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Che cos’è l’effusione dello Spirito Santo? di Padre Raniero Cantalamessa

 

di Padre Raniero Cantalamessa
Padre Raniero CantalamessaL’effusione dello Spirito non è un sacramento, ma si dice in rapporto ad un sacramento, anzi a più sacramenti: ai sacramenti dell’iniziazione cristiana. L’effusione attualizza e, per così dire, rinnova l’iniziazione cristiana. Il rapporto fondamentale è però, con il sacramento del Battesimo. La designazione «battesimo dello Spirito» con cui l’effusione veniva chiamata fino a poco fa e con cui è ancora chiamata dai nostri fratelli americani, non voleva dire altro che questo, cioè che si tratta di qualcosa che si fonda sul sacramento del battesimo. Noi diciamo che l’effusione dello Spirito attualizza e ravviva il nostro battesimo. Per capire come un sacramento ricevuto tanti anni fa, addirittura agli inizi della vita, possa improvvisamente ritornare a rivivere e a sprigionare tanta energia quanta ne vediamo in occasione dell’effusione, bisogna tenere presente alcuni elementi di teologia sacramentale. La teologia cattolica conosce l’idea di sacramento valido e lecito, ma «legato». Un sacramento si dice legato se il suo frutto rimane vincolato, non usufruito per mancanza di certe condizioni che ne impediscono l’efficacia. Un esempio estremo è il sacramento del matrimonio o dell’ordine sacro ricevuto in stato di peccato mortale. In queste condizioni tali sacramenti non possono conferire nessuna grazia alle persone; rimosso però l’ostacolo del peccato, con la penitenza, si dice che il sacramento «rivivisce» (reviviscit) grazie al carattere indelebile o, detto più biblicamente, grazie alla fedeltà e alla irrevocabilità del dono di Dio: “Dio resta fedele anche se noi siamo infedeli perché egli non può rinnegare se stesso” (2Tm 2,13). Quello del matrimonio o dell’ordine sacro ricevuto in stato di peccato è un caso estremo ma sono possibili altri casi in cui il sacramento, pur non essendo del tutto legato, non è però del tutto sciolto, cioè libero di operare i suoi effetti. Nel caso del battesimo, che cos’è che fa si che il frutto del sacramento resti legato? Bisogna richiamare qui la dottrina classica dei sacramenti. I sacramenti non sono riti magici che agiscono meccanicamente, all’insaputa dell’uomo, o prescindendo da ogni sua collaborazione. La loro efficacia è frutto di una sinergia o collaborazione tra l’onnipotenza divina (in concreto: la grazia di Cristo o lo Spirito Santo) e la libertà umana, perché ha detto S. Agostino: “Chi ti ha creato senza il tuo concorso non ti salva senza il tuo concorso“. Ancora più precisamente, il frutto del sacramento dipende tutto dalla grazia divina; solo che questa grazia divina non agisce senza il «sì», cioè il consenso e l’apporto della creatura, che è più una conditio sine qua non che non una concausa. Dio si comporta come lo sposo che non impone il suo amore per forza, ma attende il «sì» libero della sposa.
L’opera di Dio e l’opera dell’uomo nel Battesimo
Tutto ciò che dipende dalla grazia divina e dalla volontà di Cristo, nel sacramento si chiama Opus Operatum, che possiamo tradurre: opera già realizzata, frutto oggettivo e immancabile del sacramento, quando è amministrato validamente. Tutto ciò che invece dipende dalla libertà e dalle disposizioni del soggetto si chiama Opus Operantis cioè: opera da realizzare, apporto dell’uomo. L’Opus Operantum del battesimo, cioè la parte di Dio o la grazia, è molteplice e ricchissima: remissione dei peccati, dono delle virtù teologali della fede, speranza e carità (queste sono in germe), figliolanza divina; il tutto operato mediante l’efficace azione dello Spirito Santo. “Battezzati, noi siamo illuminati; illuminati, siamo resi perfetti; resi perfetti riceviamo l’immortalità… Questa operazione del battesimo ha nomi diversi: grazia, illuminazione (fotismos), perfezione, bagno. Bagno per cui siamo purificati dai nostri peccati; grazia per la quale i castighi meritati per i nostri peccati sono tolti; illuminazione nella quale noi contempliamo la bella e santa luce della salvezza, cioè per la quale penetriamo con lo sguardo divino; perfezione perché nulla manca“(Clemente Alessandrino, Pedagogo 1,6,26). Il battesimo è davvero un ricchissimo pacco-dono che abbiamo ricevuto al momento della nostra nascita in Dio. Ma è un pacco dono ancora non svolto, sigillato. Noi siamo ricchi perché possediamo quel pacco (e perciò possiamo compiere tutti quegli atti necessari alla vita cristiana), ma non sappiamo cosa possediamo; parafrasando una parola di Giovanni, potremmo dire: “…noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che siamo non è stato ancora rivelato“(1Gv 3,2). Ecco perché diciamo che, nella maggioranza dei cristiani, il battesimo è un sacramento «legato». Fin qui l’Opus Operatum. Ma in che consiste nel battesimo l’Opus Operantis, cioè la parte dell’uomo? Consiste nella «fede!».”Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo“(Mc 16,16). Accanto al battesimo c’è dunque un altro elemento: la fede dell’uomo. Ci ricorda il prologo del Vangelo di Giovanni: “A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome“(Gv 1,12). Possiamo anche ricordare quel bel testo degli Atti degli Apostoli che narra del battesimo di un eunuco, funzionario della regina Candàce: “Proseguendo lungo la strada, giunsero ad un luogo dove c’era acqua e l’eunuco disse:«Ecco qui c’è acqua; che cosa mi impedisce di essere battezzato?» Filippo dice: «Se credi con tutto il cuore è permesso…»“(At 8,36-37). Il battesimo è come il sigillo divino posto sulla fede dell’uomo: “…dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto (si intende nel battesimo) il suggello dello Spirito Santo“(Ef 1,13). Scrive San Basilio:”In verità la fede e il battesimo, questi due modi della salvezza, sono legati l’uno all’altro e indivisibili, poiché se la fede riceve dal battesimo la sua perfezione, il battesimo si fonda sulla fede“(Sullo Spirito Santo,12,5, C. 17, P. 157). Lo stesso Santo chiama il battesimo: “sigillo della fede“(Contro Eunomio III, 5, P.G. 29,655). L’opera dell’uomo, cioè la fede, non ha la stessa importanza e autonomia dell’opera di Dio, perché nell’atto stesso di fede c’è una parte di Dio; è esso stesso opera della grazia che lo suscita. Tuttavia l’atto di fede comprende come elemento essenziale anche la risposta, il «credo» dell’uomo, e in questo senso noi lo chiamiamo opus operantis, cioè opera dell’uomo.
Il Battesimo alle origini della Chiesa e oggi
Si capisce, adesso, perché nei primi tempi della Chiesa il battesimo era un evento così potente e ricco di grazia e perché non c’era bisogno, normalmente di una nuova effusione dello Spirito, come quella che facciamo oggi. Il battesimo veniva amministrato ad adulti che si convertivano dal paganesimo e che, convenientemente istruiti, erano in grado di fare, in occasione del battesimo, un atto di fede e una scelta esistenziale libera e matura; basta leggere la Catechesi mistagogica sul battesimo, attribuita a Cirillo di Gerusalemme, per rendersi conto della profondità di fede cui erano condotti i battezzandi. Al battesimo insomma si arrivava attraverso una vera e propria conversione: per essi il battesimo era davvero un lavacro di rinnovamento personale, oltreché di “…rigenerazione e rinnovamento nello Spirito Santo“(Tt 3,5b). Mi ha impressionato un testo di San Basilio: a uno che gli aveva chiesto di scrivere un trattato sul battesimo, San Basilio risponde che non può spiegare cosa significa il battesimo senza aver spiegato prima cosa significa essere discepoli di Gesù poiché il comando del Signore dice: “Andate, e fate discepole tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che vi ho comandato“(Mt 28,19-20). Perché il battesimo operi in tutta la sua forza bisogna che chi si accosta ad esso sia un discepolo, o sia intenzionato a diventarlo seriamente: “Discepolo è, come apprendiamo dal Signore stesso, chiunque si accosta al Signore per seguirlo, cioè per ascoltare le sue parole, credere e ubbidire a lui come a padrone e re e medico e maestro di verità… ora colui che crede nel Signore e si presenta come pronto al discepolato deve prima allontanarsi da ogni peccato, e poi anche da tutte le cose che distolgono dall’ubbidienza, per molte ragioni dovuta al Signore, anche se sembrino all’apparenza ragionevoli“(San Basilio, Sul battesimo I, 1 p. 121 SG.). La condizione favorevole che permetteva al battesimo, alle origini della Chiesa, di operare con tanta potenza era dunque questa: che l’opera di Dio e l’opera dell’uomo si incontravano contemporaneamente, c’era un sincronismo perfetto; avveniva come quando due poli si toccano e così fanno sprigionare la luce. Ora questo sincronismo si è rotto; ricevendo il battesimo da bambini venne a mancare a poco a poco un atto di fede libero e personale. Esso veniva supplito, ed emesso, per così dire, per interposta persona (genitori, padrini). Di fatto, una volta, quando tutto l’ambiente che circondava il bambino era cristiano e impregnato di fede, questa fede poteva sbocciare anche se più lentamente. Ma ora non è più così; la nostra condizione è venuta ad essere peggiore ancora di quella del Medio Evo: l’ambiente infatti in cui il bambino cresce non è tale da aiutarlo a sbocciare nella fede: non lo è spesso la famiglia, non lo è ancora più spesso la scuola e non lo è, meno che meno, la società e la cultura. Questo non significa affermare che non c’è, in questa situazione, una vita cristiana normale, né che sia mancata la santità e i carismi che l’accompagnano; solo che anziché un fatto normale, ciò è divenuto sempre più, agli occhi dei cristiani, un’eccezione. In questa situazione raramente, o mai, il battezzato arriva a proclamare “in Spirito Santo”: Gesù è il Signore!…e finché non si arriva a questo punto, tutto nella vita cristiana è sfuocato immaturo. Non avvengono più i miracoli; si ripete ciò che avvenne per i nazaretani: “Gesù non poté fare molti miracoli a causa della loro incredulità, della loro mancanza di fede“(Mt 13,58).
Il significato dell’effusione dello Spirito
Ecco allora il senso dell’effusione dello Spirito: Essa è una risposta di Dio alla disfunzione in cui è venuta a trovarsi la vita cristiana. In questi ultimi anni si sa che anche la Chiesa, i Vescovi hanno cominciato a preoccuparsi del fatto che i sacramenti cristiani, specialmente il battesimo, vengono amministrati a persone che poi non ne faranno alcun uso nella vita, e hanno prospettato la possibilità di non dare il battesimo quando manchino le garanzie minime che esso sia coltivato e valorizzato dal bambino. «Non si possono gettare le perle ai porci» come diceva Gesù, e il battesimo è una perla preziosa perché esso è il frutto del sangue di Cristo. Ma si direbbe che il Signore si è preoccupato, prima ancora della Chiesa, di questa disfunzione e ha suscitato qua e la nella Chiesa movimenti tendenti a rinnovare negli adulti l’iniziazione cristiana. Il Rinnovamento nello Spirito è uno di questi movimenti e in esso la grazia principale è senza dubbio legata all’effusione dello Spirito e a ciò che la precede. La sua efficacia nel “riattivare” il battesimo consiste in questo: che finalmente l’uomo reca la sua parte, cioè faccia una scelta di fede, preparata nel pentimento, che permetta all’opera di Dio di «liberarsi» e di sprigionare tutta la sua forza. Come se la mano tesa di Dio finalmente incontrasse quella dell’uomo e, nella stretta, potesse far passare tutta la sua forza creatrice che è lo Spirito Santo. Come se, per usare un’immagine tratta dal mondo fisico, la spina venisse inserita nella presa e la luce finalmente si accendesse. Il dono di Dio viene finalmente «slegato» e lo Spirito si espande come profumo sulla vita cristiana Nell’adulto che ha già alle spalle una lunga vita cristiana, questa scelta di fede ha necessariamente il carattere di una «conversione». Potremmo descrivere l’effusione dello Spirito, per quanto riguarda la parte dell’uomo, sia come un rinnovamento del battesimo, che come una seconda conversione. Possiamo capire qualche cosa di più dell’effusione, vedendola in rapporto anche con la Confermazione (Cresima), almeno nella prassi attuale, in cui questo sacramento è staccato dal battesimo e amministrato in età avanzata. Oltre che un rinnovamento della grazia del battesimo, l’effusione è anche una «conferma» del proprio battesimo, un «sì» cosciente detto ad esso, ai suoi frutti  e ai suoi impegni, e come tale si affianca (almeno per l’aspetto soggettivo di esso) a quello che opera, sul piano oggettivo e sacramentale, la confermazione: questa infatti è vista come un sacramento che sviluppa , conferma e porta a compimento l’opera del battesimo. L’effusione è una confermazione soggettiva e spontanea non sacramentale in cui lo Spirito Santo agisce non in forza dell’istituzione (sacramento), ma in forza della libera iniziativa dello Spirito e della disponibilità del soggetto. Dal riferimento alla confermazione, viene anche quello speciale senso di un maggiore coinvolgimento nella dimensione apostolica e missionaria della Chiesa che di solito si nota  in chi riceve l’effusione dello Spirito. Ci si sente spinti a collaborare di più all’edificazione della Chiesa, al mettersi al sevizio di essa nei vari ministeri sia clericali che laicali, a dare testimonianza a Cristo; tutte cose, queste, che richiamano l’evento della Pentecoste e sono attualizzate nel sacramento della Cresima.
