sei suo per molti titoli -, il tuo amore mi leghi alla Croce di tuo Figlio: non mi manchi la Fede, né il coraggio, né l’audacia, per compiere la volontà del nostro Gesù.

Gesù dall’alto della croce ci parla… sette volte.

Sono le Sue ultime parole.
All’avvicinarsi della morte, Egli ci fa conoscere quello che si agita nel Suo cuore. Sentimenti e volontà di perdono, di abbandono e di infinita fiducia nel Padre. Il testamento che ci lascia in questo modo ci è estremamente caro. Facciamo nostre queste parole e con lo stesso abbandono e la stessa fiducia di Gesù nel  Padre.
  “Padre perdona loro perché non sanno quel che fanno
Signore, fa che riconoscendo nel perdono dei peccati il segno dell’amore di Dio, impariamo ad amare e a perdonare i nostri fratelli.
Oggi sarai con me nel Paradiso”  
Questa promessa è per tutti; Signore aiutaci ad essere luce per gli altri, per quelli che si sono allontanati dalla fede, per quelli che non credono. Il nostro esempio e la nostra preghiera li riporti a te.
Donna ecco tuo figlio” e al   discepolo che amava :”Ecco tua Madre”
Possano Signore i malati e i sofferenti trovare in Maria il conforto della loro fede, la certezza per la loro speranza.
Ho sete
In una delle beatitudini, gesù dice: beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati: Tu solo sei giusto, Signore. Fa che viviamo sempre seguendo Te, seguendo la Tua parola, attingendo da te che sei sorgente d’acqua viva.
 
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
Quante persone vivono in questa situazione di sconforto: donaci Signore di saper vedere la sofferenza e le difficoltà degli latri. Rendici capaci di far rifiorire la speranza in coloro che l’hanno perduta.
 
Padre, nelle Tue mani consegno il mio Spirito
Sostieni Signore coloro che sono nella prova e  i moribondi perché colmi di fiducia e allontanando da sé ogni timore, si affidino totalmente a te.
“Tutto è compiuto
 In un altro passo, Gesù dice: mio cibo è fare la volontà del Padre. Dicendo “tutto è compiuto”, Gesù fa capire che la sua missione l’ha realizzata. Ti affidiamo Signore i sacerdoti e i religiosi, fa che non si scoraggino di fronte alle difficoltà, aiutati anche dal nostro aiuto morale e materiale.

Sono stato invitato per Venerdì, sul Golgota


 

C’ero anch’io. Una giornata indimenticabile.
Mi sono sgolato e ho perso la voce gridando:
“Viva Gesù! Osanna! E’ il figlio di Davide!”.
Ho raccolto un ramoscello di ulivo
e l’ho portato in casa
come ricordo della festa
e l’ho messo bene in vista.
Io voglio bene a Gesù.
Io sono un suo discepolo!

Se vai Venerdì, se ti rechi sul Golgota,
guarda che tornerai col vestito macchiato.
Di sangue.
Un vestito macchiato di sangue
– meglio se c’è una ferita sulla tua carne –
sarà domenica il luminoso biglietto d’ingresso
per la festa di Pasqua.
Sarai veramente un suo discepolo!

Ho ricevuto un invito.
Gesù mi vuole accanto a lui, Venerdì.
Mi ha scritto: “Non mancare.
Ci tengo. Fammi compagnia.
Sarà una festa imprevedibile!”.

Giuseppe Impastato S.I.

Dalla Mia Croce Alla Tua Solitudine

 
 
Ti parlo dalla Mia Croce per giungere alla tua solitudine,a te,che
tante volte Mi hai guardato senza vederMi,e che Mi hai ascoltato senza sentirMi.

A te,che tante volte hai promesso di seguirMi da vicino e poi,
senza sapere perchè,ti sei allontanato dalle impronte che ho lasciato nel mondo perchè non ti perdessi

.
A te,che non credi che Io sono sempre con te;a te,che Mi
cerchi senza incontrarMi e pensi che non Mi incontrerai più; 
          

a te,che talvolta pensi che Io sia stato un ricordo e non capisci che invece sono vivo.

Io sono il Principio e la Fine,sono il Cammino per non farti
deviare,la Verità per non farti errare nell’equivoco,e sono la Vita
perchè tu non muoia per sempre.

