Archivio mensile:settembre 2013

Messaggio di Medjugorje del 25 Settembre 2013


Cari figli! Anche oggi vi invito alla preghiera. Il vostro rapporto con la preghiera sia quotidiano. La preghiera opera miracoli in voi e attraverso di voi perciò figlioli la preghiera sia gioia per voi. Allora il vostro rapporto con la vita sarà più profondo e più aperto e comprenderete che la vita è un dono per ciascuno di voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”


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Lo spot che commuove il mondo

Dare e’ la migliore forma di comunicazione al mondo.

E’ con questo slogan che la True Corporation, una compagnia di telecomunicazioni thailandese, lancia la sua campagna.
Pochi minuti per raccontare la storia di un bimbo povero che per guarire la madre ruba dei farmaci, sorpreso a rubare viene però sgridato dalla negoziante.
A questo punto entra nella scena un uomo che chiede al bimbo della sua mamma, paga le medicine e le dà al bimbo insieme ad una zuppa calda.
Dopo trent’anni quel bambino ha l’opportunità di sdebitarsi. Infatti quell’uomo, probabilmente colpito da ictus, si ritrova in ospedale e la figlia per pagare la salatissima bolletta, quasi 15.500 dollari, decide di vendere l’attività di famiglia, un piccolo ristorantino nel quale il padre non aveva mai negato un piatto di zuppa calda a chiunque glielo chiedesse.
Il medico che lo opera però paga lui tutte le spese e lascia una lettera alla figlia dlel’uomo, ringraziando e spiegando che la parcella era stata pagata trent’anni prima, con 3 confezioni di farmaci e una zuppa calda.
Lo spot ha già raggiunto più di nove milioni di visualizzazioni su YouTube e sta letteralmente facendo il giro del mondo, con un messaggio forte e chiaro:Dare senza aspettarsi niente in cambio.
Commovente e ricco di patos.
TrueMove H sempre creduto che  gli spot siano il mezzo migliore di comunicazione, ed è impegnata nello sviluppo di nuove tecnologie di comunicazione per la Thailandia per creare opportunità e migliorare la qualità della vita.

Preghiera per il Parroco

Signore, noi ti ringraziamo 
perché hai dato il tuo sacerdozio a un uomo 
e l’hai fatto nostro Pastore. 
Egli riconoscendo i propri limiti, 
sente un profondo bisogno di te. 
Illuminalo e fortificalo nella fede,
guidalo e sorreggilo nella grazia, 
perché sia sempre per noi luce e forza, 
esempio e incoraggiamento. 
Chiamalo sempre più all’amore
affinché sia tuo nella consacrazione 
sia nostro nella pastorale sollecitudine. 
Donagli idee chiare, concrete, attuabili, 
la sua azione sia duttile, tenace, discreta, 
la sua intenzione, retta e semplice. 
Fa’ che l’insuccesso non lo avvilisca 
e il successo non lo renda superbo. 
Egli sia il nostro fratello maggiore,
padre, amico e maestro. 
Raduna intorno a lui la parrocchia 
nella generosità dell’impegno cristiano, 
nella collaborazione intelligente e cordiale, 
nella carità che ci salda in unità. 
Fa’ che in lui vediamo, 
stimiamo e amiamo te. 
E non permettere che si perda 
nessuna delle anime che gli hai affidato. Amen
(Madre Teresa di Calcutta)