Amore fraterno, preghiera e imposizione delle mani nell’effusione dello Spirito
L’effusione dello Spirito non è l’unica occasione che si conosca nella Chiesa per questa riviviscenza dei sacramenti dell’iniziazione e in particolare dello Spirito Santo nell’anima in occasione del battesimo. C’è, per esempio, il rinnovamento delle promesse battesimali nella veglia pasquale, ci sono gli esercizi spirituali, c’è la professione religiosa, chiamata un “secondo battesimo” e, a livello sacramentale, abbiamo detto la Confermazione. Non è difficile poi scoprire spesso nella vita dei santi la presenza di una effusione spontanea, specialmente in occasione della loro conversione. Ecco per esempio cosa si legge di san Francesco al momento della sua conversione: “Terminato il banchetto, uscirono di casa. Gli amici gli camminavano innanzi; lui, tenendo in mano una specie di scettro, veniva per ultimo; ma invece di cantare, era assorto nelle sue riflessioni. D’improvviso, il Signore lo visitò e ne ebbe il cuore riboccante di tanta dolcezza, che non poteva muoversi né parlare, non percependo se non quella soavità, che lo estraniava da ogni sensazione…Gli amici, voltandosi e scorgendolo rimasto così lontano, lo raggiunsero e restarono trasecolati nel vederlo mutato quasi in un altro uomo. Lo interrogarono: «A cosa stai pensando, che non ci hai seguiti? Almanaccavi forse di prendere moglie?» Rispose con slancio: «E’ vero! Stavo pensando di prendermi in sposa la ragazza più nobile, ricca e bella che mai abbiate visto.» I compagni si misero a ridere. Francesco disse questo non di sua iniziativa, ma ispirato da Dio“(Leggenda dei tre compagni, 3,7). Dicevo che l’effusione dello Spirito non è l’unica occasione di rinnovamento della grazia battesimale. Essa però occupa un posto del tutto particolare per il fatto di essere aperta a tutto il popolo di Dio, piccoli e grandi, e non soltanto ad alcuni privilegiati che fanno gli esercizi spirituali ignaziani o che emettono la professione religiosa. Da dove proviene questa straordinaria forza che abbiamo sperimentato in occasione dell’effusione? Noi infatti non stiamo parlando di una teoria, ma di qualcosa che abbiamo sperimentato noi stessi, per cui possiamo dire come Giovanni: “…ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi,…ciò che le nostre mani hanno toccato,…questo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi“(1Gv 1,1.3). La spiegazione di questa forza è nella volontà di Dio: perché è piaciuto a Dio oggi rinnovare la Chiesa per questo mezzo e basta! Ci sono certamente dei precedenti biblici come quello narrato in Atti 8,14-17, quando Pietro e Giovanni, saputo che la Samaria aveva accolto la parola di Dio, vi discesero, pregarono per loro, e imposero loro le mani perché ricevessero lo Spirito Santo. Ma questi precedenti biblici, per altro rari e non univoci nel significato, non bastano a spiegare la vastità e la profondità del fenomeno odierno legata all’effusione dello Spirito. La spiegazione dunque è nel disegno di Dio. Potremmo dire, parafrasando un detto famoso dell’Apostolo: “Poiché i cristiani, con tutta la loro organizzazione, non hanno saputo trasmettere la potenza dello Spirito, è piaciuto a Dio rinnovare i credenti mediante la stoltezza dell’effusione. I teologi infatti cercano spiegazione e le persone responsabili cercano moderazione, ma i semplici toccano con mano la potenza di Cristo nell’effusione“(cfr 1Cor 1,21-24). Noi uomini e in particolare noi uomini di Chiesa, tendiamo a lesinare a Dio la sua libertà; tendiamo a tracciargli dei percorsi obbligati (i cosiddetti canali della grazia), dimenticando che Dio è un torrente che straripa e si crea da solo il proprio letto e che lo Spirito soffia dove e come vuole. In che consiste l’effusione e come agisce? Nell’effusione c’è una parte segreta, misteriosa di Dio ed è il suo modo di farsi presente, di agire che è diverso per ognuno perché lui solo ci conosce nell’intimo e può agire e valorizzare la nostra inconfondibile personalità; e c’è una parte palese, della comunità, che è uguale per tutti e che costituisce una specie di segno, con una certa analogia rispetto a quello che sono i segni dei sacramenti. La parte visibile o della comunità, consiste soprattutto in tre cose: amore fraterno, imposizione delle mani e preghiera. Sono elementi non sacramentali, ma semplicemente ecclesiali. L’imposizione delle mani può avere due significati: un significato di invocazione e un significato di consacrazione. Vediamo, per esempio, presenti entrambi questi tipi di imposizione delle mani nella Messa: c’è una imposizione delle mani di carattere invocatorio (almeno per noi latini) ed è quella che il sacerdote fa sulle offerte al momento dell’epiclesi, quando prega dicendo: “Lo Spirito Santo santifichi questi doni perché diventino il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo“; e c’è una imposizione delle mani consacratoria ed è quella che fanno i celebranti sulle offerte al momento della consacrazione. Nel rito stesso della cresima, come si svolgono oggigiorno, vi sono due imposizioni delle mani: una di carattere invocatorio e un’altra consacratoria che accompagna il gesto dell’unzione sulla fronte, nella quale si realizza il sacramento vero e proprio. Nell’effusione dello Spirito l’imposizione delle mani ha un carattere soltanto invocatorio (sulla linea di ciò che incontriamo in Gen. 48,14; Lev. 9,22; Mc.10 13-16; Mt.19 13-15). Ha anche un valore altamente simbolico: richiama l’immagine dello “Spirito Santo che copre con la sua ombra“(Lc 1,35); ricorda anche “lo Spirito Santo che aleggiava sulle acque“(Gen 1,2c). Questo simbolismo del gesto dell’imposizione delle mani è messo in luce da Tertulliano quando parla dell’imposizione delle mani sui battezzati: “La carne è adombrata dall’imposizione delle mani perché l’anima sia illuminata dallo Spirito“(Sulla risurrezione dei morti, 8,3). C’è un paradosso, come in tutte le cose di Dio: l’imposizione delle mani illumina adombrando, come la nube che seguiva il popolo eletto nell’Esodo e come la nube che avvolse i discepoli sul Tabor (cfr. Mt 17,5). Gli altri due elementi sono, abbiamo detto, la preghiera e l’amore fraterno; potremo dire: l’amore fraterno che si esprime in preghiera. L’amore fraterno è segno e veicolo dello Spirito Santo; lo Spirito Santo che è l’Amore, trova nell’amore fraterno il suo ambiente naturale, il suo segno per eccellenza. Non si esagera mai abbastanza l’importanza di un clima di vero amore intorno al fratello che deve ricevere l’effusione. Anche la preghiera è messa in rapporto stretto, nel Nuovo Testamento, con l’effusione dello Spirito Santo. Del battesimo di Gesù si dice che: “mentre stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo“(Lc 3,21-22). Fu la preghiera di Gesù, si direbbe, a far aprire i cieli e a far scendere su di lui lo Spirito Santo. Anche l’effusione della Pentecoste avvenne così: “Mentre tutti costoro erano perseveranti nella preghiera, …venne dal cielo un rombo come di tuono e apparvero lingue di fuoco…”(cfr. At 1,14-2,1ss). Del resto Gesù stesso aveva detto: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore“(Gv 14,16). Ogni volta l’effusione dello Spirito è messa in rapporto con la preghiera. Questi segni: l’imposizione delle mani, la preghiera e l’amore fraterno parlano tutti di semplicità, sono strumenti semplici. Proprio in questo essi recano il marchio delle azioni di Dio:”non c’è nulla – scrive Tertulliano a proposito del battesimo – che lascia così attonite le menti degli uomini come la semplicità delle azioni divine che si vedono in atto e la magnificenza degli effetti che vengono conseguiti…le proprietà di Dio sono: semplicità e potenza“(Sul battesimo, 2,1 ss). Il contrario di ciò che fa il mondo: nel mondo più sono grandi gli obbiettivi da conseguire più l’apporto dei mezzi è complicato; quando poi si vuole arrivare sulla luna questo apparato diventa gigantesco. Se la semplicità è il marchio dell’agire divino, bisogna preservare assolutamente questo marchio nel conferire l’effusione dello spirito. Per questo la semplicità deve risplendere in tutto: nella preghiera e nei gesti; niente cose teatrali, gesti eccitati, multiloquio ecc…..La Bibbia fa notare, a proposito del sacrificio del Carmelo, il contrasto stridente tra l’agire dei sacerdoti di Baal che gridano, danzano da scalmanati e si fanno incisioni a sangue, e l’agire di Elia che prega invece semplicemente così: “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe…rispondimi e questo popolo sappia che tu sei il Signore Dio e che converti il loro cuore!“( 1Re 18,25-38). Il fuoco del Signore calò sul sacrificio di Elia e non su quello dei sacerdoti di Baal. Elia stesso, poco dopo, fece l’esperienza che Dio non era nel vento impetuoso, non era nel terremoto, non era nel fuoco, ma era nel mormorio di un vento leggero (cfr.1 Re 19,11-13). Da dove viene la grazia che si sperimenta nell’effusione? Dagli astanti?…No!…Dal soggetto che la riceve?…No!…Viene da Dio!Non ha senso chiedersi se viene da dentro il soggetto o da fuori: Dio è dentro e fuori. Possiamo solo dire che tale grazia ha rapporto con il battesimo perché Dio agisce sempre con coerenza e con fedeltà, non fa e disfà. Egli fa onore all’impegno e all’istituzione di Cristo. Una cosa è certa: non sono i fratelli a conferire lo Spirito Santo; essi non danno lo Spirito Santo al fratello, ma invocano lo Spirito Santo sul fratello. Lo Spirito non può essere dato da nessun uomo, neppure dal Papa o dal vescovo, perché nessun uomo possiede in proprio lo Spirito Santo. Solo Gesù può dare in senso proprio lo Spirito Santo; gli altri non possiedono lo Spirito Santo, ma piuttosto sono posseduti da lui. Quanto al modo di questa grazia possiamo parlare di una nuova venuta dello Spirito Santo, di una nuova missione da parte del Padre attraverso Gesù Cristo o di una nuova unzione corrispondente al nuovo grado di grazia. In questo senso, l’effusione, se non è un sacramento, è però un evento spirituale: questa potrebbe essere la definizione che più si avvicina alla realtà. Un evento, dunque qualcosa che avviene, che lascia il segno, che crea una novità in una vita; ma un «evento spirituale» (non storico). Spirituale perché avviene nello spirito, cioè nell’interiore dell’uomo e gli altri possono benissimo non accorgersi di nulla; spirituale, soprattutto perché esso è opera dello Spirito Santo. Concludo questo insegnamento con un bel testo dell’apostolo Paolo che parla proprio della riviviscenza del dono di Dio, Ascoltiamolo come un invito a ciascuno di noi:

Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te
per l’imposizione delle mani.
Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza,
ma di forza, di amore, di saggezza. (2Tm 1,6-7).
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Le tre vie spirituali


Le tre vie spirituali

Qualunque esperienza di Dio che coinvolga la mente e il cuore dell’uomo, trascende ogni tentativo di espressione. Tuttavia gli scrittori spirituali cristiani di tutti i secoli per poter avvicinare il mistero di Dio contemplato e vissuto nella loro quotidianità, hanno utilizzato linguaggi, forme di espressione, prese dalla Sacra Scrittura o dal mondo della natura e dell’uomo, arrivando a coniare termini e dipingere immagini simboliche che, analogicamente potessero, pur non circoscrivendola avvicinare la realtà soprannaturale alle limitate capacità umane. Da una parte dunque l’ineffabilità dell’esperienza spirituale e dall’altra la necessità di poterla comunicare adeguatamente. La maggior parte dei maestri di spirito ritengono che nella sua progressiva crescita verso Dio l’anima attraversi tre fasi fondamentali, successive ma allo stesso tempo comprensive le une delle altre. Queste tappe sono: la purificazione, l’illuminazione, l’unione. Le prime due  appartengono alla fase iniziale e centrale del cammino e potremmo chiamarle prevalentemente ascetiche in quanto l’anima progredisce in esso con un grande impegno personale di purificazione dai vizi e di crescita nelle virtù cristiane e nella preghiera.  L’ unione si raggiunge comunemente dopo aver attraversato i primi due stati, essersi impegnati a lungo nell’orazione vocale, mentale, affettiva e nella purificazione del cuore dall’affetto al peccato abituale. L’ultimo grado del cammino può essere definito mistico, in quanto l’azione principale di purificazione, illuminazione e trasformazione dell’anima viene svolta dallo Spirito Santo, mentre l’uomo, avendo ormai raggiunto un sufficiente grado di virtù, si limita a lasciarsi guidare, ispirare, condurre in tutto dal Signore, cercando di cooperare come meglio può a quest’opera divina. È necessario comprendere bene che il Signore opera anche nella prima tappa spirituale in maniera preponderante, ma la sua azione, data l’incapacità e l’impurità dell’anima, non viene recepita in maniera così intima e spirituale come nei gradi successivi. Infatti la persona crede ancora che la cosa più importante  sia quello che lei fa per Dio, mentre più avanti si renderà conto che la cosa che conta maggiormente in realtà è ciò che Dio fa in lei e attraverso di lei. Potremmo chiamare le prime due tappe ascetiche: purificazione attiva e illuminazione anche se quest’ultima partecipa già dei primi gradi mistici. Quando si giunge alla tappa mistica dell’unione, la luce divina che invade l’anima produce in essa una trasformazione  ma allo stesso tempo la purifica ed illumina, soltanto che queste operazioni sono ricevute passivamente in forma di contemplazione infusa. Per essere ancora più chiari diciamo che la contemplazione divina viene donata all’anima e questa la accoglie acconsentendo e cercando di cooperare a quest’azione. Quindi nella fase ascetica la purificazione è attiva, in quella mistica è passiva. All’inizio del cammino mistico, l’anima è ancora inadeguata ad accogliere la pura luce di Dio. Questa luce produce nell’anima allo stesso tempo purificazione, illuminazione e unificazione ma al principio è più evidente l’aspetto purgativo della contemplazione, che a volte può anche essere doloroso per lo spirito, in quanto viene recepita come tenebre insondabili, e allora abbiamo quella che viene chiamata la notte oscura delle purificazioni passive. Progredendo però nella via  mistica, queste tenebre vengono percepite sempre più in maniera illuminante e consolante dallo spirito. Per far un esempio semplice: quando una persona in una giornata estiva esce fuori dalla sua casa, la luce del sole provoca un accecamento temporaneo, vede tutto buio, questo non per difetto  ma  per eccesso di luce che l’occhio non riesce a contenere. Va tenuto  presente che questa luce di Dio in noi viene recepita come tenebre nella mente, ma come calore nel cuore, come la luce del sole che non solo illumina ma riscalda. Questo sinteticamente è ciò che opera la Spirito Santo nell’anima del mistico. Fatta questa premessa conviene provare in maniera concisa ad affrontare le prime due tappe del cammino spirituale quelle prevalentemente  ascetiche. Parlo di prevalenza in quanto la situazione ordinaria in cui ci si trova è di attività e iniziativa personale, è vero però che occasionalmente  il Signore può fare grazie mistiche anche ai principianti che si aggirano per questi primi sentieri, ma ciò è di solito passeggero e momentaneo. Un altra precisazione necessaria è di tipo terminologico: parlando di illuminazione nel cammino ascetico, bisogna intendere :“illuminazione nel bene, crescita nelle virtù cristiane infuse per grazia”; quando invece si parla di “illuminazione” in senso mistico è da intendere: “illuminazione dell’intelletto per azione dei doni intellettuali dello Spirito Santo” che producono o delle grazie di intuizione spirituale o uno dei primi gradi di contemplazione infusa ( raccoglimento, quiete, orazione di unione). E’ comunque sempre un azione diretta dello Spirito Santo che muove in qualche modo le facoltà umane. In modo particolare terremo presenti i diversi gradi e tipi di preghiera che caratterizzano i primi passi del cammino ascetico ed aiutano a distinguerli. Nell’ultima parte invece parleremo della tappa mistica, lo stato d’unione e dei vari gradi di orazione contemplativa che caratterizzano lo stato illuminativo e quello unitivo. Abbiamo visto che dopo il risveglio dalla coscienza e la decisione libera e pratica di convertirsi si entra nello stato di purificazione. La prima tappa dunque del cammino verso la santità è quella che potremmo definire dei principianti, coloro che muovono i primi passi incerti verso Dio. In questa tappa il convertito acquisisce sempre più consapevolezza di sé, della chiamata di Dio a vivere con Cristo, per Cristo, in Cristo, abbandonando le precedenti abitudini cattive che avevano pervertito la sua condotta morale, umana e cristiana. Il combattimento interiore contro i propri affetti disordinati, l’attaccamento al proprio giudizio, l’egoismo, e ogni sorta di peccato che ci allontana da Dio e ci fa perdere la pace e l’amore, viene messo in atto su ispirazione dello Spirito Santo, mediante la preghiera assidua e costante e il sostegno dei sacramenti della confessione e dell’Eucaristia.  Per quanto riguarda la vita di preghiera, in genere chi si trova nel cammino di purificazione utilizza due tipi : quellavocale e quella mentale, precisando che quest’ultima è la cosiddetta meditazione discorsiva. È naturale che in un cammino di crescita si passi da ciò che è più materiale e sensibile a ciò che è più spirituale, da ciò che è più esterno a ciò che è più interno, perciò da un’orazione più fisica e psicologica come sono quella vocale e quella mentale fino a arrivare a coinvolgere ogni aspetto della vita umana, compresa l’affettività . Ed è altresì evidente che in questa evoluzione spirituale, all’inizio si abbia necessità di utilizzare molte parole per esprimersi, poi si cerchi di crescere in una conoscenza intellettuale di Dio e questa conduca chi si impegna in essa ad amare ciò che l’intelligenza porta a considerare. Fino ad arrivare ad un’orazione ricca di affetti e povera di concetti e parole, che si sviluppa semplicemente nel pensare, nel guardare, nell’amare Colui in cui si crede, si spera e ci si abbandona fiduciosamente.
Potremmo riassumere i primi gradi di orazione ascetica in: orazione vocale;
 orazione mentale (meditazione), orazione affettiva, orazione affettiva semplificata (orazione di semplicità). Le prime due espressioni di preghiera sono proprie del cammino di purificazione, mentre le ultime due, in modo particolare l’ultima, caratterizzano maggiormente il cammino di illuminazione e fungono da base d’appoggio per così dire e da confine con la tappa mistica. Infatti solo quando si è giunti a questi ultimi gradi di preghiera ascetica, si può avere la disposizione interiore delle facoltà sensibili e spirituali sufficiente a che il Signore ci possa infondere la contemplazione (orazione mistica).
I principianti, che percorrono la via purgativa, in genere all’inizio sono inondati da consolazioni e gusti spirituali, perché il Signore vuole attrarli a se e staccarli dai falsi gusti che assaporavano nel mondo prima della conversione. In altre parole per evitare che ritornino a desiderare le cipolle d’Egitto, dona loro la manna dal cielo. Il 
principiante però finisce con l’abituarsi troppo a questo miele e attaccarsi ad esso in maniera eccessiva si che spesso finisce per pregare al solo scopo di cercare le consolazioni e indipendentemente dal Consolatore, a cui dovrebbe unicamente tendere. Il Signore allora, per educarli a non attaccarsi ai gusti sensibili ma a cercare unicamente la sua volontà,  fa provare desolazione, aridità, noia e debolezza nella tentazione. Il Signore così, svezza il principiante togliendogli le sue consolazioni e lasciandolo nell’aridità sensibile. La persona subisce passivamente questa purificazione che comunemente e secondo l’insegnamento di San Giovanni della croce è chiamata  notte dei sensi.
Oltre alle varie prove a cui di solito l’anima è sottoposta, una delle caratteristiche di questo passaggio notturno è che l’anima non trova consolazione ne nel pensare a Dio e nella preghiera  ne in ciò che prima le dava un minimo di gusto e di consolazione nel mondo, e inoltre attraversa una costante aridità e perde il sentimento della presenza di Dio,che se vogliamo è come un oscuramento di coscienza. Il Signore non le toglie la sua grazia anzi la amplifica ma l’anima non la sente e crede erroneamente di retrocedere nel cammino, mentre  al contrario progredisce. Il suo unico desiderio è infatti di amare Dio e di arrivare ad unirsi a Lui.
E’ importante comprendere questo : la sola purificazione attiva che l’uomo intraprende volendosi liberale dei propri vizi e avvicinare all’unione con Dio non è sufficiente a purificarla in profondità   finché non è il Signore stesso a  intervenire e completare l’opera di purificazione in maniera passiva  per l’anima, attraverso la notte dei sensi. Infatti per quanti sforzi possa fare per purificarsi non arriverà mai a farlo pienamente, perché non vede ne conosce fin dalle radici i mali da cui è afflitta e non avrebbe perciò gli strumenti per poterli vincere da sola. La purificazione attiva invece, quella che possiamo chiamare combattimento spirituale annovera tre strumenti principali: preghiera, pentimento e penitenza.
In questa fase dunque si sperimenta un’alternanza di consolazione edesolazioneQuando Dio sottrae il suo aiuto e l’anima deve camminare con le sue gambe si vede sola e quando vedendola stanca Dio la prende in braccio e l’aiuta a camminare si sente in pace e consolata. Entrambe sono necessarie. La desolazione perché l’anima si conosca in profondità in tutte le sue debolezze e difetti ed impari ad affidarsi totalmente a Dio e la consolazione perché non manchi di coraggio e torni sui suoi passi vedendosi così tentata e arida. Siccome è necessario per arrivare alla maturità cristiana crescere nelle tre virtù teologali: fede, speranza, carità, Dio cerca di radicare in profondità queste virtù. Infatti mai come in queste tenebre sensibili e aridità l’anima che non demorde rafforza la fede, credendo anche senza sentire; la speranza sperando contro ogni speranza; la carità amando anche se non sente di essere amata. Lo Spirito Santo in maniera nascosta opera nel cuore dell’uomo infondendogli amore e facendo in modo che si abbandoni progressivamente alla sua opera. Lentamente, anche mediante la preghiera, l’individuo si abbandona a Dio e si espropria del suo io e la preghiera si semplifica sempre di più fino a diventare un sereno abbandono tra le braccia di Dio , “ 
come un bimbo svezzato in braccio a sua madre ”.
La via illuminativa è quella che caratterizza i proficienti, cioè coloro che progrediscono nel cammino, e rappresenta anche il tratto di passaggio fino all’unione con 
Dio. L’orazione di base che si sperimenta in prevalenza in questa fase è l’orazione di semplicità. Qualche volta si ricorre alla vocale, ricca però di affetto e perciò taluni la chiamano anche orazione del cuore. Segna il confine con la tappa mistica, perciò essendo territorio di confine, a volte si fanno delle puntatine oltre, nel paese mistico. Infatti il Signore, ogni tanto dona qualche assaggio dicontemplazione, che si limita generalmente a qualche atto di raccoglimento infuso o al massimo di orazione di quiete ( all’inizio), e di orazione d’unione (quando si è già avanzati nell’illuminazione ), ma senza soluzione di continuità, come un evoluzione fluida e spontanea. Lo Spirito Santo assume sempre più il controllo delle facoltà spirituali e sensibili conformandole all’immagine di Cristo. Ma mentre nella tappa purgativa l’aspetto preponderante era quello della pratica delle virtù con l’aiuto della grazia ora, la caratteristica principale è che lo Spirito Santo opera attraverso i suoi doni: intelletto, scienza, consiglio, sapienza, pietà, fortezza, timore di Dio, illuminando l’intelletto umano con intuizioni altissime e infiammando la volontà nella carità. Donandole dunque: l’illuminazione dell’intelletto e l’ardore quieto nella volontà.
In questo modo l’anima cresce sempre più nella conoscenza e nell’amore di Dio.


http://misticacristiana.altervista.org/vie.html

Le anime che si consacrano a Dio

Ascoltiamo don Dolindo
Le anime che si consacrano a Dio

La Chiesa ha nel suo seno come templi viventi le anime consacrate alla verginità, alla preghiera, all’apostolato. In esse abita il Signore, e le loro mani levate in alto nella preghiera e nelle opere di gloria per Dio sono per la Chiesa voci di riparazione e d’impetrazione continua: esse sacrificano al Signore la loro volontà, i loro desideri, le loro passioni e tutto quello che offre il mondo.
La clausura non è una schiavitù, ma è l’angelica tutela delle spose del Signore per impedire loro di essere profanate o molestate dagli occhi tristi del mondo. Le anime consacrate a Dio non hanno nel loro pellegrinaggio che la loro regola e di conseguenza l’obbedienza, sintesi meravigliosa di ogni perfezione e di ogni santità.
La gloria di Dio riempie queste anime privilegiate che non desiderano altro nella loro vita. Esse hanno le mani levate in alto nella preghiera, benedicono Dio, ne implorano la misericordia per il mondo, ne implorano il perdono nelle pubbliche calamità, la vittoria negli aspri combattimenti della Chiesa, e le grazie per quelli che ne hanno bisogno.
La casa che esse abitano è santa, e Dio la riguarda con una speciale bontà, a patto però che rimangano fedeli allo Sposo divino, alla sua legge, alla loro regola. Solo allora le case religiose sono come la Casa di Dio e la sua reggia.
Le case religiose sono il Tempio vivo eretto nella Chiesa di Dio, ne rappresentano come lo spirito e la perfezione; è quindi su di loro che si fa sentire la giustizia di Dio nei periodi di rilassamento della pietà cristiana.
Le anime consacrate a Dio debbono combattere per la sua gloria, debbono esser ministre della sua bontà e regine di amore innanzi al suo trono.
Le anime consacrate al Signore debbono rendere tributarie della gloria di Dio la natura ribelle, il timore vano degli uomini, le forze spirituali disperse nelle aspirazioni umane, l’iniquità delle proprie colpe, e l’orgoglio che vorrebbe tutto sprezzare. L’anima consacrata a Dio deve rafforzare i suoi santi propositi nella meditazione, deve fortificarsi per cantare le lodi di Dio, dev’essere sposa fedele soggetta al suo Signore, dev’essere palma della vittoria del Re divino e tempio vivo del suo amore.
L’anima consacrata a Dio deve offrire se stessa e le sue preghiere, in modo tutto particolare nelle maggiori solennità del ciclo liturgico della Chiesa. L’anima religiosa non può credere di avere compiuto il suo spirituale edificio semplicemente per essersi consacrata a Dio, ma deve continuamente perfezionarsi per abbellire sempre più il suo cuore delle più elette virtù.
L’anima consacrata a Dio, conquista l’infinita grandezza di Dio, e del suo amore, con forti risoluzioni, e separandosi dal mondo; allora porta con sé l’oro della carità soprannaturale che tutta la infiamma. v

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CREDO LA VITA ETERNA

Capitolo VI

Le ultime realtà della vita umana: I NOVISSIMI

 

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Quando ti poni davanti alla tua morte, tu ti guardi come in uno spec­chio, senza più possibilità di errori o di equivoci. Tutte le maschere, che ti sei costruito per nasconderti, cado­no. La tua vita ti appare sotto la LU­CE della VERITÀ SUPREMA e DE­FINITIVA. Non puoi più eludere la scelta… che si cari­ca di tutta l’Eterni­tà.

Per progredire nella VITA SPIRITUALE, l’uomo deve elevare spesso la sua mente alle REALTÀ DECI­SIVE della sua esistenza terrena, i NOVISSIMI: la morte, il giudizio di Dio, l’inferno, il paradiso, per orientare costantemente la sua vita verso il SOMMO BENE, DIO UNO TRINO, che lo attende, per donarsi a Lui senza fine.

È vero: “per entrare nel Regno di Dio è necessario attraversare molte tribolazioni” (At. 14, 22). L’ultima, la più dolorosa e straziante, è la morte.

Ma chi si è posto alla sequela di Cristo, vede la propria morte proiettata sempre più nella morte redentrice del suo Maestro e Salvatore.

Egli, avendo assunto su di sé tutti i peccati dell’uma­nità, si assume anche, nella radicale obbedienza al Padre, la nostra morte, che ne è l’effetto più eclatante. Così, Gesù redime anche la morte, trasformandola, con la sua Resurrezione, in un passaggio alla VITA ETERNA.

L’anima, che ha percorso ormai tutte le tappe del Cam­mino Spirituale, teme sì il giudizio di Dio, che segue alla morte, perché ha preso sempre più coscienza delle proprie colpe. Ma non vive nell’angoscia e nella paura, perché ha scoperto che “abbiamo un Avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati” (I Gv. 2,1-2). Offre continuamente al Pa­dre il prezzo del suo sangue preziosissimo come riscatto per la nostra purificazione e per la nostra salvezza. Quello stesso Gesù, che ha patito la croce per tutti gli uomini peccatori, l’anima lo sente sempre accanto a sé che la guida, la precede, la conforta, l’accompagna.

È Lui che invita tutti, con parole dolci e incoraggianti, a perseverare nella fede fino alla fine, assicurando come eredità il suo Regno di Amore, che si trasforma in Bea­titudine eterna.

“Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in Me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vada a prepa­rarvi un posto… poi ritornerò e vi prenderò con me, per­ché siate anche voi dove sono Io” (Gv. 14,1-3).

Giunti ormai verso la conclusione di questo breve Trat­tato sulla VITA SPIRITUALE, vogliamo riportare un Te­stamento anonimo, alquanto significativo. Lo ricopiamo così come lo abbiamo trovato. Ci sembra che esso rispecchi pienamente lo stato dell’anima che, guidata dal­lo Spirito Santo, ha percorso le varie tappe del Cammino e, giunta ormai al traguardo, contempla, con viva attesa, lo Sposo amato.

TESTAMENTO

“A TE, che ascolti la preghiera, VIENE ogni mortale “. (Sal. 64,3).

Anch’io STO PER VENIRE …

Morirò con le mani aperte, in un atto di supremo e totale abbandono a Te, DIO-TRINITA ‘. Ti benedirò per tutto l’Amore con cui le hai colmate queste mie piccole mani, durante il breve ma intenso, stupendo, ma insieme drammatico PASSAGGIO sulla scena di questo mondo. Le mie labbra, allora, grideranno a Te, che sei stato il SOLE e la BUSSOLA della mia vita, le PAROLE DEFINITIVE, “cavate” dalle radici del mio cuore: “SIGNORE, HAI VINTO!”… Ecco, io Ti consegno tutto il mio essere nell’atto estremo di povertà radicale che mi distacca per sempre dal mondo presente… Dal nulla mi hai tratto. Io non sono che cenere e polvere, ravvivata dal Soffio Vivi­ficante del tuo SPIRITO CREATORE. Eppure, tra le cre­ature, Tu mi hai “fatto ” come il tuo “interlocutore privi­legiato” (cfr. Sal. 8), creandomi PERSONA, TUA IMMA­GINE e SOMIGLIANZA VIVENTE, per essere da te ama­to, ma anche per poterti ri-amare.

Prossimo a comparire davanti a Te per il giudizio inappellabile, guardando a ritroso la mia vita, vi scorgo tutte le mie insufficienze, le mie debolezze, le mie colpe. E qui la mia voce si fa tremante e diventa supplica acco­rata: “Non chiamare in giudizio il tuo servo: nessun vi­vente davanti a Te è giusto” (Sal. 142,2)…

“Se Tu guardi le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere?” (Sal. 129,3)…

Tu stesso, però, mi inviti poi ad aggiungere: “Ma presso di Te è il perdono” (Sal. 129, 4). Appoggiando­mi perciò, con una fiducia senza riserve, sulla Tua MI­SERICORDIA, Ti imploro: “Ricordati, Signore, del Tuo Amore, della Tua Fedeltà che è da sempre” ( Sal. 24,6).

Io so che posso contare su di Te, perché hai intessuto la mia vita del tuo AMORE TRASFIGURANTE, che ha colmato di GRAZIA e di MISERICORDIA tutte le mie deficienze.

Tu mi hai amato dall’eternità con Amore di PADRE nel tuo dilettissimo FIGLIO GESÙ CRISTO, che mi hai donato come FRATELLO e SALVATORE.

IN LUI “mi hai benedetto con ogni benedizione spiri­tuale”;

IN LUI mi hai predestinato ad essere tuo figlio;

IN LUI, INCARNATO, IMMOLATO, RISORTO, mi hai liberato dal Maligno, trasferendomi nell’ineffa­bile intimità della Tua FAMIGLIA DIVINA: PA-DRE-FIGLIO-SPIRITO SANTO. (cfr. Ef.1,3 ss.). Per questo, sono e sarò sempre in debito di GRATITU­DINE con Te; debito che non potrò mai estinguere. Tu con me sei sempre “in perdita “. Eppure continui, “ostinato” nell’Amore, a colmare l’Abisso che ci separa, con la tua MISERICORDIA e la Tua BENE­VOLENZA senza limiti. Davanti a questo MISTERO di CONDISCENDENZA INFINITA, con cui Tu mi avvolgi e mi penetri tutto, io “piccolo granello di terra”, ma PLASMATO dalle Tue Mani, mi smarri­sco … entro in un pianto muto, fatto di “gemiti inesprimibili” (Rom. 8,26)…

Sotto l’Azione Potente del Tuo SPIRITO, che mi “tra­sfigura dentro”, mi sento intimamente unito al tuo CRI­STO, il VERBO della VITA. Le dolci Parole che Tu rivolgi a LUI, le sento sussurrare anche nel mio cuore: “Tu sei Mio FIGLIO; OGGI Io ti ho generato” (Ebr. 1,5). Perciò, mentre Ti consegno la mia vita, che Tu hai creato e redento, Ti canto il MIO MAGNIFICAT, che vuole estendersi per tutta l’Eternità: “Benedici il Signore, ani­ma mia, quanto è in me benedica il suo Santo Nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici”. (Sal. 102,1-2).

Lascia dunque che io come figlio mi abbandoni tra le tue braccia di PADRE, supplicandoti, sempre PER GRA­ZIA: Immergimi ora nel circuito beatificante del Tuo

Amore Trinitario, perchè io viva perennemente unito a Te, in un ‘estasi che sarà senza fine, in cui “canterò in eterno le Meraviglie del Tuo Amore (sal. 88,2).

Mi congedo da questo “magnifico pianeta del colore e del Sole” (G. Papini), dove spesso però le “apperenze” traggono l’uomo in inganno, con un ATTO SUPREMO di FEDE IN TE, DIO—TRINITA ‘, che nell’AMORE TUTTO VINCI :

“NON MORIRO’, RESTERO’ IN VITA E ANNUN-ZIERO’ LE OPERE DEL SIGNORE” (Sal. 117,17).

 

CONCLUSIONE

Una verità rifulge in tutto questo trattato sulla Spiritua­lità: la vita umana non è un cammino verso la morte ma, grazie a Cristo Crocifisso e Risorto per noi, grazie alla sua Pasqua, è divenuta, nella FEDE, un Cammino di TRASFIGURAZIONE, che trasforma la morte in VITA ETERNA. “Io sono la RISURREZIONE e la VITA; chi crede in Me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e cre­de in Me NON MORRA ‘ IN ETERNO” (Gv. 11,25-26).

Un grande scrittore spagnolo, Miguel De Unamuno, esprime molto efficacemente il Mistero Pasquale, EVEN­TO CENTRALE e CULMINANTE di tutta la Storia, in queste poche e lapidarie parole: “SENZA DI TE, O CRI­STO, NOI NASCIAMO PER MORIRE. CON TE, O CRI­STO, NOI MORIAMO PER VIVERE”.

Con il Mistero della sua Pasqua, Gesù, ha cambiato radicalmente la storia umana: da storia di peccato, di tri­stezza, di disperazione, di morte, in storia di Liberazione, di Gioia, di Speranza, di Vita. Egli, donandoci nella Pen­tecoste lo Spirito Consolatore, non soltanto ha reso pos­sibile, ma affascinante il Cammino Spirituale verso la santità.

Ogni persona che persevera veramente nella Fede, con il passare degli anni, sente sempre più vivo il desiderio di essere santa. Questo desiderio si chiama “Nostalgia di Dio “. È il coronamento della Vita Spirituale, che prepara l’ESTASI ETERNA CON LUI NELLA GLORIA.

Se un pò di questa “Nostalgia” – che ricorda sempre da Chi proveniamo e verso Chi stiamo tornando – viene su­scitata anche in te, che leggi questo libretto, la fatica del­l’Autore non è stata vana.

me “de vita spirituali” exigui

FINIS OPERIS,

NUMQUAM VIATORI FINIS

QUAERENDI DEUM!

Tradotto dalla lingua latina in maniera libera nella lettera, ma fedele nello spirito:

QUI HA FINE UN BREVE TRATTATO SULLA

VITA SPIRITUALE, MA MAI HA FINE PER L’ANIMA, FINCHÉ È PELLEGRINA IN QUESTO MONDO, LA RICERCA DI DIO.

“Quanta sete nel mio cuore,

solo in Dio si spegnerà;

quanta attesa di salvezza,

solo in Dio si sazierà”.

AMEN

LE TAPPE DELLA VITA SPIRITUALE 2 ° Parte

Capitolo VI

La storia di Marialuisa

Marialuisa Donadio è un fiore spuntato nella terra di Calabria (a Corigliano Calabro) il 19.1.1942 e trapiantato nel Giardino del cielo il 2.1-1998.

A ventidue anni, nel pieno rigoglio della giovinezza, mentre stava frequentando il secondo anno di Università a Bari, Marialuisa è stata colpita, in maniera repentina e ful­minante, dalla sclerosi a placche. Costretta a rinunciare ai suoi studi e ai suoi progetti di vita, progressivamente ha ri­scoperto la fede e percorso le tappe del Cammino Spirituale, fino a raggiungere la santità, che non è altro se non la PIE­NA e PERMANENTE COMUNIONE CON DIO.

Immobilizzata su una carrozzella per trentatre anni, come strumento di comunicazione le era rimasto soltanto un tenue filo di voce sussurrata con la quale ha dettato i suoi diari e in particolare le sue preghiere-poesie dappri­ma alla mamma e poi alla sorella che, come Angeli in carne, l’hanno assistita durante la lunga malattia, fino alla sua santa morte.

Il suo silenzio “sofferto” è divenuto “spazio di contem­plazione” in cui lo Spirito ha operato meraviglie di GRA­ZIA, che ben avvertiva chiunque a lei si avvicinava. I suoi occhi dolcissimi, il suo sorriso, pronto e accogliente, la serenità che da lei emanava, non può più scordarli chi, come me, ha avuto la fortuna di incontrarla e, più ancora, di frequentarla e di conoscerla. Sono questi i segni infallibili che fanno trasparire lo SPLENDORE delle anime di Dio.

Pochi mesi prima del suo decesso, in una delle tante visite che le ho fatto a Corigliano, Marialuisa ha voluto regalarmi un suo libro di poesie intitolato “Sulla terra un grido” (ed. Meridiana, Molfetta). Nel porgermi il libro, lei stessa mi ha dettato le parole di dedica, “scavate” dal profondo della sua esperienza, FISICAMENTE MOLTO DOLOROSA, ma SPIRITUALMENTE ALTRETTANTO ESALTANTE: “Solo se si beve al fiume del silenzio si canta veramente”.

La sofferenza, umanamente, fa paura a tutti, perché noi siamo stati creati non per soffrire, ma per godere. Anche il Figlio di Dio, con l’Incarnazione, ha assunto tutta la condizione umana, decaduta a causa del peccato e soggetta, quindi, alla sofferenza e alla morte. Nell’orto del Getsemani ha sentito tutta l’amarezza del dolore e ha gridato: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!”, ma ha cambiato tutta la situazione quando ha aggiunto, subito dopo: “Però non sia fatta la mia, ma la Tua volon­tà” (Luca, 22,42).

Dal momento che Lui si è caricato di tutta la soffe­renza umana, portandola, con Amore infinito verso il Padre e verso l’umanità, fino alla morte di croce, essa è divenuta il mezzo più potente e più celere per convertire, salvare e santificare le anime. Dio, che è PADRE e vuole sempre il bene dei propri figli, permette ogni sofferenza umana – compreso il rimorso della coscienza, che è molto “provvidenziale- e la guida verso il bene assoluto di ogni anima: la sua salvezza eterna. Ricordiamo in proposito le parole così profonde di A. Manzoni ne “I Promessi Spo­si”: “Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne una di più grande e di più certa”.

Riportiamo qui tre poesie di Marialuisa, nelle quali ci descrive la sua esperienza dolorosa “incarnata nella sua pel­le”. Esperienza che viene però “trasfigurata” dallo Spirito per la fede che la unisce al Mistero Pasquale di Cristo.

Quando busserò

Quando busserò alla tua porta

non chiedermi di mostrarti

che cos’ ho nelle mani.

Quando busserò, Signore,

stringi le mie mani

nelle tue mani!

Quando busserò alla tua porta queste mani inutili e stanche riscaldale tra le tue, allora, quando busserò,

ti restituirò l’Amore che me le ha colmate! Finalmente batterò le mani per far festa alla tua presenza,

perché mi aprirai quando busserò alla tua porta!

 

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miei vent’anni

Sfiorita la giovinezza,

appassita prima che sbocciasse

ai vent’anni mai vissuti

lo spirito si rivolge.

Dove siete? Vi ho perduti!

Non vi cerco, non vi rimpiango

voglio solo quel sorriso

strappato con le lacrime e sospiri.

Non c ‘è più vitalità nei miei anni!

Ho tutto donato senza risparmio.

attendo di posare in pace il capo tra le braccia del Padre

fino a vedere il suo Volto per scrutare la Luce dei suoi occhi!

Così è, così sia

Chiodi alle mani

traforati i piedi

sei giunto a me!

Se di notte o di giorno

con la pioggia o con il sole

più non ricordo,

ma un tumulto avevo in cuore

e compagno mi era il silenzio,

non mi sentivo di parlare

di rispondere a te

Che mi interrogavi.

Mi chiedevi di seguirTi e poco a poco mi hai strappato il sì

e hai raccolto le briciole

di questa mia umana povertà

impastata per fare

mani, piedi e voce!

Tutto hai voluto

non ho resistito

e tutto ti ho donato!

Così è dunque

e così sia accanto a Te sulla croce!

UN CAMMINO D’INCONTRO

L’anima, seppur tra le croci che l’affliggono, vive in uno STATO costante di GRAZIA (=dono gratuito che Dio fa di Se stesso) che le comunica una PACE PROFONDA e la APRE ad un CONTINUO RENDIMENTO DI GRAZIE, nell’attesa, sempre più viva, dell’INCONTRO ETERNO con lo SPOSO AMATO.

PRESENZA DELLA SUA PRESENZA CONCRETA,

L’Obiettivo e il Traguar­do del Cammino Spirituale è sempre l’incontro con Dio. L’anima che si è sfor­zata (e continua a sforzarsi) di percorrere le varie tappe descritte giunge a fare una STABILE ESPERIENZA DI DIO NELLA PROFON­DITÀ DEL PROPRIO ES­SERE.

Egli rimane sempre na­scosto, ma l’anima lo av­verte come LA GRANDE VITA cui tutto riferisce. Una che irradia LUCE su tutte le esperienze e tutti gli eventi che la toccano, che UNIFICA, DA’ SENSO e VALORE alla propria esistenza. Una PRESENZA CHE E’ LA VITA, alla quale l’anima si “abbarbica” sempre più man mano che le onde del tempo “sgretolano” il suo essere fisico.