Il Mio tema preferito è l’amore,quell’amore che è stato la Mia
ragione di vita e di morte.

Sono stato libero fino alla fine,ho avuto un chiaro ideale che
ho difeso con il Mio Sangue per salvarti.

Sono stato Maestro e Servo,sono sensibile all’amicizia e da tempo
aspetto che Mi regali la tua.

Nessuno come Me conosce la tua anima,i tuoi pensieri,il tuo
andare, e per questo, sò molto bene quanto vali!

Sò che forse la tua vita ti sembra povera agli occhi del mondo,
ma Io sò che hai molte cose da dare,e sono sicuro che dentro il tuo
cuore c’è un tesoro nascosto;conosci te stesso e farai spazio a Me.

Se sapessi da quanto tempo busso alla porta del tuo cuore,e
non ricevo risposta!

Mi fà male sapere che Mi ignori e talvolta Mi condanni come Pilato;o Mi rinneghi come Pietro; e, tante volte, Mi tradisci come Giuda.

Oggi ti chiedo pazienza con i tuoi genitori,amore per il proprio
coniuge,responsabilità verso i tuoi figli,tolleranza con gli anziani,
comprensione per tutti i tuoi fratelli,compassione per chi soffre,
servizio verso tutti.

Non vorrei vederti egoista,orgoglioso,ribelle,sfiduciato o pessimista.
Vorrei che la tua vita fosse allegra,sempre gioiosa e cristiana.
Ogni volta che ti senti vicino, cercaMi e Mi troverai;
ogni volta che ti senti stanca, parlaMi, raccontaMi…
Ogni volta che credi di non servire a niente, non ti deprimere,non ti
credere poca cosa, non dimenticare che Io ho avuto bisogno di un asino per entrare a Gerusalemme, ed ho bisogno della tua piccolezza per entrare nell’anima del tuo prossimo.
Ogni volta che ti senti solo, nel cammino, non dimenticare che Io sono con te.
Non ti stancare di chiedere, perchè Io non Mi stancherò di darti, non ti stancare di seguirMi perchè Io non Mi stancherò di accompagnarti e mai ti lascerò solo!

Qui Io Sono,al tuo fianco,e sono qui per aiutarti.
Ti amo molto,il tuo amico:
Gesù

La passione di Gesù descritta da un medico


Alcuni anni fa un dottore francese, Barbet, si trovava in Vaticano insieme con un suo amico, il dottor Pasteau.
Nel circolo di ascoltatori c’era anche il cardinal Pacelli. Pasteau raccontava che, in seguito alle ricerche del dottor Barbet,
si poteva ormai essere certi che la morte di Gesù in croce era avvenuta per contrazione tetanica di tutti i muscoli e per asfissia.
Il cardinal Pacelli impallidì. Poi mormorò piano:- Noi non ne sapevamo nulla; nessuno ce ne aveva fatto parola.
In seguito a quella osservazione Barbet stese per iscritto una allucinante ricostruzione, dal punto di vista medico,
della passione di Gesù.

Premise un’avvertenza:«Io sono soprattutto un chirurgo; ho insegnato a lungo. Per 13 anni sono vissuto in compagnia di cadaveri; ».
durante la mia carriera ho studiato a fondo l’anatomia.

Posso dunque scrivere senza presunzione«Gesù entrato in agonia nell’orto del Getsemani – scrive l’evangelista Luca – pregava più intensamente. ».