Significato della sofferenza e della malattia

Coloro che si accostano alla sofferenza con una visione meramente umana, non possono comprendere il suo significato e facilmente possono cadere nello sconforto: tutt’al più possono giungere ad accettarla con una triste rassegnazione di fronte all’inevitabile.
Noi cristiani, al contrario, istruiti nella fede, sappiamo che la sofferenza può trasformarsi – se l’offriamo a Dio – in uno strumento di salvezza, e in cammino di santità, che ci aiuta a raggiungere il cielo. Per un cristiano, il dolore non è motivo di tristezza, ma di gioia: la gioia di sapere che sulla Croce di Cristo ogni sofferenza ha un valore redentore.
Anche oggi il Signore ci invita dicendo: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11,28). Rivolgete, pertanto, a Lui il vostro sguardo, con la sicura speranza che egli vi darà sollievo, che il Lui troverete consolazione. Non abbiate timore di manifestarGli le vostre sofferenze, e talvolta anche la vostra solitudine; offriteGli quest’insieme di piccole, e spesso, grandi croci di ogni giorno, e così – anche se tante volte vi possono sembrare insopportabili – non vi peseranno, poiché sarà lo stesso Cristo che le porterà per voi: “Eppure Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori” (Is 53,4).
Seguendo Cristo in questo cammino, sentirete la gioia intima di compiere la volontà di Dio. Una gioia che è compatibile con il dolore; perché è la gioia dei figli di Dio, che si sanno chiamati a seguire molto da vicino Gesù nel suo cammino verso il Golgota.
Chi segue Cristo, chi accetta la teologia del dolore di san Paolo, sa che alla sofferenza è legata una grazia preziosa, un favore divino, anche se si tratta di una grazia che rimane per noi un mistero, perché si nasconde sotto le apparenze di un destino doloroso. Certo non è facile scoprire nella sofferenza l’autentico amore divino, che vuole, mediante la sofferenza accettata, elevare la vita umana al livello dell’amore salvifico di Cristo. La fede, però, ci fa aderire a questo mistero e mette nell’anima di chi soffre, malgrado tutto, pace e gioia: a volte si giunge a dire, con san Paolo: “Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione” (2Cor 7,4).
È nella prospettiva della fede, che la malattia assume una nobiltà superiore e rivela una particolare efficacia come aiuto al ministero apostolico. In questo senso la Chiesa non esita a dichiarare di aver bisogno dei malati e della loro oblazione al Signore per ottenere grazie più abbondanti per l’intera comunità. Se alla luce del Vangelo la malattia può essere un tempo di grazia, un tempo in cui l’amore divino penetra più profondamente in coloro che soffrono, non c’è dubbio che, con la loro offerta, i malati e gli infermi santificano se stessi e contribuiscono alla santificazione degli altri.
Ciò vale, in particolare, per coloro che si dedicano al servizio dei malati e degli infermi. Tale servizio è una via di santificazione come la malattia stessa. Nel corso dei secoli, esso è stato una manifestazione della carità di Cristo, che è appunto la sorgente della santità.
È un servizio che richiede dedizione, pazienza e delicatezza, unite a una grande capacità di compassione e di comprensione, tanto più che, oltre alla cura sotto l’aspetto strettamente sanitario, occorre portare ai malati anche il conforto morale, come suggerisce Gesù: “Ero malato… e mi avete visitato”.

(tratto da: Giovanni Paolo II, Il progetto di Dio. Decalogo per il terzo millennio, Piemme, 1994, pp. 125-127)

Le anime che si consacrano a Dio

Ascoltiamo don Dolindo
Le anime che si consacrano a Dio

La Chiesa ha nel suo seno come templi viventi le anime consacrate alla verginità, alla preghiera, all’apostolato. In esse abita il Signore, e le loro mani levate in alto nella preghiera e nelle opere di gloria per Dio sono per la Chiesa voci di riparazione e d’impetrazione continua: esse sacrificano al Signore la loro volontà, i loro desideri, le loro passioni e tutto quello che offre il mondo.
La clausura non è una schiavitù, ma è l’angelica tutela delle spose del Signore per impedire loro di essere profanate o molestate dagli occhi tristi del mondo. Le anime consacrate a Dio non hanno nel loro pellegrinaggio che la loro regola e di conseguenza l’obbedienza, sintesi meravigliosa di ogni perfezione e di ogni santità.
La gloria di Dio riempie queste anime privilegiate che non desiderano altro nella loro vita. Esse hanno le mani levate in alto nella preghiera, benedicono Dio, ne implorano la misericordia per il mondo, ne implorano il perdono nelle pubbliche calamità, la vittoria negli aspri combattimenti della Chiesa, e le grazie per quelli che ne hanno bisogno.
La casa che esse abitano è santa, e Dio la riguarda con una speciale bontà, a patto però che rimangano fedeli allo Sposo divino, alla sua legge, alla loro regola. Solo allora le case religiose sono come la Casa di Dio e la sua reggia.
Le case religiose sono il Tempio vivo eretto nella Chiesa di Dio, ne rappresentano come lo spirito e la perfezione; è quindi su di loro che si fa sentire la giustizia di Dio nei periodi di rilassamento della pietà cristiana.
Le anime consacrate a Dio debbono combattere per la sua gloria, debbono esser ministre della sua bontà e regine di amore innanzi al suo trono.
Le anime consacrate al Signore debbono rendere tributarie della gloria di Dio la natura ribelle, il timore vano degli uomini, le forze spirituali disperse nelle aspirazioni umane, l’iniquità delle proprie colpe, e l’orgoglio che vorrebbe tutto sprezzare. L’anima consacrata a Dio deve rafforzare i suoi santi propositi nella meditazione, deve fortificarsi per cantare le lodi di Dio, dev’essere sposa fedele soggetta al suo Signore, dev’essere palma della vittoria del Re divino e tempio vivo del suo amore.
L’anima consacrata a Dio deve offrire se stessa e le sue preghiere, in modo tutto particolare nelle maggiori solennità del ciclo liturgico della Chiesa. L’anima religiosa non può credere di avere compiuto il suo spirituale edificio semplicemente per essersi consacrata a Dio, ma deve continuamente perfezionarsi per abbellire sempre più il suo cuore delle più elette virtù.
L’anima consacrata a Dio, conquista l’infinita grandezza di Dio, e del suo amore, con forti risoluzioni, e separandosi dal mondo; allora porta con sé l’oro della carità soprannaturale che tutta la infiamma. v

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