“Credere che un Essere che si chiama AMORE ABITI IN NOI AD OGNI ISTANTE DEL GIORNO E DELLA NOTTE e domandi di vivere in intimità con Lui è ciò che ha fatto della mia vita un cielo anticipato”.

(Elisabetta della Trinità)

UNA PRESENZA INTERIORE, avvertita come PACE, SICUREZZA, AMORE.

UNA PRESENZA, però, che rimane sempre MISTE­RIOSA, benché sia più intima all’uomo di se stesso.

Anche qui ricordiamo un episodio biblico, che RIVE­LA e nello stesso tempo NASCONDE L’INCONTRO INESPRIMIBILE che avviene tra Dio e l’anima che ha risposto senza riserve al suo AMORE: la lotta del patriar­ca Giacobbe con Dio (Gen. 32, 23-32).

Al guado dello Iabbok, nel corso di una notte memoranda che cambia radicalmente la vita di Giacobbe, egli è costretto a lottare con un Personaggio Sconosciuto. Gli chiede il NOME, che non gli viene svelato. Si può lottare con Lui, anzi è Lui stesso a provocare alla lotta, ma Egli conserva il proprio Mistero. E’ stupefacente che Giacobbe da questa lotta esca vittorioso: “Non ti chiame­rai più Giacobbe ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto”

L’anima che si incammina nella meravigliosa avventu­ra della Vita nello Spirito deve sostenere una lotta contro il male, contro se stessa e anche, in un certo senso, contro Dio.

La lotta, per così dire, contro Dio avviene, come c’in­segna l’episodio di Giacobbe, quando l’anima si dibatte nell’aridità, nel dubbio, nell’oscurità, che le procura un’indicibile sofferenza. In quei momenti le sembra vera­mente che Dio l’abbia abbandonata a se stessa… Invece Lui si è semplicemente nascosto perché essa, attraverso la purificazione della prova, Lo possa ritrovare in un rappor­to sempre più diretto e in una dimensione sempre più vera e più profonda.

Il modo di uscire vincitori da questa lotta è la PRE­GHIERA COSTANTE E PERSEVERANTE.

DIO SI LASCIA SEMPRE VINCERE DALL’UOMO CHE VERAMENTE PREGA.

“E’ la nostra Fede che ci dà la vittoria sul mondo” (Gv. 5,4).

Ma la FEDE si alimenta con la PREGHIERA.

Nella lotta con Dio, Giacobbe riporta una “ferita” che nessuna medicina umana potrà guarire. E’ la “ferita” del DESIDERIO DI DIO, ferita che cresce in proporzione di quanto l’anima si avvicina a Lui. Allora essa canta vera­mente con il sospiro dell’esule: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio Vivente: quando andrò e vedrò il volto di Dio?” (Sal. 42,3)

La grande mistica S. Teresa d’Avila esprime in una lirica altissima l’Aspirazione “bruciante” dell’anima a ricongiungersi al suo SPOSO nella VITA ETERNA.

Stavo pensando se da questo fuoco acceso, che è il mio Dio, non si fosse staccata una scintilla.

(6 M. 2,4)

ASPIRAZIONE DI VITA ETERNA

Vivo eppur non vivo in me,

aspettando sì alta vita,

che mi è morte il non morire.

Vivo ormai fuori di me,

dacchè muoio del mio amore,

che più dell’acciaio pesa, sì ch’è morte il non morire.

Vivo sol per la certezza

di dover un dì morire,

chè, morendo della vita

mi assicura la speranza.

Morte in cui vita s’acquista, non tardare ch’io ti attendo, e mi è morte il non morire.

Vita, assai forte è l’amore:

non devi essermi molesta;

vedi, solo ormai mi resta

perder te per guadagnarti.

Venga, orsù, la dolce morte,

il trapasso giunga presto, che mi è morte il non morire.

Vita, che altro posso dare

al mio Dio che vive in me,

se non perder proprio te,

vivo, infatti, del Signore,

che mi volle sol per sé.

Quando il cuore gli donai,

tale scritta Egli vi pose: mi è di morte il non morire.

Questo carcere divino

dell’amore con cui vivo,

fatto Dio di me prigione

reso ha libero il mio cuore;

e per me è una tal passione

veder Dio di me prigione che mi è morte il non morire.

Com’ è lunga questa vita! Come è duro questo esilio! questo carcere, questi ceppi

in cui l’anima è rinchiusa!

Sol l’attesa d’uscir d’essi

causa in me strazio sì vivo

chè mi è morte il non morire.

Oh, che vita amara è quella che non gode del Signore!

Se l’amore, infatti, è dolce, non lo è la lunga attesa: dio mi tolga dal gravame

per riuscire a guadagnarti.

Col morir voglio acquistarti

chè il mio Amato amo talmente

da morir perché non muoio.

“La vita di ciascuno è un’ATTESA.

Il presente non basta a nessuno.

In un primo momento pare che ci manchi

solo QUALCOSA.

Più tardi ci si accorge che manca QUALCUNO. E LO ATTENDIAMO”.

(D. Primo Mazzolari)

 

SE la NOSTALGIA DI DIO fa “gemere” l’anima nell’ATTESA di vedere il SUO VOLTO, la sua PRESENZA nell’intimo del cuore percepita nella FEDE, in maniera sempre più viva, è SORGENTE INEFFABILE e INE­SAURIBILE della GIOIA.

L’anima si accorge, gradualmente e con crescente meraviglia, che in DIO PRESENTE POSSIEDE TUTTO, anche ciò che spera nel futuro, perché TUTTO SI TRO­VA IN LUI.

E’ questo che faceva esclamare S. Francesco d’Assisi per notti intere “MIO DIO E MIO TUTTO”!.

Mentre coloro che vivono proiettati solo alla terra cre­dono di possedere e non possiedono realmente ciò che vedono e ciò che toccano.

Chi, pur tra le debolezze umane, fa della propria vita una costante ricerca della VERITA’, alla fine approda a Dio. E chi ha incontrato veramente Dio, anche se vicino al termine dei suoi giorni terreni, non può non CANTARE LA PIÙ GRANDE SCOPERTA DELLA PROPRIA VITA. E’ ciò che ci viene espresso nella seguente pre­ghiera – poesia:

Preghiera al tramonto

Ti ho cercato inutilmente

da una vita

nell’aria, nel vento,

nella mano tesa di un povero,

nel disperato sguardo d’un malato,

nel bene, nel male,

nell’urlo del mare,

o nel silenzio d’una cattedrale.

Forse troppo distratto

dai problemi terreni del niente

che sembravano tutto

non potevo sentirti!

Ora, quasi al tramonto,

al limite dei miei giorni,

vicino al traguardo,

alla frontiera,

ti vedo nel rigo d’un verso,

ti sento

infinito universo, immagine senza contorni

ma viva, luce di un’alba diversa

che illumini cn cielo già terso:

Sei VITA, sei AMORE,

sei FEDE, CERTEZZA,

sei UNICO:

DIO!

(Luciano Somma)

Finalmente, tra il Dio presente e l’anima si stabilisce un COLLOQUIO DI AMORE INDICIBILE. La LUCE da Lui proiettata, la ILLUMINA IN TUTTA LA SUA VITA, facendole scoprire sempre più chiaramente che TUTTO E’ GRAZIA. Ogni EVENTO, lieto e triste, PAR­TE dal SUO AMORE, è GUIDATO DAL SUO AMORE, E’ ORIENTATO AL SUO AMORE.

Davanti a questa “VISIONE NELLO SPIRITO SAN­TO”, l’anima sente il bisogno di rispondere all’AMATO con le parole del grande poeta mistico dei nostri giorni, P. David M. Turoldo:

“La vita che mi hai ridato

Ora Te la rendo

nel CANTO”.

(Introduzione ai “Canti Ultimi”)

Ed effonde il suo MAGNIFICAT, in attesa di cantarlo eternamente in Paradiso.

 

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Il Traguardo della tua vita è la “CANDIDA ROSA” dei Beati del cielo, dove Dio-Trinità si specchia tutto in tutti, rendendoli eternamente felici “Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro” (Mt. 13,43).

S. Teresa d’Avila l’ha espresso stupendamente in que­sta preghiera.

IL “MAGNIFICAT” DELL’AMORE

Oh, speranza mia, Padre mio, mio Creatore

e mio vero Signore e fratello!

Quando penso a quello che voi dite,

che “la vostra delizia è stare con i figli degli uomini”,

la mia anima si riempie di gioia.

Oh, Signore del cielo e della terra!

Sono parole tali che nessun peccatore,

in virtù di esse, può perder la fiducia.

Per caso Signore vi manca qualcuno con cui dilettarvi

per venire a cercare un vermiciattolo così male olente come me? La voce che si udì durante

il Battesimo di Gesù diceva

che vi siete compiaciuto in Vostro Figlio.

Siamo, dunque, tutti uguali a Lui, Signore?

Oh, quale immensa misericordia,

e che favore infinitamente superiore ai nostri meriti!

E pensare che noi mortali dimentichiamo tutto questo!

Mio Dio, abbiate presente l’enormità

dell’umana miseria

e tenete conto della nostra debolezza,

voi che siete consapevole di tutto.

 

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“L’anima mia magnifica il Signore”…

Un’altra preghiera-poesia, tradotta anche in musica, profondamente ispirata, esprime, in maniera abbastan­za adeguata, l’idillio dell’anima che ha raggiunto la meta della Vita Spirituale: L’INCONTRO PIENO CON DIO. Per chiarire meglio la COMUNIONE che avviene tra l’anima e lo SPOSO DIVINO, ricorriamo ad un paragone che ci illustrano i Maestri della Vita Spiritua­le. Il ferro, quanto più viene immerso nel fuoco, tanto più acquista le proprietà del fuoco. Così l’anima, quan­to più si lascia attirare da Cristo, “Sorgente di ogni Santità”, tanto più diventa simile a Lui e, per conse­guenza, IRRADIA il suo Amore. Anch’essa allora può esclamare con S. Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal. 2,20).

Non lo vede, ma ne percepisce chiara in se stessa la PRESENZA come di un FUOCO VIVO sotto la cenere.

FUOCO VIVO, che IRRADIA di LUCE, di SPE­RANZA, di PACE, IL SUO GIORNO TERRENO. FUOCO VIVO, acceso dalla FEDE, che si apre sempre più al GIORNO SENZA TRAMONTO, quando “faccia a faccia ” cuore a cuore, contemplerà il VOLTO DEL­LO SPOSO TANTO AMATO PER I SECOLI DEI SECOLI. ” Mi indicherai il sentiero della VITA, GIO­IA PIENA nella Tua Presenza, DOLCEZZA SENZA FINE alla Tua destra” (Sal. 15,11)

 

TU SEI VIVO FUOCO

Tu

sei vivo fuoco

che trionfi a sera,

del mio giorno sei

la brace.

Ecco già rosseggia di bellezza eterna questo giorno che si spegne. Se con Te, come vuoi, cerco la sorgente, sono nella pace. Tu sei fresca nube che ristori a sera, del mio giorno sei rugiada.

Ecco già rinasce di freschezza eterna

questo giorno che

sfiorisce. Se con Te, come vuoi,

cerco la sorgente,

sono nella pace.

Tu sei l’orizzonte

che s’allarga a sera

del mio giorno sei dimora.

Ecco già riposa

in ampiezza eterna

questo giorno che si chiude

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TU SEI IL FUOCO

VIVO DEL MIO

GIORNO

Se con Te,

come vuoi

m’avvicino a casa,

sono nella pace.

Tu sei voce amica che mi parla a

sera,

del mio giorno sei conforto.

Ecco già risuona

d’allegrezza eterna

questo giorno che

ammutisce.

Se con Te, come vuoi, cerco la Parola, sono nella pace.

Tu sei sposo ardente

che ritorni a sera,

del mio giorno sei.

l’abbraccio

Ecco già esulta

di ebbrezza eterna

questo giorno che sospira.

Se con Te, come vuoi,

mi consumo amando,

sono nella pace.

 


CONTEMPLANDO IL TUO VOLTO…

“Il tuo volto, Signore, io cerco” (Sal.27,8)… e sempre cercherò..

Il Cammino nella VITA SPIRITUALE ti intro­duce progressivamente alla contemplazione del Volto di Cristo Crocifisso-Risorto, trasfigurato dall’Amore, che trasfigura le anime nell’Amo­re. Quel Volto, che ora tu contempli nella fede, si svelerà a te in tutto il suo splendore, nella GLORIA SENZA FINE che EGLI ti donerà. “Dio si è fatto come noi per farci come LUI”.

 

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Il girasole orienta costantemente la sua corolla al bacio vitale dell’Astro Maggiore, “lo quale jorna et allumina noi per lui et ellu è bellu et radiante cum grande splendore, de Te, Altissimo, porta significatione” (S. Francesco d’Assisi, Cantico delle creature).

Così Tu, o Padre, hai orientato il mio volto per sem­pre in faccia al tuo Volto. Volto che si è fatto carne nel tuo dilettissimo Figlio Gesù Cristo,

per manifestare la sovrabbondanza del Tuo Amore divino nella tenerezza dell’amore umano.

Guardando il Tuo Volto, io vedo il mio volto.

Quel volto che Tu dall’eternità hai amato.

Quel volto che nel tempo hai plasmato con le Tue mani

per imprimervi la Tua Immagine divina.

Quel volto che io riscopro ogni volta che Ti contemplo,

perché quando guardo Te io vedo me

e quando guardo me io vedo Te,

riflesso nel mistero delle mie profondità insondabili…

Quel Volto nel quale la Tua Divinità s’incontra con la mia

umanità peccatrice per ricrearla nella santità e nella giustizia originale.

Quel Volto che mi chiama ad accettare sempre con rinnovato

amore il mio volto unico ed irrepetibile.

Quel Volto che sta “tessendo”, con mirabile sapienza

e indicibile tenerezza divino-umana, il mio volto

per trasfigurarlo nella mia PASQUA ETERNA…..

Quando finalmente, in una “limpida e attonita sfera”, lo contemplerò non più da straniero e pellegrino… E sarà “GLORIA ETERNA, GIOIA VERA”. Per i secoli dei secoli.