E diede in un sudore come di gocce di sangue che cadevano fino a terra

Il solo evangelista che riporta il fatto è un medico, Luca. E lo fa con la precisione di un clinico.
Il sudar sangue, o ematoidròsi, è un fenomeno rarissimo. Si produce in condizioni eccezionali:
a provocarlo ci vuole una spossatezza fisica, accompagnata da una scossa morale violenta,
causata da una profonda emozione, da una grande paura. Il terrore, lo spavento,
l’angoscia terribile di sentirsi carico di tutti i peccati degli uomini devono aver schiacciato Gesù.
Questa tensione estrema produce la rottura delle finissime vene capillari che stanno sotto le ghiandole sudoripare…
Il sangue si mescola al sudore e si raccoglie sulla pelle; poi cola per tutto il corpo fino a terra.
Conosciamo la farsa di processo imbastito dal Sinedrio ebraico, l’invio di Gesù a Pilato e il ballottaggio della vittima
fra il procuratore romano ed Erode. Pilato cede e ordina la flagellazione di Gesù. I soldati spogliano Gesù e lo legano per i polsi a una colonna dell’atrio. La flagellazione si effettua con delle strisce di cuoio multiplo su cui sono fissate due palle di piombo o degli ossicini. Le tracce sulla Sindone di Torino sono innumerevoli;
la maggior parte delle sferzate è sulle spalle, sulla schiena, sulla regione lombare e anche sul petto.
I carnefici devono essere stati due, uno da ciascun lato, di ineguale corporatura. Colpiscono a staffilate la pelle, già alterata da milioni di microscopiche emorragie del sudor di sangue. La pelle si lacera e si spacca; il sangue zampilla.
A ogni colpo il corpo di Gesù trasale in un soprassalto di dolore. Le forze gli vengono meno: un sudor freddo gli imperla la fronte, la testa gli gira in una vertigine di nausea, brividi gli corrono lungo la schiena.
Se non fosse legato molto in alto per i polsi, crollerebbe in una pozza di sangue.
Poi lo scherno dell’incoronazione. Con lunghe spine, più dure di quelle dell’acacia, gli aguzzini intrecciano una specie di casco e glielo applicano sul capo.
Le spine penetrano nel cuoio capelluto e lo fanno sanguinare (i chirurghi sanno quanto sanguina il cuoio capelluto).
Dalla Sindone si rileva che un forte colpo di bastone dato obliquamente, lasciò sulla guancia destra di Gesù una orribile piaga contusa; il naso è deformato da una frattura dell’ala cartilaginea.
Pilato, dopo aver mostrato quello straccio d’uomo alla folla inferocita, glielo consegna per la crocifissione.
Caricano sulle spalle di Gesù il grosso braccio orizzontale della croce; pesa una cinquantina di chili.
Il palo verticale è già piantato sul Calvario. Gesù cammina a piedi scalzi per le strade dal fondo irregolare cosparso di cottoli.
I soldati lo tirano con le corde. Il percorso, fortunatamente, non è molto lungo, circa 600 metri.
Gesù a fatica mette un piede dopo l’altro; spesso cade sulle ginocchia. E sempre quella trave sulla spalla.
Ma la spalla di Gesù è coperta di piaghe. Quando cade a terra la trave gli sfugge e gli scortica il dorso.
Sul Calvario ha inizio la crocifissione. I carnefici spogliano il condannato; ma la sua tunica è incollata alle piaghe e il toglierla è semplicemente atroce. Non avete mai staccato la garza di medicazione da una larga piaga contusa?
Non avete sofferto voi stessi questa prova che richiede talvolta l’anestesia generale? Potete allora rendervi conto di che si tratta. Ogni filo di stoffa aderisce al tessuto della carne viva; a levare la tunica, si lacerano le terminazioni nervose messe allo scoperto nelle piaghe.
I carnefici dànno uno strappo violento.
Come mai quel dolore atroce non provoca una sincope?
Il sangue riprende a scorrere; Gesù viene steso sul dorso. Le sue piaghe s’incrostano di polvere e di ghiaietta.
Lo distendono sul braccio orizzontale della croce. Gli aguzzini prendono le misure. Un giro di succhiello nel legno per facilitare la penetrazione dei chiodi e l’orribile supplizio ha inizio. Il carnefice prende un chiodo (un lungo chiodo appuntito e quadrato), lo appoggia sul polso di Gesù; con un colpo netto di martello glielo pianta e lo ribatte saldamente sul legno.