LE TAPPE DELLA VITA SPIRITUALE 1° Parte

Capitolo V

 

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PURIFICAZIONE: mentre sali con fatica il MONTE SANTO di DIO, ti distacchi dal peccato (Via Purgativa);

ILLUMINAZIONE: con la preghiere e la meditazione, sempre più assidue, vieni gradualmente illuminato dallo Spirito Santo sulla “VERITA’ TUTTA INTERA (Via Illuminativa);

CONTEMPLAZIONE: per godere poi l’ABBRACCIO INEFFABILE dell’ AMORE INCREATO ed ETERNO che ti si dona (Via Unitiva).

Sempre ti dispiaccia ciò che sei, se vuoi arrivare a ciò che non sei. Infatti, quando ti ritieni soddisfatto, allora ti sei fermato. Se dici : ‘Basta’, sei perduto. Avanza sempre, cammina sempre: non fermarti, non tornare indietro, non smarrirti. Chi non progredisce si ferma, chi si volge là donde era partito retrocede; chi vien meno si smarrisce. Cammina meglio uno zoppo sulla retta via, che un atleta fuori strada” (S. Agostino, Serm. 169, 15.18).

La VITA SPIRITUALE è un CAMMINO: il cammino dell’anima verso Dio. Come il cammino è fatto di TAPPE INTERMEDIE prima di raggiungere la META o il tra­guardo del viaggio, così nella Vita Spirituale l’uomo non può raggiungere Dio se non percorrendo le TAPPE del Cammino Spirituale CHE CONDUCE a Lui.

La vita è una STRADA. L’importante è camminare sulla strada, anche se faticosa, verso la META. La vita invoca una meta, pena l’apatia, la disperazione, il falli­mento.

Cristo si è fatto per te VIA per accompagnarti e sorreg­gerti nel VIAGGIO DELLA TUA VITA INCONTRO AL PADRE.

Non ti esime, però, dal compiere la tua parte. Senza la tua volontà e il tuo impegno assiduo, quotidiano, di seguire LUI, tu non cammini sulla STRADA.

Nella VITA SPIRITUALE fermarsi significa retroce­dere. Medita le parole del grande dottore della Chiesa S. Agostino, sopra citate. “Se dici ‘Basta’ sei perduto. Avan­za sempre, cammina sempre”, ricordandoti che su questa strada non sei mai solo …

I Maestri di vita nello Spirito hanno tracciato l’iti­nerario che progressivamente conduce l’anima ad incon­trare Dio.

E’ L’AVVENTURA PIÙ AFFASCINANTE DELLA VITA.

Eccone le varie tappe:

INIZIO DEL CAMMINO

La VITA SPIRI­TUALE è un DONO che Dio fa all’uomo.

II “Bagaglio Umano”, cresce sempre più comprese le esperienze negative. NELLA FEDE, l’uomo viene assunto e “trasfigurato”: diventa ESPERIENZA DI dio. giungerà in cielo. La GLORIA che ognuno godrà in Paradiso sarà proporzionale al grado di Santità raggiunto nel Cammino della Vita Spirituale. Il Percorso è SENZA LIMITI, perché tra l’uomo e Dio la distanza è infinita: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt. 5,45).

La SORGENTE della VITA SPIRITUALE è la PA­SQUA di Gesù (Passione Morte Risurrezione). “Dalla sua pienezza – dice S. Giovanni – noi tutti abbiamo ricevuto e Grazia su Grazia” (Gv 1,16). Questa pienezza di Grazia ci viene donata mediante i Sacramenti. Nel BATTESIMO, che fonda la VITA SPIRITUALE perché fonda la VITA CRISTIANA, per opera dello SPIRITO SANTO veniamo INCORPORATI IN CRISTO.

In LUI diveniamo FIGLI DI DIO e quindi COEREDI CON LUI della VITA ETERNA nella GLORIA. LA VITA SPIRITUALE è un CAMMINO CON CRISTO, dall’ESPERIENZA dolorosa e drammatica della LOTTA in mezzo alle TENTAZIONI nel DESERTO, fino all’ESPERIENZA BEATIFICANTE della CONTEM­PLAZIONE di Dio sul TABOR. Il Padre chiama ogni anima a percorrere questa strada verso il MONTE SAN­TO, per “trasfigurarla” nel proprio FIGLIO.

Il Cammino è lungo e faticoso. Ma, se è fedele a segui­re lo Spirito Santo che la illumina, la guida, la fortifica, la persona inizia a vedere la propria vita con occhi nuovi: gli occhi della Fede. Sotto questa Luce, essa percepisce anzitutto la gravità del peccato come l’unico vero male che si oppone a Dio.

Il primo passo nella VITA SPIRITUALE, ed in ogni Cammino di Conversione, è la detestazione della colpa, perché Dio non può abitare nel cuore dove regna il Ma­ligno ossia dove l’uomo vive in uno stato di ribellione contro di Lui.

Alle origini dell’umanità, come ci attesta la Bibbia, il peccato dell’uomo e della donna è stato la causa di tutti gli altri mali, sintetizzati nella morte ( cfr. Gen. c.3 ). “Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con esso la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” ( Rm. 5,12 ).

Nella VITA SPIRITUALE, la visione che un’anima ha nei confronti del peccato è direttamente proporzionale al senso che ha di Dio. Chi minimizza il peccato, manifesta praticamente di non prendere sul serio Dio, il suo Mistero di Amore rivelatoci dalla croce, la sua infinita Santità. Meditiamo in proposito le parole dell’Apostolo Pietro che ci svelano qual è il costo del nostro peccato. “Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma CON IL SANGUE PREZIOSO DI CRISTO, Agnello senza difetti e senza macchia ” ( 1 Petr. 1,18-19 ).

Agli inizi del Cammino Spirituale, l’anima viene illu­minata soprattutto su due gravi insidie del male, che trag­gono in inganno e fanno cadere molte persone: la malizia dell’orgoglio, primo vizio capitale che li riassume tutti, e la nefasta seduzione che esercitano il denaro e le ricchez­ze sul cuore umano.

La persona orgogliosa non vive nella verità del proprio essere di creatura, ma si autoinnalza al di sopra di se stessa e al di sopra degli altri, ponendosi di fatto, come i Progenitori, al posto di Dio.

L’Apostolo Giovanni smaschera la SUPERBIA, come anche gli altri due vizi capitali che maggiormente “tiran­neggiano” il cuore dell’uomo: l’AVARIZIA e la LUSSU­RIA. Questi tre vizi, ai quali l’uomo si abbandona più facilmente, dimenticando il suo rapporto con Dio Creato­re e Padre, possono essere sintetizzati concretamente nei tre verbi: POTERE, AVERE, GODERE.

“Tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza (=de­siderio sfrenato) della carne, la concupiscenza degli oc­chi, la SUPERBIA della vita non viene dal Padre, ma dal mondo” (I Gv. 2,16 ). L’orgoglio poggia tutto su una grande menzogna, che tende a divenire mistificazione dei valori. Ogni vizio, come ogni peccato, cercano sempre di camuffarsi, per non apparire nella loro cruda realtà. Sol­tanto la Parola di Dio, che è ” la Spada dello Spirito”, (Efes. 6,17) sa smascherarli pienamente. Ecco la menzo­gna di fondo: “Che cosa mai possiedi – ci dice San Paolo – che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?” (1 Cor. 4,7)… Quando pecchi, tu usi sempre i doni di Dio per rivoltarti direttamente contro di Lui e offenderlo.

L’altra insidia che minaccia maggiormente l’uomo nel Cammino Spirituale, e che l’anima inizia a smascherare, è l’avidità del denaro e delle ricchezze. Anche se continua ad essere tentata dalla cupidigia di possedere, viene gra­dualmente illuminata sulla caducità e sulla insaziabilità dei beni materiali, dai quali, purtroppo, molte persone vengono sedotte. E’ ancora San Paolo che ci mette in guardia dall’assecondare il desiderio di arricchire. Esso, per chi vi cede, diventa una vera trappola che ingabbia il suo cuore in una “fame di possesso” che è senza limiti. Questa a sua volta diventa il movente che causa, oltre a molti affanni, preoccupazioni e tribolazioni, anche tanti soprusi ed ingiustizie nei confronti del prossimo. “Quelli che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel lac­cio e in molte bramosie insensate che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali” ( 1 Tim. 6,9 ). Come sono vere queste parole…! L’esperienza della storia e la cronaca quotidiana ne offrono ampia conferma. La bramosia sfre­nata del denaro è la causa che scatena i delitti, gli atti di violenza, i furti e tutte le organizzazioni delinquenziali e mafiose.

Dio, elevando nel Battesimo la natura umana -che di­venta perciò natura umano-divina- non la cancella. Sola­mente la risana radicalmente dal peccato, rendendola ido­nea a ricevere i DONI SOPRANNATURALI. Tutto il “Bagaglio Umano” che ha donato ad ogni persona, anche il “vissuto” che appare “negativo”, nella FEDE viene assunto e trasfigurato: diventa ESPERIENZA DI DIO. L’anima, sempre guidata dalla GRAZIA DIVINA, con la riscoperta della gravità del peccato, inizia a fare esperien­za anche, per contrapposto, della MISERICORDIA INFI­NITA DEL PADRE. Per questo, detesta le proprie colpe commesse, ma cadendo sempre di meno nell’abbatti­mento e nello scoraggiamento. Si abitua semplicemente a riconoscerle e a confessarle con umiltà a Dio, riscoprendo gradualmente il Sacramento della RICON­CILIAZIONE come la Medicina più potente per libe­rarsi dal male. Nel suo cuore iniziano a risuonare sem­pre di più le parole consolanti di Gesù rivolte ad ogni peccatore pentito: “Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati” (Mt. 9,2).

Sant’Agostino, nelle pagine immortali delle “Confes­sioni”, ci dà l’esempio più chiaro del cambiamento che opera lo Spirito Santo agli inizi della VITA SPIRITUALE e agli inizi della conversione di un’anima.

In tono umile, penitente e sincero ha espresso, in for­ma di profonda e accorata preghiera, la “visione” della propria vita di peccato sotto la Luce della Grazia di Dio che gli aveva toccato il cuore.

“Tardi ti ho amato, o Bellezza così antica e così nuo­va, tardi ti ho amato! Deforme come ero, mi gettavo su queste cose belle che hai creato. Mi tenevano lontano da Te le tue creature, che non esisterebbero se non fossero in Te. Mi hai chiamato, hai gridato, e hai vinto la mia sordità… Ti ho assaporato e ho fame e sete. Mi hai toc­cato e aspiro ardentemente alla Tua pace.

Dopo S. Agostino, vogliamo riportare la viva testimo­nianza di un altro convertito dei tempi moderni, John, Henry Newman (Londra 1801 – Birmingam 1890). Da pastore anglicano si converti al cattolicesimo e divenne cardinale. Agli inizi della sua conversione, ha scritto la preghiera che qui riportiamo.

Anche il cardinale Newman, come S. Agostino, ci tra­smette la percezione chiara che sperimenta ogni neoconvertito: una LUCE NUOVA si proietta sulla sua vita. LUCE che gli infonde PACE nel cuore e SICUREZ­ZA nell’orientamento del Cammino. Se anche “lontana è la casa”, chi ha incontrato Dio – ci dice il card. Newman – ha trovato la GUIDA cui affidarsi, per farvi ritorno: lo SPIRITO SANTO.

LA PREGHIERA DI UN CONVERTITO

Guidami, luce gentile; tra la tenebra

guidami tu!

Nera è la notte, lontana la casa –

guidami tu!

Reggi i miei passi; cose lontane

non voglio vedere, – mi basta un passo.

Così non fui mai; né ti pregai così,

per la tua guida.

Amavo scegliere la mia strada; ma ora

guidami tu!

Amavo il giorno chiaro, l’orgoglio mi guidava,

disprezzavo la paura: non ricordar quegli anni.

Sempre mi benedisse la tua potenza; ancora oggi

mi guiderà

per paludi e brughiere, per monti e torrenti, finché

svanisca la notte

e mi sorridano all’alba i volti d’angeli

amati a lungo e perduti ora.

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UN CAMMINO NUOVO

In questo stadio l’anima rivede la sua vita di pecca­to, ne ha orrore, ma non si dispera, perché sta sco­prendo sempre più il VOL­TO MISERICORDIOSO DI DIO, che la ama COSI’ COM’È.

Nel colloquio notturno con Nicodemo, che tocca le radici del senso della vita, Gesù dice con molta forza e chiarezza: “In verità, in ve­rità ti dico, se uno non ri­nasce dall’alto, non può vedere il Regno di Dio… Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel Regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito” (Gv. 3, 3-6).

L’anima prende coscienza del dono inestimabile rice­vuto con il proprio Battesimo, che la eleva ad una dimen­sione di vita totalmente nuova, rendendola partecipe della vita stessa di Dio. In Cristo, che nel mistero dell’INCAR-NAZIONE-REDENZIONE, si è fatto puro DONO di AMORE, ri-scopre il VOLTO e il CUORE del Padre. Ri­scopre anche la verità profonda delle parole di Gesù a Nicodemo: “Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito “. Tra “Carne” e “Spiri­to”, in senso biblico, non vi è alcuna forma di conciliazio­ne. Di fatto San Paolo dice: “Chi semina nella sua carne (=vive assecondando i vizi e le passioni), dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà Vita Eterna” (Gal. 6,8 ).

La RINASCITA alla VITA NUOVA avviene – come dice Gesù a Nicodemo- attraverso l’azione dello Spirito Santo. Bisogna ritornare bambini: capire di non sapere niente per poter percepire il più leggero vento dello SPI­RITO INAFFERRABILE ,IMPREVEDIBILE. “Chi ha raccolto il vento nel proprio pugno?” (Prov. 30,4). “Come tu ignori quale via segua il vento, così ignori l’opera di Dio” (Qo. 11,5).

L’anima che è rinata nello Spirito, inizia a vivere una VITA NUOVA, LA VITA DI CRISTO RISORTO. In lei è intervenuta una VERA CONVERSIONE. Incomincia a PENSARE, a VEDERE, a GIUDICARE ogni realtà con gli occhi di Dio.

Inizia a gustare ciò che prima le era noioso, come la preghiera. Pur sentendosi ancora tentata dalle proprie “vo­glie”, sente un’attrattiva più forte: la voce interiore dello Spirito Santo. Si rende conto infatti della verità delle parole di Gesù: “IL CONSOLATORE, LO SPIRITO SANTO, che il PADRE manderà nel MIO NOME, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che IO vi ho detto” (Gv. 14,26).