Gesù deve avere spaventosamente contratto il viso. Nello stesso istante il suo pollice,
con un movimento violento, si è messo in opposizione nel palmo della mano: il nervo mediano è stato leso.
Si può immaginare ciò che Gesù deve aver provato: un dolore lancinante, acutissimo che si è diffuso nelle sue dita, è zampillato, come una lingua di fuoco, nella spalla, gli ha folgorato il cervello il dolore più insopportabile che un uomo possa provare, quello dato dalla ferita dei grossi tronchi nervosi. Di solito provoca una sincope e fa perdere la conoscenza. In Gesù no. Almeno il nervo fosse stato tagliato netto!
 Invece (lo si constata spesso sperimentalmente) il nervo è stato distrutto solo in parte: la lesione del tronco nervoso rimane in contatto col chiodo: quando il corpo di Gesù sarà sospeso sulla croce, il nervo si tenderà fortemente come una corda di violino tesa sul ponticello. A ogni scossa, a ogni movimento, vibrerà risvegliando il dolore straziante.
Un supplizio che durerà tre ore.
Anche per l’altro braccio si ripetono gli stessi gesti, gli stessi dolori.
Il carnefice e il suo aiutante impugnano le estremità della trave; sollevano Gesù mettendolo prima seduto e poi in piedi; facendolo camminare all’indietro, lo addossano al palo verticale. Poi rapidamente incastrano il braccio orizzontale
della croce sul palo verticale.
Le spalle di Gesù hanno strisciato dolorosamente sul legno ruvido.
Le punte taglienti della grande corona di spine hanno lacerato il cranio.
La povera testa di Gesù è inclinata in avanti,
poiché lo spessore del casco di spine le impedisce di riposare sul legno.
Ogni volta che Gesù solleva la testa, riprendono le fitte acutissime.
Gli inchiodano i piedi. È mezzogiorno. Gesù ha sete. Non ha bevuto nulla
né mangiato dalla sera precedente. I lineamenti sono tirati, il volto è una maschera di sangue.
La bocca è semiaperta e il labbro inferiore già comincia a pendere.
 La gola è secca e gli brucia, ma Gesù non può deglutire. Ha sete.
Un soldato gli tende, sulla punta di una canna, una spugna imbevuta di una bevanda acidula in uso tra i militari.Ma questo non è che l’inizio di una tortura atroce.
Uno strano fenomeno si produce nel corpo di Gesù.
I muscoli delle braccia si irrigidiscono in una contrazione che va accentuandosi: i deltoidi,
i bicipiti sono tesi e rilevati, le dita si incurvano. Si tratta di crampi. Alle cosce e alle gambe gli stessi mostruosi rilievi rigidi; le dita dei piedi si incurvano.
 Si direbbe un ferito colpito da tetano, in preda a quelle orribili crisi che non si possono dimenticare.
È ciò che i medici chiamano tetanìa, quando i crampi si generalizzano: i muscoli dell’addome si irrigidiscono in onde immobili;
poi quelli intercostali, quelli del collo e quelli respiratori. Il respiro si è fatto a poco a poco più corto. L’aria entra con un sibilo ma non riesce quasi più a uscire.
Gesù respira con l’apice dei polmoni. la sete di aria: come un asmatico in piena crisi,
il suo volto pallido a poco a poco diventa rosso, poi trascolora nel violetto purpureo e infine nel cianotico.
Gesù, colpito da asfissia, soffoca. I polmoni, gonfi d’arìa non possono più svuotarsi. La fronte è imperlata di sudore,
gli occhi gli escono fuori dall’orbita. Che dolori atroci devono aver martellato il suo cranio!
Ma cosa avviene? Lentamente, con uno sforzo sovrumano, Gesù ha preso un punto di appoggio sul chiodo dei piedi.
Facendosi forza, a piccoli colpi, si tira su, alleggerendo la trazione delle braccia. I muscoli del torace si distendono.
La respirazione diventa più ampia e profonda, i polmoni si svuotano e il viso riprende il pallore primitivo.
Perché tutto questo sforzo? Perché Gesù vuole parlare: « Padre, perdona loro: non sanno quello che fanno ».
Dopo un istante il corpo ricomincia ad afflosciarsi e l’asfissia riprende. Sono state tramandate sette frasi di Gesù dette in croce: ogni volta che vuol parlare, Gesù dovrà sollevarsi tenendosi ritto sui chiodi dei piedi… Inimmaginabile!

Uno sciame di mosche (grosse mosche verdi e blu come se ne vedono nei mattatoi e nei carnai), ronza attorno al suo corpo; gli si accaniscono sul viso, ma egli non puo scacciarle.
Fortunatamente, dopo un po’, il cielo si oscura, il sole si nasconde: d’un tratto la temperatura si abbassa.
Fra poco saranno le tre del pomeriggio. Gesù lotta sempre; di quando in quando si risolleva per respirare.
È l’asfissia periodica dell’infelice che viene strozzato e a cui si lascia riprendere fiato per soffocarlo più volte.
Una tortura che dura tre ore.
Tutti i suoi dolori, la sete, i crampi, l’asfissia, le vibrazioni dei nervi mediani, non gli hanno strappato un lamento.
Ma il Padre (ed é l’ultima prova) sembra averlo abbandonato: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
Ai piedi della croce stava la madre di Gesù. Potete immaginare lo strazio di quella donna?
Gesù dà un grido: « È finito ».
E a gran voce dice ancora: «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito ».

E muore.

La Pasqua di Sara

La Pasqua di Sara
(Sara, 12 anni, figlia di Giairo, capo della Sinagoga di Cafarnao, cfr. Mc. 5,21-43)
“…Gesù!”
Il tuo nome è l’ultima parola che ho afferrato prima di morire; “Vado a chiamare Gesù”, così ripeteva mio papà, lasciandomi per venire a cercarti.
“È arrivato tardi”, mormoravano a bocca stretta, i miei vicini di casa; ero già morta, infatti, quando sei arrivato. Avevo dodici anni. “La bambina dorme, ora la sveglio”, ti sentirono dire, chiusi nel loro silenzio, ti disprezzarono.
Tenendomi la mano, tu hai detto: “Talità kum!”. “Fanciulla, io te lo ordino, alzati!” Non so dove la tua voce mi ha raggiunto; non so come hai fatto a trovarmi. Come un gigante tu hai attraversato, vittorioso, il buio della mia morte. Ho dischiuso gli occhi e ho visto il tuo volto: forte e sorridente.
Ma una ruga ti si formò in mezzo alla fronte, all’improvviso, come una ferita! Tu hai detto: “Datele da mangiare”; contenti ti hanno obbedito; ma io non avrei mai distolto i miei occhi dai tuoi.
Così ho ricominciato a vivere: grazie a te. “E’ grazie a Gesù – spiegavo a tutti – se sono di nuovo viva”. Mio papà e io non ti abbiamo più lasciato: due anni incredibili vissuti vicino a te. Quanta strada abbiamo fatto insieme a te; quante parole, quanti silenzi, quanti malati guariti, quanti lebbrosi sanati, quanti peccatori perdonati, quanti afflitti consolati, quanti sorrisi restituiti: e ogni volta sul tuo bel volto, una ruga, una ferita in più.
Mi sono sentita perduta il giorno che ti hanno arrestato. Perché farti del male, a te che hai fatto sempre del bene? Perché far del male al mio Gesù? Perché ti hanno flagellato? Perché coprire di sputi il tuo volto così bello? Perché ti hanno preso a schiaffi? Ti hanno messo perfino una corona di spine: perché trattare così il mio Re?
Papà mi ha detto che ti hanno inchiodato a una croce; che ci hai perdonato; che tua mamma era presente; che, prima di morire, anche tu hai chiamato tuo Padre; che il tuo viso era tutto una ferita.
Li ho visti, quel venerdì sera, i tuoi discepoli; vergognosi, tornavano dal Calvario impauriti, sconvolti, disperati. “E’ la fine”, dicevano, “è la fine”. Ma io non potevo rassegnarmi; non potevo dimenticare, io: la mia carne ricordava. Io sapevo, io, che il tuo amore è più forte della morte.
M’hanno detto che sei risuscitato, che ti hanno incontrato: prima alcune donne, poi Pietro, Giovanni e tanti altri. Sono felici! Sembrano rinati! Come li capisco!
Io non ti ho ancora visto; sei salito in cielo: forse non ti vedrò più; ma non importa: le mie notti e i miei giorni sono fatti di te. Eppure, quanta voglia di ascoltarti, di abbracciarti, di vederti.
E’ curioso: a volte mi sorprendo a pensare a te,
a parlare con te,
tanto è grande il desiderio che ho di te;
allora chiudo gli occhi per ritrovare il tuo volto;
è così grande il desiderio che…
vorrei morire…
per essere sempre con te, mio Gesù.

(Miriam Soter)