L’anima prende sempre più coscienza delle proprie colpe e ne ha orrore. Ma, anziché perdere la fiducia o disperarsi, si sente sostenuta dalla MISERICORDIA del Padre, che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la VITA ETERNA” (Gv. 3,16).

Infatti, guidata dallo Spirito Santo, l’anima, con gioio­so stupore, va via via riscoprendo nella CHIESA la pre­senza viva di GESÙ Crocifisso-Risorto, VERBO INCAR­NATO dell’Amore del PADRE. Così, pur constatando la gravità delle proprie colpe, essa avverte che il Sangue di Cristo la sta “lavando” dal suo peccato. Inizia a stabilire con Lui un contatto sempre più intimo e più vero, soprat­tutto mediante i Sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia.

Man mano che persevera, si sente sempre più da Lui amata così com’è, nella sua fragilità, e nello stesso tempo sostenuta e rinnovata nel suo cammino di conversione, difficile ma esaltante. Più fa esperienza della Misericordia senza limiti del Padre, rivelata e donata nel Figlio, più si sente stimolata ad amarlo, restando nell’umiltà, che la rende consapevole della propria miseria. Davide, dopo il peccato commesso, illuminato dallo Spirito Santo, lo esprime molto bene nel Salmo: “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, Tu non disprezzi” (Sal. 50,19).

S. Francesco d’Assisi nel suo “Testamento” puntualizza quest’esperienza che nella sostanza vive ogni neo-convertito.

“Il Signore così donò a me Frate Francesco d’inco­minciare a far penitenza, poiché, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi mise­ricordia. Dopo l’incontro con essi, ciò che mi sembrava amaro, mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo”.

Papà  Ildebrando

Quando l’uomo prende coscienza del proprio Battesi­mo, che l’ha innalzato alla sublime dignità di figlio di Dio, inizia veramente a percorrere un CAMMINO NUO­VO, perché ha ricevuto “dall’alto” una VITA NUOVA. La stessa esperienza – e in maniera ancora più forte – la vive ogni neo-convertito. Questa NOVITA’ DI VITA si manifesta in tutto il suo essere ed in tutto il suo agire. Ma i “frutti” dell’azione dello Spirito Santo che inonda l’ani­ma, si possono sintetizzare in tre: la Luce della Verità, che illumina la sua mente e, di riflesso, la sua vita; la Gioia e l’Entusiasmo straordinari da cui si sente animata; la disponibilità nell’aderire alla Grande Chiamata.

Vogliamo in proposito qui documentare come le verità enunciate trovano sempre riscontro nell’esperienza delle persone. Riportiamo brevemente la storia di un convertito dei nostri tempi, che io stesso ho avuto la grazia e la gioia di conoscere. Il suo nome è Crespi Ildebrando, ma tutti lo conoscevano come “Papà Ildebrando”, perché, dal mo­mento della sua conversione, ha dedicato tutta la vita nel soccorrere i più poveri e i più bisognosi in tutto il mondo. La sua categoria prediletta però è stata quella dei lebbrosi, che umanamente sono i più ripugnanti e perciò anche i più emarginati dalla società.

E’ nato a Cassano Magnago ( VA ) il 05/08/1915 e morto l’1/9/1995. La barba fluente ed un grande crocifis­so, che portava sempre al collo, erano i suoi due distintivi inconfondibili. Molte persone, per questi, lo ritenevano un sacerdote missionario. Invece era un padre di famiglia, con tre figlie. Alla sua conversione sono seguiti anni difficili di convivenza con la moglie Signora Graziani Amelia, per motivi facili da comprendere. Ma poi è riu­scito a coinvolgere anche la sposa nello stesso ideale missionario.

Degno erede del grande Apostolo dei lebbrosi, Raoul Follereau, che più volte ha incontrato nella sua vita, papà Ildebrando ha fondato più di settanta opere, legate soprat­tutto all’assistenza e alla cura dei lebbrosi. Il suo motto: “L’amore senza confini”. Quante volte ha percorso l’Ita­lia con il suo camper per mendicare aiuti a favore di quelli che chiamava: i miei amici lebbrosi!…

E quanti viaggi ha fatto nelle nazioni più povere del mondo, dove la lebbra è ancora, purtroppo, una malattia assai diffusa, per portare personalmente il contributo con­creto della sua solidarietà, raccolto con tanti sacrifici e anche con tante umiliazioni!…

Citiamo soltanto le principali nazioni di ogni continen­te da lui percorse: molti Stati dell’India, l’Australia, la Thailandia, il Kenya, il Mozambico, l’Etiopia, il Brasile, il Mato Grosso. L’ultimo “viaggio” della carità papà Ildebrando l’ha fatto qualche anno prima di morire, quan­do era già stanco ed ammalato, per portare il suo aiuto alla Jugoslavia, devastata dalla guerra.

Lui stesso ci racconta la sua conversione come la VERA NASCITA della propria vita.

“SONO NATO a 45 anni, esattamente nel 1960, lungo l’autostrada Varese-Gallarate. Un momento che non di­menticherò mai. Tornavo da una visita alla “Madonna Pellegrina”, che quell’anno girava per l’Italia. Pioveva a dirotto e viaggiavo forte; ad un tratto in una curva, a causa dell’asfalto reso viscido dall’acqua, perdo il controllo della macchina che va a schiantarsi contro il “guard-rail”, carambola più volte sull’asfalto, salta sulla corsia di sinistra finendo nella scarpata. Diverse macchine che incrociavano in quel momento riescono ad evitare miracolosamente uno scontro che si sarebbe mutato in tragedia. La benzina esce a fiotti dal serbatoio sventrato, e non s’incendia…

L’auto è un rottame. Io esco perfettamente illeso, senza un graffio, senza un’ammaccatura! La Madonna mi aveva salvato… Mentre la macchina sbandava, ho avuto la per­cezione che due mani possenti mi inchiodassero allo schienale, impedendomi di sbattere la testa o il petto, o comunque rotolare con la macchina.

Questa per me è stata una NUOVA NASCITA. Senti­vo che dovevo fare qualche cosa per ringraziare la Ma­donna del dono di questa nuova vita”.

Da quel giorno papà Ildebrando è diventato un’altra persona. Ha iniziato a rispondere al DONO ricevuto con la NUOVA VITA, prodigandosi con tutte le sue energie fino alla morte per i suoi amici lebbrosi. Non tralasciava mai di recitare quotidianamente il S. Rosario, con il quale manifestava la sua devozione tenerissima alla Madre di Dio che l’aveva salvato.

Come suo Testamento, potremmo riportare le parole che egli ripeteva tante volte in risposta a chi gli doman­dava perché avesse fatto quella scelta, per molti incom­prensibile o addirittura assurda.

“Credetemi, non c’è gioia più grande che quella di donare un pane a chi muore di fame, visitare, soccorrere un fratello che l’egoismo e l’ingiustizia hanno condanna­to a morire solo e abbandonato”.

UN CAMMINO DI DESIDERIO

L’anima, crescendo nel “desiderio di Dio”, dilata il suo cuore, SEMPRE PIÙ CAPACE DI SOFFRIRE E DI AMARE.

L’incontro di Gesù con la Samaritana è, a questo proposito, molto eloquente. Gesù, nel colloquio con questa donna peccatrice, la porta gradualmente a:

• SCAVARE in se stessa fino ad entrare nella sua di­mensione più profonda;

• RISCOPRIRE in sè una SETE DI ACQUA “che zam­pilla fino alla vita eterna”;

• CONOSCERE CHI E’ LUI e chi è lei.

L’anima, man mano che cammina nella vita dello Spi­rito, sente crescere nella sua profondità, il DESIDERIO DI DIO. Il Salmo 63 lo esprime molto bene in questi termini: “o Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io Ti cerco, di TE HA SETE l’anima mia, a Te ANELA la mia carne, come terra deserta, arida , senz’acqua” (Sal. 63,2).

Il DESIDERIO DI DIO è come un FUOCO DEN­TRO DI NOI: è necessario alimentarlo con il combustibi­le (=preghiera, contemplazione, offerta della propria vita…). Ma più si alimenta più diventa INSAZIABILE. Sembra che Dio, più l’anima Gli si avvicina, più si allon­tani. Lo scopo è chiaro: quello di farle fare più strada sulla via della santità che non ha limiti.

S. Giovanni della Croce lo esprimeva mirabilmente nei suoi versi immortali:

“Dove ti nascondesti, o Amato,

e mi lasciasti nel lamento?

Come il cervo fuggisti, avendomi ferito; uscii dietro di Te, gridando: eri partito!”

L’esperienza della fede vissuta, la vita con Dio, sono un ESODO, un continuo uscire “dietro di Te, gridando “. Quando si credeva di avere scoperto il tuo “volto”, o Dio, già “eri partito”.

Così tu attiri incessantemente l’anima a Te, dilatando il suo DESIDERIO che la fa crescere nella FEDE e nell’AMORE.

S. Agostino, che ha percorso nel travaglio dello spirito l’Itinerario dalla CONVERSIONE a DIO alla CONFES­SIONE di Dio, scrive pagine stupende sul ruolo fonda­mentale che ha il DESIDERIO nel CAMMINO DELLA VITA SPIRITUALE.

“Il DESIDERIO prega sempre, anche se la lingua tace. Se DESIDERI SEMPRE, SEMPRE PREGHI. Quando sonnecchia la preghiera? Quando si raffredda il DESI­DERIO. (Serm. 80,7). Sia dinanzi a LUI il tuo DESIDE­RIO, ed il Padre, che vede nel segreto, lo esaudirà. Il tuo DESIDERIO è la tua preghiera; se continuo è il DESIDE­RIO, continua è la preghiera. Il DESIDERIO è la pre­ghiera interiore che non conosce interruzione. Qualunque cosa tu faccia, se desideri quel SABATO (=LA COMU­NIONE BEATIFICA ED ETERNA CON DIO) non smetti mai di pregare… Il tuo DESIDERIO continuo sarà la tua continua voce. Tacerai se cesserai di amare… Il gelo della carità è il silenzio del cuore; l’ardore della carità è il grido del cuore. Se sempre permane la carità, tu sempre gridi; se sempre gridi, sempre DESIDERI; e se DESIDERI, ti ricordi della pace… Se dentro il cuore c’è il DESIDERIO c’è anche il gemito; non sempre giunge agli orecchi degli uomini, ma mai resta lontano dalle orecchie di Dio” (Enar. In PS. 37,14).

UN CAMMINO DI DESERTO

L’anima distingue sempre più nettamente tra il RELATIVO e l’ASSOLUTO, tra ciò che viene “mangiato dal tempo” e ciò che è ETERNO.

Il “DESERTO” è una tappa obbligata nell’itinera­rio verso Dio. La storia del popolo eletto nel suo pere­grinare verso la TERRA PROMESSA (=Dio) è ciò che deve rivivere ogni ani­ma nel suo spirito e nella sua carne. Solo al termine di questa marcia sarà in

grado di offrire, come il popolo di Dio, IL SACRIFICIO DELLA LODE PERFETTA.

Il DESERTO è il luogo del TOTALE SILENZIO, della ESTREMA POVER­TÀ ridotta all’ESSEN-ZIALE, della SOLITU­DINE, della PROVA, della TENTAZIONE. Ma è proprio nel DE­SERTO che Dio tra­sforma un’orda di po­vera gente in un popolo santo, il “POPOLO DI DIO”.

Il DESERTO è il “luogo” della purificazione per poter incontrare Dio.

 

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Un episodio biblico ci illumina sul significato del DESERTO per incontrare Dio. Il profeta Elia, cercato a morte dall’empia regina Gezabele, fugge nel DESERTO dove, sfinito, si sente morire (I Re 19,1-13). Ma Dio non lo abbandona: lo nutre “dall’alto”, perché possa cammina­re fino all’incontro con Lui sul monte della RIVELAZIO­NE, il monte Oreb. RIVELAZIONE che avviene DOPO L’ESPERIENZA DEL DESERTO, che ha reso Elia capace di percepire Dio nel “mormorio di un vento leggero”. “Elia capì che era il Signore che passava e si coprì il volto con il mantello”. Questa RIVELAZIONE è preceduta da:

• L’URAGANO, IL TERREMOTO, che richiamano la GRANDIOSA MANIFESTAZIONE di Dio sul monte Sinai. Sono i SEGNI PRECURSORI del suo PAS­SAGGIO.

• IL FUOCO. È l’ULTIMO SEGNO che ha purificato Elia da tutte le scorie di peccato, rendendolo degno di entrare in comunione con LUI.

Il DESERTO è la PURIFICAZIONE NECESSARIA attraverso la quale deve passare l’anima per essere in grado di percepire il “leggero mormorio” nel quale il Signore le si rivela.

L’uomo non può varcare la soglia del MISTERO se non a piedi scalzi e profondamente prostrato, come Mosè al ROVETO ARDENTE (Esodo, cap. 3).

La PROVA e la TENTAZIONE nascono anche dal SILENZIO di DIO.

“Se vai in giardino, ti parlano i fiori, ti parlano gli uccelli, ti parlano le stelle: solo Dio tace. Tutto, nell’universo, è un’immensa e profonda evocazione del MISTE­RO, ma il MISTERO svanisce nel SILENZIO”.

Anche il SILENZIO di Dio è DESERTO che spinge l’anima -come bene ci insegna S. Agostino nel trava­glio della conversione- a ricercarlo sempre “oltre”, sempre “al di là” delle sue creature. Una persona vive l’ESPERIENZA di DESERTO nella misura in cui si distacca da tutto cio che è superfluo, dalle tante distra­zioni che la tentano di evadere da se stessa, per metter­si in ascolto di Dio, il quale ci avvolge e ci penetra come l’aria che respiriamo.

Dio non si manifesta se non a chi si è spogliato pienamente di se stesso e si pone in totale ascolto di Lui. S. Teresa d’Avila, Dottore della Chiesa e Grande Maestra nella Vita Spirituale, afferma: “Dio non si dà totalmente se non a coloro che si danno totalmente a Lui”.

Anche il profeta Osea, ricorrendo alla simbologia sponsale, esprime il VALORE e il SIGNIFICATO del DESERTO come il LUOGO dove avviene l’ultima purificazione e quindi L’INCONTRO INEFFABILE con Dio.

“Lei seguiva i suoi amanti mentre dimenticava me!… Perciò, ecco, la attirerò a Me, la condurrò nel DESERTO e parlerò al suo cuore” (Os. 2, 15 – 15-16).

NEL “TUO” DESERTO INCONTRI LA VERITÀ

• Non è UN LUOGO IL DESERTO: è il SILENZIO delle tue labbra chiuse che CUSTODISCE IL TUO CUORE CHE PARLA.

• Non è UN LUOGO IL DESERTO: è il TUO ASCOL­TO nelle PROFONDITÀ del MISTERO che TI AV­VOLGE e TI PENETRA TUTTO.

• Non è UN LUOGO IL DESERTO: è l’IMMAGINE del DIO CHE TI HA PLASMATO, RIFLESSA nello specchio, reso puro, della tua anima.

• Non è UN LUOGO IL DESERTO: è il FUOCO CHE BRUCIA sotto le ceneri della TUA UMANITÀ e TI CHIEDE di SOFFIARE per ALIMENTARLO.

• Non è UN LUOGO IL DESERTO: è la TUA VITA che incessantemente RINASCE e si RINNOVA nel SI­LENZIO ADORANTE.

• Non è UN LUOGO IL DESERTO: è l’ESTASI di Dio che si CONTEMPLA IN TE STESSO.

• Non è UN LUOGO IL DESERTO: è la CHIAVE che APRE IL TUO CUORE PERCHÉ VI ENTRI IL SUO REGNO.

• Non è UN LUOGO IL DESERTO: è RIPOSARE ALLA SUA PRESENZA “COME BIMBO SVEZZA­TO IN BRACCIO A SUA MADRE” (Sal. 130).

• Non è UN LUOGO IL DESERTO: è PARTECIPARE al SILENZIO di DIO, SORGENTE dell’ARMONIA del Cosmo.

• Non è UN LUOGO IL DESERTO: è la SUA PACE CHE SCENDE IN TE QUANDO GLI PRESENTI il VUOTO del TUO NULLA.

Il Cammino del popolo LIBERTA’ eletto dalla SCHIAVITU’

dell’Egitto alla LIBERTA’

L’anima si libera da tutte le forme di schiavitù e diventa gradualmente “SIGNORA”

Morale) della propria vita.

della Terra Promessa, è sta­to un Cammino di LIBE­RAZIONE.

Anche l’anima nel suo Cammino Spirituale, con la forza dello Spirito Santo che la guida, è chiamata a progredire verso una LIBERAZIONE sempre maggiore da ogni forma di SCHIAVITU’ INTERIORE. Nella misu­ra in cui si LIBERA dal proprio egoismo, dai propri pec­cati e dai propri vizi, nel suo cuore vi entra Dio, che la “sposa”, proponendole la sua Alleanza di Amore. Gesù infatti afferma con chiarezza che la prima, vera SCHIAVITU’ è quella del male morale, che la persona coltiva nel proprio cuore.

“In verità, in verità vi dico: Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato… Se (invece) rimanete fedeli alla mia Parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la VERITÀ e la VERITÀ vi farà LIBERI (Gv. 8,31 ss.).

Come LIBERARSI INTERIORMENTE?

• CON L’ASCESI, che si può definire: “Esercizio mora­le dello spirito per ascendere a Dio”. Tutti, a causa del peccato originale, portiamo nel cuore le cattive tenden­ze che si chiamano I SETTE VIZI CAPITALI: SU­PERBIA, AVARIZIA, LUSSURIA, IRA, GOLA, INVIDIA, ACCIDIA. Essi sono come le radici perverse dalle quali nascono e prolificano tutti i frutti velenosi che sono i peccati. Senza la lotta per controllarli, ne diventiamo schiavi e quindi sempre più incapaci di fare il bene. Chi si lascia dominare dalla Superbia, dall’or­goglio, diventa schiavo di se stesso, del proprio io; chi è avaro sceglie come idolo il danaro e le ricchezze; chi è lussurioso i piaceri della carne ecc… Per questo, chi vuole progredire nel Cammino dello Spirito tiene sem­pre presenti le parole di Gesù: ” Se qualcuno vuol venire dietro a Me, RINNEGHI se stesso (attraverso l’autocontrollo, la mortificazione, la rinuncia), prenda LA SUA CROCE OGNI GIORNO e Mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita (in senso egoistico), la perderà, ma chi perderà la propria vita per Me, la salverà” (Lc. 9,23-24). In ogni sofferenza e prova della vita, il discepolo di Cristo sa che deve conformar­si al proprio Maestro, portando dietro a Lui e con Lui la propria croce. Solo così si rende partecipe della sua PASQUA di MORTE e di RISURREZIONE.

Le croci sono costituite da tutte le sofferenze e i dolori, sia di ordine fisico che morale, da tutti i sacrifici e i “pesi” della vita. Accettare le croci dalle mani di Dio che è PADRE e vuole sempre il nostro vero bene: ecco la prima e fondamentale forma di ASCESI. “Dare totalmen­te la nostra volontà al Signore perché si conformi alla sua in tutto ciò che ci capita: questa è la CONTEMPLA­ZIONE PERFETTA ” (S. Teresa d’Avila). Ma ogni anima, man mano che progredisce nel Cammino della Vita Spi­rituale, si rende conto che senza praticare la RINUNCIA e la MORTIFICAZIONE volontarie non le è possibile avanzare sulla Via della Santità. DEVI MORIRE A TE STESSO PERCHÉ DIO POSSA NASCERE IN TE.

Una bellissima immagine illustra la realtà dell’anima che sta camminando “nel travaglio” verso la TERRA PROMESSA, ossia verso l’ INCONTRO ETERNO CON DIO NELLA GLORIA. Ci viene sempre offerta dalla PAROLA DI DIO. “Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo” (Sal. 125,5). E’ l’immagine dell’uomo, arte­fice nella libertà del proprio destino. Ogni giorno è chia­mato ad affrontare, con fatica e sacrificio, una dura lotta contro il proprio egoismo per liberarsi dagli attaccamenti disordinati a se stesso, alle creature e alle cose di questo mondo, che tentano sempre di “sedurlo”. Ma solo così si tempra per procedere sempre più speditamente nel Cam­mino Spirituale.

Il contadino, mentre in autunno con fatica e sudore sparge la semente nei solchi della terra brulla, pensa alla gioia, che già pregusta, della mietitura nell’estate.

Anche l’anima, mentre si sforza di seguire Cristo sulla VIA STRETTA della CROCE, sparge attorno a sè il profumo delle VIRTÙ e delle OPERE BUONE, fissando spesso “con lo sguardo del cuore” il RADIOSO TRA­GUARDO che l’attende: la VITA ETERNA, in cui ogni OPERA DI BENE, come la semente sparsa, maturerà tra­mutandosi in GLORIA SENZA FINE.

“Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento pre­sente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rom. 8,18)

San Francesco d’Assisi, ricolmo di una Gioia Indicibi­le, nell’estasi contemplativa, esclamava. “Tanto è il BENE che mi aspetto che ogni PENA mi è diletto!”

C’è un’ASCESI DEL CORPO e un’ASCESI DELLO SPIRITO.

• L’ASCESI DEL CORPO: Non si tratta di disprezzare il corpo o di “uccidere” la natura umana, ma di puri­ficare noi stessi in modo da trasformare il corpo “ani­male” in corpo “spirituale”, per renderlo obbediente alla voce dello Spirito. Ciò si ottiene con tutte le forme di PENITENZA (fatte sempre con moderazione) necessarie per tenere sotto la nostra signoria gli istinti che facilmente ci inducono a peccare con il nostro corpo. La RINUNCIA è sinonimo di LIBERTÀ IN-TERIORE per agire secondo la RAGIONE e, più an­cora, secondo la COSCIENZA.

• L’ASCESI DELLO SPIRITO: Consiste nel fare “puli­zia” di tutti i pensieri “ingombranti” e “inutili” che popolano le nostre facoltà interiori: FANTASIA, ME­MORIA, CUORE. Solo allora si crea lo spazio affin­ché la PREGHIERA e la LODE salgano a Dio PURE, perché partono da un cuore PURIFICATO.

 

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Nel Cammino della VITA SPIRITUALE devi portare il “peso ” dei tuoi limiti di creatura, dei tuoi difetti, delle tue colpe e di tutte le croci che ti affliggono. Ma non sei solo: il Figlio di Dio, facendosi uomo e condividendo la tua vita fino alla morte di croce per te, è diventato la tua VIA, che ti accompagna verso l’incontro con il Padre.

Uno scrittore russo dei nostri tempi, grande maestro di spiritualità, ha tradotto in sintesi l’Ascesi Tradizionale, adeguandola alla mentalità e alla vita dell’uomo moderno. Egli scrive: “La MORTIFICAZIONE ATTUALE è la LI­BERAZIONE da OGNI BISOGNO DI “DOPING”: velo­cità, rumore, eccitanti, droghe, alcolici di ogni specie. L ASCESI è piuttosto il riposo imposto, la disciplina della calma… ma soprattutto la facoltà di PERCEPIRE LA PRESENZA DEGLI ALTRI. Il DIGIUNO è la rinuncia lieta al superfluo, la condivisione di questo con i poveri; un equilibrio sorridente, naturale, tranquillo ” (P. Eudokimov).

“Il cristiano cammina tra le consolazioni di Dio e le persecuzioni del Mondo” (S. Agostino)

Per chi si è seriamente impegnato nel Cammino della VITA SPIRITUALE, le prove e le tribolazioni ven­gono provocate anche dalle persone. “Se hanno perse­guitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv. 15,20), dice il Signore. Purtroppo, coloro che non coltivano il grande dono della fede e non sono abituati a rendere conto alla propria coscienza, ultimo tribunale di appello, trovano incomprensibili e addirittura assurdi la vita e il comporta­mento di chi ha incontrato Dio e gli si è donato. Anche perché è un rimprovero continuo al loro modo di vivere: “Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni” (Sap. 2,12). E allora si accaniscono a schernirlo, a deriderlo, ad umiliarlo, a calunniarlo.

Rosi da una gelosia (ahimè quanti mali causa la gelo­sia!) istintiva e sottile, non sapendo darsi ragione di quella carica di GIOIA, di ENTUSIASMO, di VITA, che le anime di Dio irradiano, pur in mezzo a tante croci e sof­ferenze, li perseguitano. Noi diciamo con Gesù: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno!” (Lc 23,34).

Ma questo non ci esime dal porre alla loro coscienza qualche domanda “bruciante”, che dovrebbe roderli dentro come un tarlo:

• CHI VI DA’ IL DIRITTO DI SCAGLIARVI CONTRO CIÒ CHE VOI NEMMENO CONOSCETE, OSSIA CONTRO IL MISTERO DI DIO, CHE SI RIVELA E OPERA NEI SUOI SERVI?…

• SE NELLA VOSTRA VITA TOGLIETE IL MISTERO DI DIO, L’UNICO “CASO SERIO“, DAVANTI AL QUALE NON E’ MAI LECITO SCHERZARE, CHE COSA VI RIMANE? …

• E SU QUALE FONDAMENTO LA COSTRUIRETE LA VO­STRA VITA, MENTRE ESSA IRRIMEDIABILMENTE STA CORRENDO VERSO IL SUO UMANO DISFACIMENTO?…

“Sta attento – dice S. Paolo – come costruisci (la tua vita). Infatti nessuno può porre un FONDAMENTO DI­VERSO da quello che già vi si trova (posto dal Padre), CRISTO GESÙ (1Cor. 3,10-11).

Il MISTERO di CRISTO è il MISTERO di DIO Incar­nato nella storia umana. Tu resti libero di crederlo e di accoglierlo e anche di rifiutarlo.

LA VERITA’ PERO’ IN SE STESSA NON CAMBIA, PERCHÉ NON “NASCE” DA TE.

E ciascuno alla fine, dovrà rendere conto di se stesso.

Solo una cosa non ti è mai lecito fare, se hai un mini­mo di saggezza: metterti in un atteggiamento di indiffe­renza, come se questo CASO SERIO non ti riguardasse o, peggio ancora, in un atteggiamento di autosufficienza fino a deriderlo…

“Scherza con i fanti, ma lascia stare i Santi!”, dice un noto proverbio.

Ma le persone che nel loro cammino sono ormai giunte ad una comunione stabile e profonda con Dio, non si la­sciano intimorire dalle persecuzioni. Hanno sempre da­vanti le parole del loro Maestro, che “meditano giorno e notte” (Sal. 1,2). “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. RALLEGRATEVI ed ESULTATE, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt. 5,11-12).

Con la forza dello Spirito Santo che agisce in loro, non rispondono alle provocazioni, alle derisioni, agli insulti. Anzi, vincono il male con il bene (cfr. Rm. 12,21), perché la sua PAROLA è sempre “LAMPADA ai loro passi”. “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt. 5,44-45).

E così Dio, nel suo sapiente disegno di amore, attira le anime alla salvezza.

Attraverso la mansuetudine evangelica, che rifulge in chi si è lasciato trasformare dal suo Spirito e vive nel mondo “come agnello in mezzo ai lupi”, tocca il cuore di molte anime, attirandole a Sé.

Ma noi vogliamo rivolgere qui una domanda anche a tutti coloro che si professano Cattolici, e non si sforzano di vincere il male con il bene, a quelli che non sanno perdonare le offese ricevute, ma le ricambiano o covano l’odio contro chi li ha offesi: “SE TU TI LIMITI A VOLER BENE SOLTANTO A CHI TI AMA E TI RI­SPETTA, IN CHE COSA TI DISTINGUI DAI PAGANI, DA CHI NON CREDE IN CRISTO?”… Il Maestro di cui tu ti dichiari discepolo, ti dice con chiarezza: “Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? ” (Mt. 5,46).

Lo specifico di chi crede in Cristo è proprio la capacità di amare anche coloro che non ci amano e la gioia di donare loro ciò che Dio dona a noi, PER GRAZIA, che si chiama, appunto, PERDONO.

Nel “Cantico delle Creature” S. Francesco d’Assisi ha innalzato a Dio una Lode speciale, quella che gli rendono coloro che perdonano i loro fratelli, irradiando lo SPLEN­DORE della sua MISERICORDIA .

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“Laudato si’, mi Signore,

Per quelli ke perdonano per lo tuo Amore,

Et sostengo infirmitate et tribulatione;

Beati quelli kel sosterranno in pace,

Ka da Te, Altissimo, siranno incoronati”.